Covid-19, «No a disparità nelle riaperture: sì a regole chiare per le attività»

Ai taccuini di Vicenzatoday.it parla Marco Zanovello, un parrucchiere arzignanese (con negozio ad Alte) che ha scritto a Zaia per avere lumi su come verrà programmata la fine del lockdown: «spero che i guanti per noi non siano obbligatori, sono troppo scomodi, finiremmo per tosare i nostri clienti»

In foto Marco Zanovello (archivio personale)

Marco Zanovello, è uno dei parrucchieri più conosciuti di Montecchio Maggiore: il suo negozio nella frazione di Alte Ceccato, quando il governo nazionale ha deciso la serrata generale degli esercizi per l'emergenza Covid-19, è stato «letteralmente preso di mira dai clienti ma soprattutto dalle clienti» che gli chiedevano quando avrebbe riaperto. E così il 45enne di Arzignano di recente ha scritto al governatore del Veneto Luca Zaia per avere qualche chiarimento finendo così tra il novero di coloro che in moltissimi chiedono delucidazioni alla giunta regionale veneta, che peraltro è molto attiva sui social network.

Dunque Zanovello come mai lei ha scritto al governatore del Veneto Luca Zaia? È vero? In estrema sintesi che cosa ha domandato al presidente della giunta regionale?
«Sì è vero, ho scritto al presidente. Gli ho chiesto, come fanno in tanti, una parola di chiarezza sul tema generale, molto sentito  peraltro, delle riaperture».

Effettivamente da questo punto di vista sui giornali si leggono alcune ricostruzioni le più svariate sulle riaperture scaglionate in tema di attività economiche: in alcuni casi i parrucchieri, le barbarie, i centri estetici, finirebbero alla fine della lista, ossia aprirebbero per ultimi. In altre ricostruzioni invece si parla di apertura in linea con le altre attività, lei che idea si è fatto, fermo restando che la parola definitiva spetta al governo e non certo alla giunta regionale?
«Oggettivamente le ricostruzioni che ho letto sui media sono molte. E quando leggo che il mio settore potrebbe, usiamo il condizionale, riaprire per ultimo la cosa non mi piace. Lo dico ad alta voce».

Teme un trattamento poco equanime?
«Al di là delle eventuali disparità, è che sarebbe comunque una decisione illogica».

Illogica? Come mai?
«Perché la gestione del rischio in un esercizio come quello che gestisco io è la stessa di che si scontra in altre mille tipologie».

Davvero?
«Davvero sì. Chiaramente dobbiamo partire dal presupposto che il gestore dell'attività sia rispettoso delle disposizioni. Se la regola la vìola il barbiere può vìolarla anche il panettiere o l'industriale».

Quindi?
«Quindi non è questo il punto. Il punto è elaborare disposizioni serie, rigide quanto si vuole, ma che siano chiaramente applicabili. E guardi che la cosa avrà un costo non da poco per noi esercenti perché mascherine, camici speciali, il cosiddetto kimono da parrucchiere, gli asciugamani usa e getta, certo non potremo addebitarli al cliente. Per questo spero che sia possibile una certa qual detrazione».

Lei parla di kimono, di teli e mascherine, ma i guanti?
«Io spero che l'utilizzo dei guanti non sarà obbligatorio per le nostre attività».

Può essere più chiaro?
«Nella maggior parte dei tagli è praticamente impossibile far scorrere la mano sul capello indossando il guanto. La sensibilità è tutto. Il nostro mestiere è quello di acconciatori: di contro, mi si permetta una espressione un po' colorita, le teste finiremmo per tosarle. È chiaro che prima e dopo avere operato su un cliente le mani si lavano in modo adeguato. Ogni professionista serio lo fa sempre anche fuori dall'emergenza Covid-19: il che vale per il medico serio, per il panettiere serio e per chiunque svolga una professione che lo richieda».

Comunque rimanendo in tema di mascherine da giorni si parla di un particolare dispositivo adesivo che verrebbe in contro alle esigenze dei parrucchieri e dei loro clienti. Lei ne ha sentito parlare?
«Sì, a dire il vero è stato proprio Zaia a parlarne. Se il governatore ha una indicazione in merito ce lo faccia sapere: ci faccia sapere esattamente chi distribuisce questo presidio perché ci sarebbe davvero di aiuto».

Come mai?
«Guardi è facile da capire. I laccetti o gli elastici delle mascherine ostruiscono l'area di lavoro attorno alle orecchie: per cui quella regione del volto diventa assai più ostica per noi». 

Alcuni giorni fa è divenuto virale in video su YouTube di Morena Martini, sindaco di Rossano Veneto, in cui il primo cittadino se la prendeva con coloro che non rispettano le norme sul distanziamento sociale. Lei come ha preso quello sfogo?
«Ho visto più volte quella clip video. La Martini ha usato toni esagerati, ma la sua è stata una esagerazione retorica. Ossia, è stata una iperbole un po' rude se si vuole, con cui ha cercato di ammonire i cittadini sulla necessità di rispettare le regole. E con la quale ha anche ammonito qualche parrucchiere, più o meno fai da te, che approfittava della chiusura generalizzata per fare un po' il furbetto».

Personalmente lei come ha vissuto questa emergenza? Il cosiddetto lockdown è stato un provvedimento eccessivo? È pensabile che tra le pieghe dell'emergenza qualcuno possa tentare di nascondere altri fini? Se sì quali?
«Io direi questo. Sul piano generale ogni situazione e per conseguenza anche la elaborazione di qualsiasi norma, si presta sempre a possibili strumentalizzazioni o distorsioni. Le quali più sono mimetizzate e più sono subdole. Di contro qualsiasi autorità è comunque chiamata a gestire e normare una determinata condizione, ordinaria o di emergenza che sia. Per questo c'è un onere aggiuntivo che spetta alla cittadinanza».

Quale?
«Quello della attenzione occhiuta nei confronti dei provvedimenti delle autorità e quello, ancora più importante, della attenzione nei confronti delle scelte della classe dirigente, anche fuori dal perimetro delle istituzioni o della politica: perché sappiamo che non tutte le decisioni che contano si prendono nel palazzo».

Ma sul piano personale lei questo benedetto lockdown come lo ha vissuto?
«Il mio lavoro mi manca e come. Chiaramente c'è un aspetto economico, io ho la mia vita e per vivere, come quasi tutti, debbo lavorare: e come tante persone sto facendo i miei sacrifici. Poi c'è l'altra questione che mi sta ancora più a cuore. Lasciare un lavoro che ti dà soddisfazione è una iattura. Lo sanno in tanti, ma un bravo parrucchiere alla fin fine non è solo un acconciatore, è un confidente. Alla fine, per una piccola parte, noi svolgiamo anche un servizio sociale se si vuole. Lei non ha idea di quante clienti mi chiamano chiedendo di sapere quando si riapre proprio perché hanno bisogno di questo pezzo di vita che è umano al 100%: molto più di tante emozioni, autentiche o presunte tali, che vengono veicolate chissà come sui social network».

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E quale è il segreto di questo rapporto confidenziale coi clienti?
«Mettersi in sintonia con loro senza mai, e sottolineo mai, scadere nel pettegolezzo, nel gossip».

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