Inceneritore per i fanghi conciari? Il no dei comitati

Dopo le prese di posizione di Mastrotto e Pretto a favore del termovalorizzatore gli ambientalisti si scatenano dichiarando la loro contrarietà: la partita sull'impianto si trasforma in una sciarada che si gioca in penombra tra economia e politica mentre spunta l'ipotesi Marghera

Una vista della conceria Pasubio a Arzignano (foto Marco Milioni)

Con una nota di fuoco diramata ieri 9 giugno la rete ambientalista del Veneto centrale, si schiera apertamente contro «l'inceneritore dei fanghi conciari» cui l'industria della pelle ambisce da tempo e la cui localizzazione peraltro è divenuta un vero e proprio enigma. La querelle ormai va avanti da anni e i piani del dibattito si sono intersecati a più riprese.

LA NOVITÀ
In qualche maniera la goccia che ha fatto traboccare il vaso può essere ricercata nella lunga disamina che il top-manager Luca Pretto ha distillato ai microfoni del canale YouTube Verdugo non più tardi del 4 giugno. Pretto (la cui famiglia per anni è stata il punto di riferimento della conceria Pasubio di Arzignano, recentemente finita nell'orbita di Cvc uno dei più importanti fondi d'investimenti al mondo) sollecitato a più riprese dai suoi interlocutori, si è prodotto in una articolata analisi delle prospettive della attività conciaria bacchettando, anche se in modo molto felpato e pure con una certa dose di autocritica, la vecchia concezione del mondo della lavorazione della pelle. Una riflessione nella quale è emersa una convinzione: quella per cui la concia lavorando sulla ingegnerizzazione dei processi è già in grado da ora di avere un impatto ambientale sensibilmente meno rilevante.

Nonostante questo Pretto fa capire che un termovalorizzatore (che i detrattori però chiamano inceneritore spiegando che questo sia il nome vero e che in realtà termovalorizzatore sia un termine fuorviante) per il trattamento dei fanghi dovrà essere comunque realizzato perché non è pensabile «una concia senza reflui». Proseguendo il suo discorso, seppur fra le righe, Pretto ha finito per bacchettare sia coloro che all'inceneritore si oppongono tout-court. Sia coloro che per motivi vari ritengono accettabile la realizzazione di un impianto ma che questa vada pensata fuori dal comprensorio dell'Agno-Chiampo perché il carico ambientale sull'Ovest vicentino è già pesante di per sé.

IL PD, GLI INDUSTRIALI E FRACASSO
In passato questa ultima posizione, che si potrebbe definire nimby, anche se un po' sotto-traccia, era stata condivisa sia dal centrodestra che da alcuni ambienti vicini al Pd. Basti pensare al botta e risposta andato in scena nel comune di Montorso quando i timori della minoranza sulla possibile localizzazione di un eventuale impianto nel comprensorio vennero in qualche modo fugati (o quanto meno si tentò di  farlo) con una perentoria risposta del sindaco Diego Zaffari (politicamente molto vicino al consigliere regionale del Pd Stefano Fracasso).

Questa vicenda però deve fare i conti con uno spartiacque. Alcuni mesi fa infatti il numero uno del settore concia in seno ad Assindustria Vicenza (si tratta del trissinese Rino Mastrotto) sui media prese una posizione molto dura nei confronti della politica dell'Ovest vicentino accusandola di non avere avuto l'ardire di propendere per una soluzione «coraggiosa»: quella di realizzare l'impianto per la realizzazione dei fanghi proprio nel distretto berico della concia. Lo scatto di Mastrotto, che è stato visto in primis come un calcio agli stinchi sotto il tavolo alla giunta comunale di Arzignano, retta da una maggioranza di centrodestra in cui la Lega ha un peso rilevante, all'epoca venne salutato con molto favore giustappunto da Fracasso.

