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Pfas e alimenti, oscurati i nomi delle aziende campionate

Nonostante il pronunciamento del Tar la decisione è stata presa dalla Regione Veneto e riguarda il mondo agricolo nonché quello della zootecnia. Frattanto arriva il j'accuse degli ecologisti: «basta ipocrisie, i consumatori hanno il diritto di conoscere il grado di contaminazione della filiera»

«Dovremmo fare una riflessione chiara e senza infingimenti sui dati pubblicati in merito alla contaminazione alimentare da Pfas che ha interessato il Veneto. Ritengo che questo argomento sia determinante come discrimine per il futuro, in particolare mi riferisco ai dati e ai contenuti divulgati di recente da due associazioni» Green Peace e Mamme No Pfas  «alle quali va il merito di aver ottenuto i documenti delle analisi dei prodotti alimentari delle zone venete contaminate dai Pfas». È questo il succo di una nota diramata ieri 12 ottobre in cui il coordinamento ambientalista Covepa, noto per le sue battaglie contro la Superstrada pedemontana veneta, ma non solo, chiede alla Regione Veneto di intervenire prontamente identificando lungo la filiera quali e quanti prodotti siano contaminati dai Pfas, i temutissimi derivati del fluoro, la cui presenza nell'ambiente del Veneto centrale è attribuita in gran parte alla trissinese Miteni: una fabbrica di prodotti chimici finita al centro di un colossale scandalo ambientale con innumerevoli strascichi anche penali.

IL FIL ROUGE DEI PRODOTTI
Tuttavia nella nota vergata dal portavoce del Covepa (ossia l'architetto trissinese Massimo Follesa) chiede agli enti preposti «quali prodotti presenti nei banchi della piccola, media e grande distribuzione» siano stati contaminati da Pfas e in quale misura. Ai taccuini di Vicenzatoday.it Follesa precisando il suo pensiero spiega: «Per tutelare al meglio tutti, io consumatore ho il diritto di sapere quale patata, quale pannocchia di  mais, quale grappolo d'uva, quale orcio di latte, quale uovo, quale gallina, quale tacchino, quale maiale, quale manzo sia contaminato. Poi devo sapere quanto lo sia, quale sia l'azienda o il privato in cui il vegetale o l'animale sia stato coltivato o allevato, quale sia il grossista che ha comperato la tal partita, quale sia il marchio artigiano o della della industria della trasformazione che lo lavora, quale catena di supermercati, piccola, media o grande che sia vende al dettaglio il tal prodotto contaminato, dove questo sia stato venduto ovvero dove si trovi quel punto di vendita. Questo significa tracciamento di filiera. Perché sia chiaro a tutti, dal Veneto un pezzo di torrone, una coscia di prosciutto, una cassetta di albicocche, un canestro di uova, un cespo di insalata contaminati possono raggiungere le tavole di mezz'Italia, di mezz'Europa e oltre. È chiaro questo concetto o no ai nostri governati regionali e nazionali?. Basta ipocrisie i consumatori hanno il diritto di conoscere il grado di contaminazione della filiera».

ATTEGGIAMENTO ONDIVAGO IN LAGUNA
I dubbi posti dal Covepa non sono di poco conto soprattutto alla luce delle scelte operate a palazzo Balbi. In primavera infatti una perentoria sentenza del Tar aveva dato torto alla Regione Veneto che in precedenza aveva deciso di secretare i dati di uno studio sulla presenza dei Pfas negli alimenti. Le carte per l'appunto erano state chieste da Greenpeace e Mamme No Pfas: le due associazioni poi avevano dato vita ad una complessa rielaborazione statistica dei documenti trasmessi da palazzo Balbi, dimostrando carte alla mano una contaminazione su vasta scala della catena alimentare. La notizia aveva fatto il giro dei media regionali e nazionali. Tuttavia la «Direzione prevenzione, sicurezza alimentare e veterinaria» della Regione Veneto, pur a fronte del pronunciamento della magistratura amministrativa, non rende disponibili, a chi le chiede, alcune informazioni cruciali, come i nomi delle aziende in cui sono stati effettuati i campionamenti. In diverse circostanze mancano altresì i dettagli delle verbalizzazioni nonché i nomi dei verbalizzanti. Chi scrive ha potuto appurare di prima mano la cosa con una formale richiesta di accesso agli atti depositata il 31 agosto 2021 seguita da una risposta giunta in questi giorni.

