Pfas, comitati pronti a calare a Venezia: «Ora la bonifica della Miteni»

È il messaggio lanciato lunedì da una parte della rete ambientalista del Veneto durante un incontro a Lonigo: frattanto gli attivisti pensano alle prossime elezioni nei consorzi di bonifica e chiedono lumi alla Regione Veneto sullo stato di salute dei pozzi colpiti dal caso dei derivati del fluoro

Il leoniceno Vittorio Rizzoli (foto di Marco Milioni)

Il variegato mondo della galassia «No Pfas» chiede a gran voce che la Regione Veneto dia il via al piano di bonifica della Miteni. E per questo è pronta a scendere in piazza a Venezia. Inoltre il mondo ecologista si dice pronto ad entrare nella partita delle prossime elezioni dei consigli di bacino. È questo il quadro emerso da una movimentata riunione di una parte della rete ambientalista del Veneto organizzata ieri sera nella sala parrocchiale di Almisano, una frazione di Lonigo nel Vicentino.

Dopo un dibattito «molto effervescente» animato da una ventina di persone il coordinamento No Pfas ha trovato una intesa di massima con alcuni altri gruppi provenienti principalmente dal Veronese e dal Padovano. L'idea di fondo è quella di organizzare una manifestazione sotto la sede del consiglio regionale veneto nella città di Marco Polo, con ogni probabilità domenica 20 ottobre, ovvero un giorno prima dell'inizio del processo ai vertici della Miteni, l'industria chimica trissinese al centro dell'affaire Pfas, «un colossale caso di contaminazione delle acque da derivati del fluoro» che da anni tiene banco sui media nazionali.

UN PRIMO SEGNALE
«Siamo consci che iniziative del genere da sole non bastano - fa sapere la leonicena Michela Piccoli, uno dei volti più noti del gruppo Mamme no Pfas - ma intanto si tratta di un utile primo passo». I comitati infatti stanno prendendo in esame un ampio ventaglio di iniziative anche di natura legale che potrebbero materializzarsi nei mesi a venire. In questo contesto per di più non va dimenticato l'appello indirizzato pochi giorni fa da Medicina democratica, i cui vertici regionali auspicano che al processo che sta per cominciare «siano numerose» le associazioni che si costituiranno parte civile. Ad ogni modo «il problema di fondo - lamentano i comitati - è che a cinque anni dalla deflagrazione dello scandalo la bonifica non è ancora iniziata sebbene sia un obbligo di legge». Si tratta di un messaggio molto chiaro che è stato indirizzato non solo al presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, non solo al suo esecutivo, ma anche alle strutture tecnico-burocratiche di palazzo Balbi, della provincia di Vicenza e del Comune di Trissino, che per legge hanno l'obbligo di procedere in tal senso. Tuttavia l'esito della partita è tutt'altro che scontato. Sul piano astratto l'onere della bonifica spetta a chi ha inquinato.

La magistratura e il ministero dell'ambiente hanno dato via ad una serie di distinti procedimenti in tal senso non ancora conclusi. La società trissinese però nel frattempo è fallita, e come succede spesso nel caso di dissesti ambientali, ora la patata bollente rischia di finire nelle mani degli enti pubblici che all'oggi «non sono nemmeno stati in grado di quantificare l'entità del danno e di delineare con dovizia di dettaglio» le procedure per il risanamento ambientale anche se i costi «si preannunciano colossali e forse insostenibili». Il problema potrebbe essere in parte risolto cercando altre fonti di approvvigionamento per l'acqua potabile. Ma lo stesso, per ovvie ragioni, non è nemmeno pensabile per l'acqua ad uso irriguo e zootecnico.  

IL TABÙ DEI POZZI ABUSIVI
Durante la serata però si è tornato a parlare di un altro tema collegato all'affaire Pfas, ma più in generale legato alla qualità dell'acqua dei pozzi presenti nell'area contaminata dai derivati del fluoro, che da anni patisce «una pressione senza pari da parte dell'industria chimica e di quella conciaria, tra i principali settori dell'Ovest vicentino». La legge regionale al momento non ha mai imposto un monitoraggio ed un censimento dettagliato dei pozzi in una con la diffusione dei dati relativi ai contaminanti. «Si tratta di un vero e proprio tabù - rimarca Luca Cecchi, volto storico dell'ambientalismo veronese - principalmente ascrivibile a tre motivi. In primis nel Veneto c'è una moltitudine di pozzi abusivi. Chiedere alle persone di procedere alla analisi delle acque dei propri punti di prelievo significa de facto obbligare i proprietari ad autodenunciarsi. In secundis, se di contro le amministrazioni comunali o quella regionale, con la sacrosanta ragione delle analisi per cercare i Pfas o altre sostanze, procedessero ad un censimento coatto e millimetrico degli emungimenti, si inimicherebbero una bella fetta di opinione pubblica rischiando di perdere chissà quanti voti. In terza battuta un monitoraggio approfondito sullo stato di salute dei pozzi, sia ad uso irriguo che idropotabile, nonché sullo stato di salute delle acque usate dalla agricoltura e dalla zootecnia, potrebbe rivelare con ogni probabilità una situazione di degrado tanto preoccupante da mettere a rischio un pezzo rilevante dell'agro-business. Non dimentichiamo - aggiunge Cecchi - quanta pressione sull'ambiente derivi dall'industria, dall'allevamento intensivo e dalla agricoltura intensiva. Si tratta ahinoi di uno scenario in cui da anni domina tanta tanta ipocrisia anche perché il comparto agro-industriale e quello zootecnico, vista la loro rilevanza economica nel Veneto, sono considerati da molti una sorta di santuario di cui è sconsigliato persino parlare».