ACQUE DEL CHIAMPO, BEVILACQUA E MARCIGAGLIA
Il quale in quella circostanza non si curò molto dei dubbi sull'inceneritore che da anni sono in capo ad una cospicua parte del centrosinistra (per non parlare del mondo ecologista che lo vede come il fumo negli occhi non solo se lo si realizzasse nel distretto Agno-Chiampo ma se lo si realizzasse comunque). In questo firmamento le parole di Pretto pesano il doppio perché quest'ultimo non solo è il manager di una importantissima conceria della zona, ma soprattutto l'uomo è anche compente del cda di Acque del Chiampo. Si tratta della spa intercomunale che gestisce il ciclo idrico (compreso quello della depurazione dei fanghi conciari) del distretto arzignanese. La spa, come gli osservatori più attenti ricorderanno, tra febbraio e marzo, fu protagonista di una bagarre senza esclusione di colpi tra i comuni che la controllano e il vecchio cda. Quest'ultimo venne azzerato e la compagine societaria fedele al presidente Renzo Marcigaglia (padre di Ernico, il vicesindaco di Arzignano) proprio grazie al peso azionario di Arzignano ebbe la meglio. Ed ebbe così la possibilità di nominare un nuovo consiglio di amministrazione meno sensibile al soft power esercitato dai big della concia e più incline a valutare tutte le istanze del territorio. Questo almeno voleva essere lo spirito con cui il sindaco arzignanese Alessia Bevilacqua, stando alle sue dichiarazioni, aveva avviato il nuovo corso in Acque del Chiampo, nel cui board spiccava appunto «per esperienza» e «peso specifico» proprio Pretto che come Mastrotto condivide peraltro l'esperienza di avere ceduto agli stranieri il controllo del gruppo di famiglia.

TENSIONE SOTTO IL PELO DELL'ACQUA
L'uscita di Pretto sul canale YouTube Verdugo però, nella città del Grifo, questi sono i boatos di palazzo, è stata vista come una sorta di coltellata alla schiena della Bevilacqua che in quel cda Pretto lo ha messo (questa almeno è l'impressione che «si percepisce» nel suo entourage). Appunto perché se lette in filigrana le parole del manager suonano, politicamente parlando, come una campana a morto all'indirizzo della giunta e soprattutto all'indrizzo del presidente di Acque del Chiampo: due bersagli visti come i soggetti responsabili di non avere permesso che l'iter per la realizzazione dell'impianto di trattamento si materializzasse.

Questo però è un versante molto sdrucciolevole in cui realtà e retroscena si fondono. La concia da anni accusa la compagine politica che fa capo alla Bevilacqua e ai Marcigaglia di inerzia e pavidità. I politici infatti, questa l'accusa mossa mezza bocca, temendo una sollevazione della popolazione per le ricadute ambientali, avrebbero ordinato a Acque del Chiampo (sulla carta il promotore della società che dovrebbe realizzare l'inceneritore) di non decidere.

La lettura che viene dagli aficionados di Bevilacqua è diametralmente opposta. Acque del Chiampo, per volere dell'esecutivo cittadino, avrebbe in realtà posto paletti molto precisi non solo per evitare rogne di natura ambientale, ma anche per evitare «che qualche furbetto» usi la società dei comuni del comprensorio come un cavallo di Troia per far calare in un qualunque territorio una struttura, che con la scusa dei fanghi, «alla fine, magari dopo qualche passaggio azionario» finisca «per bruciare la qualunque». E in più di una occasione in vallata si era parlato di un manipolo ristrettissimo di industriali conciari che lasciato il core business della pelle, sono pronti a dare vita ad un progetto per il quale potrebbero beneficiare anche di sostanziosi contributi pubblici. Così il quesito per mesi è rimasto sospeso nel limbo. Ad ogni buon conto l'apporccio «improntato al rigore a alla trasparenza» adottato nella città di Achille Beltrame avrebbe avuto l'effetto di scoraggare molti imprenditori i quali avrebbero voluto dare vita «a un progetto di termovalorizzazione» insieme a Acque del chiampo molto più manipolabile dalla parte privata

LA DOMANDA DELLE CENTO PISTOLE
E quindi l'impianto serve davvero? Le industrie potrebbero farne a meno semplicemente efficientando al massimo i cicli produttivi? Oppure l'impianto è un ghiotto boccone per chi uscito dal mondo dalla concia vuole cercare un altro business? Ed è in questo contesto delicatissimo (tra diretto e indotto la concia dà lavoro a diecimila persone e rappresenta un blocco sociale molto influente) che si colloca l'uscita di Pretto. Il quale pur non dicendolo espressamente ha bollato come immaturi coloro che per ragioni varie, a partire da quelle ecologiche, si oppongono all'impianto.

Questa almeno è la lettura della galassia ambientalista di tutto il Veneto centrale. Quando gli attivisti hanno sentito dire dalla bocca di Pretto che «bisogna educare i cittadini» che in qualche modo sono contrari, non ci hanno visto più. E ieri hanno reso pubblica una nota di fuoco. «I cittadini della valle del Chiampo sono stati educati per decenni dalle loro amministrazioni - si legge nel dispaccio in cui abbonda il sarcasmo - le quali  dicevano  che l'impianto di termovalorizzazione, o altro, non può e non deve essere realizzato in valle, come per altro» ribadito anche recentemente, «ossia nel 2019», dalle delibere di tutti i comuni di riferimento.

