Martedì, 22 Giugno 2021
Attualità

Paolo Rossi e il Lane, Paolino: la favola del ragazzo qualunque

La storia di Pablito, dall'arrivo in sordina a Vicenza a icona del calcio mondiale. Ma è sempre rimasto "uno di noi"

Ora che è ufficiale la notizia che Paolo se ne n’è andato, non aspettatevi che ricordi in tutti i particolari quant’è stato grande calcisticamente. Lascio il coccodrillo canonico ai colleghi che si sono autonominati biografi ufficiali del Real Vicenza. Non mi dilungherò dunque sul secondo posto in serie A, sulla classifica cannonieri, sul Mundial di Spagna o sul Pallone d’Oro. Cercherò invece di celebrarne la grandezza attraverso fatti minori, piccoli flash che affollano la mia mente da quando, ieri notte, è circolata la brutta notizia. Non posso dire di essergli stato amico, ma l’ho conosciuto bene. Prima come tifoso di curva, quindi come giovane giornalista che muoveva i primi passi all’interno dell’epopea di Fabbri & C., quindi come vecchio cronista, seguendone prima la carriera da opinionista televisivo e poi il riavvicinamento al Lane, nell’orbita della proprietà di Renzo Rosso.

L'arrivo in sordina all'ombra della basilica

Parliamo certo di un’icona del calcio mondiale, ma non ho dimenticato il suo arrivo in sordina, qui all’ombra della Basilica. In quell’estate del 1976 di Rossi a Vicenza ne arrivarono addirittura due, accomunati dal cognome, dalla nascita nel 1956, dal ruolo di attaccanti e dal fatto di essere ai più dei perfetti sconosciuti: Rossi Aldo, nativo di Ponte delle Alpi e Rossi Paolo, toscano di Prato. Non avrei mai pensato che tra quei due carneadi, uno sarebbe stato una piccolissima meteora nel mondo pallonaro, mentre l’altro, scarto della Juve posteggiato malinconicamente a Como, sarebbe diventato una stella di prima grandezza.

Paolino (allora lo chiamavamo così) fece bene in precampionato e conquistò subito l’interesse di G.B Fabbri. La sua fortuna in biancorosso coincise con il tramonto della stella di colui che avrebbe dovuto essere il centravanti titolare, quel Sandro Vitali cui Giussy Farina aveva offerto un ingaggio troppo basso, inducendolo a lasciare la squadra per ritornare alla sua Cento. Pablito si ritrovò improvvisamente addosso la maglia da titolare fin dalla prima partita del campionato cadetto. Era il 26 settembre 1976 e aveva compiuto 20 anni appena tre giorni prima. I biancorossi giocavano ad Avellino e persero 2-0 (evento da ricordare perché in quella trionfale stagione furono sconfitti solo 5 volte in 38 gare).

La nascita di un campione 

La sua magica avventura di bomber iniziò la settimana successiva, con la vittoria sul Varese e col suo gol in diagonale su assist di Cerilli. Mi rammento perfettamente quell’atmosfera, quel crescere di interesse attorno al furetto magrolino, quasi improbabile nei panni di goleador. Imparammo presto a riconoscere i suoi gesti vincenti, la capacità di essere sempre nel posto giusto al momento giusto, l’astuzia in area, lo straordinario cinismo nel concludere, la velocità nei movimenti e l’intelligenza tattica. Andò a segno 21 volte e quasi me li ricordo tutti quei gol, visto che seguivo il Lane anche in trasferta. A Brescia, a Modena, a Bergamo…

Tutte vittorie. Le sue prodezze contribuirono a spingere il Vicenza in serie A, verso una stagione epica nella quale lui bisserà il titolo di capocannoniere già vinto tra i Cadetti. Gli varrà la convocazione al Mundial di Argentina dove segnerà tre gol indimenticabili, prologo delle magie che saprà regalare quattro anni dopo in Spagna. Per la cronaca, il suo Vicenza chiuse il campionato in A al secondo posto, dietro soltanto alla Juve Zoff, Scirea, Tardelli, Causio e Bettega.

Poi arrivò il grande schiaffo di Giussy Farina alla Vecchia Signora. Nel gioco delle buste per accaparrarsi la metà del grande Bomber, il presidente contadino si fece uccellare da Boniperti: nella fatidica busta scrisse la somma record di 2 miliardi e 612 milioni, mentre la Vecchia Signora volò bassa con 740 milioni. Ed è quasi paradossale che il momento della consacrazione di Paolo come uomo d’oro del calcio, coincida di fatto con l’inizio della sua parabola discendente.

L.R Vicenza  Virtus: il richiamo del cuore 

Non dedicherò, come promesso, ulteriori righe alla storia del Mito, visto che ci penseranno in tanti e tutti titolatissimi. Preferisco andare subito all’ultimo periodo, quello nel quale Rossigol ha sentito più forte il richiamo del cuore, avvertendo il dovere di tornare a far qualcosa per una società che tanto gli aveva dato e tanto stava soffrendo per un periodo sciagurato di conduzione morale e manageriale. Il suo avvicinamento al team di Renzo Rosso, come uomo immagine e punta delle pubbliche relazioni, oltre che costituire un importante tassello della ricostruzione, ha segnato fortemente il senso di un amore per la città e per la maglia che non si era sopito nemmeno dopo 40 anni.

Paolo Rossi amava Vicenza e non perdeva occasione per dimostrarlo. Diverso, in questo, dall’altro Pallone d’Oro locale, Roberto Baggio, il quale certamente amerà pure lui la sua terra sportiva, ma si è dimostrato sempre estremamente parco di esternazioni e riconoscimenti. Dopo il matrimonio con Diesel, abbiamo rivisto Pablito al Menti seguire le sorti della squadra dalla tribuna, con la stessa passione che metteva quando ne indossava la casacca. Nella foto che accompagna questo mio ricordo, siamo immortalati assieme proprio al “sacro” stadio, mentre scambiamo qualche battuta su una gara (giocata male dal Lane, mi pare).

"Vincere non è mai facile"

Ho ancora nelle orecchie le sue parole: “Vincere non è mai facile, cercate di non scordarlo. Ci vogliono tempo, pazienza e professionalità. Tutte cose che questa nuova proprietà è in grado di assicurarvi. E poi ci vuole anche un po’ di fortuna, perché se la Dea bendata ti gira contro, c’è poco da fare…” Ultimamente non si era più visto. Effetto Covid, abbiamo pensato. Poi hanno cominciato a circolare voci strane sul suo stato di salute. Preoccupanti. La famiglia ha steso una cortina di riservatezza, supportata dagli amici di sempre: Beppe, Ciro, Giorgio e gli altri di quel magnifico gruppo. Ho tanto sperato che i brutti accadimenti che si sono rincorsi in questi ultimi anni, a partire da Giulio e poi Ezio, Ernesto e Mario fossero serviti a pagare dazio alla Morte, almeno per un po’.

Ma adesso la notizia del nuovo prezzo pagato. Enorme. E  giusto chiudere, però, cullando nella testa un’immagine felice, tra le tantissime: l’ultimo gol della tripletta personale affibbiata al Catania nella gara casalinga al Menti. Per poco non ruzzolai giù dai gradini della Sud, ebbro di entusiasmo e di stupore. Grazie Paolino, per quel che sei stato. Spero che la società ritiri dalla muta anche la maglia n. 9, consegnandola per sempre alla storia e all’amore di tutti noi, poveri fedeli alla Dea Eupalla.

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