PARLA L'INSIDER
Ad ogni buon conto quella distillata a palazzo Balbi potrebbe rivelarsi una scelta clamorosa che, attirando l'attenzione dell'opinione pubblica, potrebbe mandare in fibrillazione non solo la galassia ecologista ma anche la galassia delle associazioni dei consumatori che su dossier del genere, specie in Europa, sono molto occhiute. «In Trentino, Alto Adige e Austria - fa sapere un operatore attivo tra Veronese, Vicentino e Padovano che chiede l'anonimato - alcuni produttori di salumi di qualità, che usano solo bestie a kilometro zero e a filiera controllata, stanno seriamente pensando ad introdurre sul packaging la scritta Pfas free in modo che ricordi il logo Ogm free».

Poi una altra considerazione: «Se questo vagito si trasforma in tendenza e poi in moda l'industria della trasformazione rischia l'osso del collo. Noi piccoli invece rischiamo proprio di morire. Il ragionamento vale per la zootecnia, per gli animali quindi, ma pure per i prodotti agricoli sia chiaro. Ed è per questo motivo che in questi mesi sono state fatte pressioni sul mondo ecologista ma pure sulla politica affinché si mettesse un po' il freno alla polemica sui Pfas. Siamo consci di come si tratti di un atteggiamento miope. Ma soprattutto per i piccoli come il sottoscritto la paura ci ha spinto a fare come gli struzzi. Non voglio giustificare nessuno ma è così: è un atteggiamento umano dopo tutto. I grandi però, come Coldiretti o come la Regione Veneto, avrebbero la pezzatura per porre il problema a livello nazionale e comunitario non dimenticando eventuali forme di sostegno: anche per obbligare pure i grandi operatori ad agire di conseguenza. Ormai è giunto il momento di prendere il toro per le corna, altrimenti il settore primario veneto nei prossimi anni potrebbe subire un colpo fatale. E non dimentichiamoci come il problema dei Pfas nella matrice alimentare possa essere aggravato dai cascami idrogeologici dalla realizzazione della Tav. Bastano tre servizi giornalistici in inglese, tedesco e francese che cominciano a circolare sul web e le nostre mete di esportazione, domestiche o continentali che siano, cominceranno ad essere messe in forse». Chi scrive ha chiesto direttamente un commento al governatore veneto Luca Zaia, all'assessore all'ecologia giampaolo Bottacin e al presidente berico di Coldiretti Martino Cerantola. Dai tre però, almeno al momento non è giunta alcuna risposta. 

DOPPIO BINARIO
E proprio della interessenza tra Tav e Pfas (un dossier di cui Vicenzatoday.it si è occupato a più riprese) si è parlato sabato ad Alte di Montecchio Maggiore durante un incontro pubblico organizzato dal Coordinamento No Tav di Montecchio Maggiore. Ovviamente durante il faccia faccia con i residenti non si è parlato solo di Pfas ma anche di un progetto che il fronte ecologista considera drammaticamente impattante sul piano ambientale e foriero di costi economici incalcolabili, per non parlare delle rogne degli espropri. «Nel nostro territorio - fa sapere il portavoce dl coordinamento No Tav Leonardo Barban - la costruenda ferrovia Alta velocità interagisce necessariamente con la questione dell'inquinamento da Pfas delle acque e con i livelli sempre più preoccupanti di polveri sottili o comunque delle emissioni atmosferiche del locale distretto industriale chimico conciario, acuendo queste problematiche con tutto ciò che ne consegue per la salute pubblica. Infine - precisa l'attivista - tramite queste considerazioni si è voluto smentire la retorica della transizione ecologica che si vorrebbe legare alla realizzazione della rete ad Alta velocità su scala nazionale che al contrario produce, collateralmente alle nuove linee destinate al trasporto ferroviario ultraveloce a lunga percorrenza: servizio costoso, non adeguato alle esigenze dell'utente pendolare e perciò estremamente classista. Queste nuove linee costituiscono vere e proprie colate di cemento in nome della inter-operabilitá tra sistema viario e ferroviario». Durante l'incontro era presente anche Massimo Marcolungo, un allevatore dell'Est veronese che da mesi sta conducendo una battaglia contro gli espropri dovuti alla Tav e contro le compensazioni economiche considerate inaccettabili che la controparte ha messo sul tavolo».

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