LA COLDIRETTI NEL MIRINO
Sono parole che pesano come pietre e che sono state prese come una palla al balzo da un altro leoniceno. Si tratta di Vittorio Rizzoli. Il quale ha puntato l'indice contro le associazioni degli agricoltori. «Ricordo come queste persone in modo sfrontato si scagliavano contro coloro i quali all'inizio dello scoppio del caso Pfas avevano denunciato i rischi per l'ambiente, per la salute anche in relazione allo stato delle colture». Rizzoli, che ha un passato come consigliere consortile, si riferisce ad un episodio preciso, quando nel luglio del 2014 la Coldiretti vicentina diffidò sul piano legale Medicina democratica e il comitato «Acque libere dai Pfas» adducendo la ragione che l'accostamento in alcuni volantini fra immagini di prodotti agro-alimentari e argomentazioni a sostegno della contaminazione dell'acqua, al di là della veridicità di queste ultime, generasse un «allarmismo diffuso tra la popolazione con una ricaduta in danno ai coltivatori» delle zone colpite dal caso Pfas. Le associazioni per vero proseguirono per la loro strada, ma la diffida scatenò, soprattutto sui social network, una polemica al curaro che non si è mai del tutto esaurita.

LE INCROSTAZIONI
Ed è in questo contesto che Rizzoli, supportato dal vicentino Gianni Padrin, altro volto noto del variegato arcipelago ambientalista berico, ha chiesto alla rete ecologista di uscire allo scoperto. Lo scopo? Mettere un piede proprio nella amministrazione dei consorzi di bonifica, veri e propri enti pubblici intermedi «dominati da decenni da Coldiretti» e nei quali la selezione dei consigli di amministrazione è affidata «ad un complicato meccanismo elettivo che scoraggia la partecipazione democratica». Secondo Rizzoli e Padrin la galassia ecologista del Veneto per portare avanti una azione più decisa deve conoscere meglio le dinamiche idrogeologiche del territorio e deve conoscere meglio i meccanismi «non privi di incrostazioni» che albergano nei consorzi stessi. «Dobbiamo inchiodare i vertici di questi organi, i visir della Coldiretti, nonché politici e tecnici che in Regione tengono bordone a lorsignori alle loro responsabilità - fa sapere Padrin - il quale assieme a Rizzoli si auspica che già dalle prossime elezioni del Consorzio alta pianura veneta previste in dicembre la rete ambientalista faccia sentire la sua voce». Una esortazione che non ha trovato insensibili gli organizzatori della serata di ieri i quali si sono ripromessi di tornare sull'argomento.

«GUARDARE OLTRE IL COMPRENSORIO DELL'AGNO»
Peraltro Rizzoli (nel riquadro), che sulle effettive possibilità di una bonifica del sito della Miteni si professa scettico vista la vastità e la profondità dell'inquinamento del sedime, con tanto di carte idrografiche storiche alla mano, ha lanciato un accorato appello alla Regione: «Agli uffici di Palazzo Balbi, al Genio civile e all'Arpav chiedo che ci spieghino una volta per tutte se l'inquinamento da Pfas che ha colpito il bacino dell'Agno-Guà-Fratta abbia interessato anche le valli e le pianure a est della Miteni, a partire dalla valle del torrente Onte, perché la natura idrogeologica del comprensorio di Sovizzo mi fa pensare ad una eventualità del genere: occore guardare oltre il comprensorio dell'Agno-Guà-Fratta».

Sempre Rizzoli poi ha esortato le autorità a pronunciarsi anche su un altro argomento. Quello dell'inquinamento da Pfas che sarebbe stato generato «dalla antenata della Miteni ovvero la Rimar che si trova a Trissino alta». L'ex consigliere di bacino chiede alla Regione di riconsiderare l'assetto idrografico del luogo perché «non è da escludere che la presenza di Pfas riscontrati nelle acque di Arzignano sia ascrivibile anche alle attività di quell'antico insediamento industriale che venne fondato dalla famiglia Marzotto ben prima della Miteni».

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