FUOCO A PALLE INCATENATE
E poi: «al Consiglio di bacino valle del Chiampo» è stato ribadito che la localizzazione di tale impianto deve essere prevista in un sito esterno al perimetro dei comuni afferenti al bacino stesso». Appresso una serie di considerazioni generali sullo stato di salute dell'Ovest vicentino. Seguono le firme di una valanga di associazioni. «La situazione è estremamente delicata - fa sapere Antonella Zarantonello, uno dei volti più noti della rete ecologista del Leoniceno, tra i primi firmatari del dispaccio - tanto che a questo punto serve una riflessione di ampio respiro che coinvolga tutta la comunità. Ci sono molti aspetti che debbono essere affrontati a partire dalla ridda di indiscrezioni che stanno circolando in merito ad una eventuale localizzazione dell'impianto».

IPOTESI MARGHERA
Zarantonello non lo dice espressamente, ma da tempo in valle si parla «di un piano B». Ossia di un piano rispetto al quale, in assenza di un ok «alla realizzazione del termovalorizzatore nel Vicentino», la riposta potrebbe giungere da Marghera dove la municipalizzata di Vicenza Aim aveva operato con una piattaforma (finita peraltro al centro di una querelle di carte bollate infinita) la quale oggigiorno, magari attraverso i dovuti passaggi amministrativi, potrebbe trasformarsi in una struttura confacente ai desiderata dei conciatori. Il che come è facile prevedere scatenerebbe però le ire degli ambientalisti veneziani che in laguna (Marghera è peraltro uno dei siti più inquinati del Paese) sono già impegnati nella battaglia per l'inceneritore che a Fusina intende realizzare Veritas, la multi-servizio del Comune di Venezia. L'operazione peraltro non dispiacerebbe alla cerchia del governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia, che al «mood conciario» ha sempre prestato parecchia attenzione.

LO SPETTRO DELL'ASSALTO ALLA DILIGENZA
«Io onestamente non ho ancora capito dove Pretto intenda andare veramente a parare» fa sapere Massimo Follesa portavoce del Covepa, uno dei tanti coordinamenti che ha firmato la nota diramata ieri. Follesa però aggiunge un altro spunto di riflessione: «Noi della rete ambientalista non ci presteremo ad alcuna speculazione di tipo nimby. Quell'impianto non va fatto né nel mio comune a Trissino, dove la lavorazione conciaria è presente, né in valle dell'Agno, né in Valchiampo né in alcun altro luogo. La concia dimostri, come dice a parole, di essere in grado di risolvere il problema dei fanghi al suo interno, in modo davvero innovativo. Altrimenti gli industriali regalerebbero la spiacevole sensazione al territorio che stanno pensando ad una ennesima botta di deregulation, anche a favore dei nuovi proprietari internazionali, perché hanno capito che il comparto, stretto tra crisi sistemiche e concorrenza globale, tra un quindici o vent'anni potrebbe chiudere d'un colpo, come capitò al distretto orafo trissinese peraltro. Il cielo non voglia - aggiunge Follesa che è noto per le sue battaglie per contro la Superstrada pedemontana veneta - che ci troviamo di fronte ad un altro caso Miteni, ma più pulviscolarmente diffuso. La pressione ambientale che la concia ha esercitato su tutto il Veneto centrale nell'ultimo cinquantennio, è sufficiente pensare ai corsi d'acqua, è tristemente nota. Se qualcuno pensa di scappare con l'ultimo bottino prima della serrata finale allora abbia il coraggio di dirlo espressamente e se ne assuma l'onere».

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IL GELO DEL SINDACATO
Le parole di Follesa tra l'altro vanno collocate in un quadro preciso che è quello dei rapporti tra impresa, sindacati e galassia ambientalista. Sebbene i rappresentanti dei lavoratori non abbiano mai assunto posizioni di chiusura nei confronti delle aziende (men che meno posizioni anti-industriali) è noto da tempo, il che vale quanto meno per la Cgil, come il sindacato sia tiepido, per non dire gelido, nei confronti della proposta dell'inceneritore. Lo si deduce allorquando il segretario generale di Cgil-Vicenza Giampaolo Zanni da tempo va ribadendo che la sua sigla è assolutamente contraria «alla proposta» del termovalorizzatore. Mentre predilige massimamente «progetti ed investimenti per tecnologie che permettano di evitare e ridurre il volume dei fanghi in una ottica di economia circolare».

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