Processo Pfas, la Mitsubishi tra i responsabili in sede civile

Il colosso nipponico, ex azionista di Miteni sarà chiamato, assieme a Icig e al fallimento, a risarcire le parti in caso di soccombenza: «clamorosa la decisione del giudice» durante il proseguo dell'udienza preliminare per il maxi caso di contaminazione da derivati del fluoro

Una protesta «No Pfas» a Lonigo (archivio, foto di Marco Milioni)

Oggi 20 gennaio durante il proseguo della seduta per il cosiddetto processo Pfas il giudice per l'udienza preliminare, il Gup, ossia il dottore Roberto Venditti, ha preso una decisione che potrebbe costituire un fatto di tutto rilievo nella storia giudiziaria italiana. Il giudice non solo ha accolto la costituzione di parte civile da parte di tutti coloro che ne avevano fatto richiesta con una sola eccezione. Non solo ha chiamato a rispondere in sede civile per l'inquinamento da derivati del fluoro imputato alla trissinese Miteni anche l'ex socio della fabbrica chimica trissinese, cioè Mitsubishi: ma ha pure inserito nel novero di coloro che sono chiamati in causa e che potrebbero quindi essere chiamati a rifondere i danni in caso di soccombenza pure il fallimento della Miteni quale soggetto giuridico. La novità è emersa appunto stamani al Tribunale di Vicenza dove era in calendario uno degli appuntamenti della «lunghissima» udienza preliminare alla fine della quale, probabilmente a primavera inoltrata, si saprà se gli indagati per il maxi caso di inquinamento che ha coinvolto il Veneto centrale saranno o meno rinviati a giudizio. Le persone fisiche che rischiano il processo per avvelenamento delle acque e disastro innominato sono tredici: tra loro gli ex vertici dello stabilimento della Valle dell'Agno.

E stamani erano in tanti tra coloro che avevano puntato l'indice contro la Mitsubishi e contro Icig (l'ultima controllante della Miteni, anche questa potrebbe essere chiamata a rispondere dei danni in sede civile). C'erano, tra gli altri, «le Mamme non Pfas», i sindacati confederali, i lavoratori della Miteni, Legambiente, Greenpeace, la Regione Veneto, il Ministero dell'ambiente, parecchi gestori delle reti idriche, numerosi comuni: in molti hanno espresso soddisfazione per la decisione del Gup definita da più parti «clamorosa». Il leghista Luca Zaia, presidente della giunta regionale veneta oggi pomeriggio ha espressamente parlato di «bellissima notizia» che premia gli sfozi di palazzo Balbi. Altrettanto positiva è stata la reazione dei gestori che hanno sottolineato gli sforzi, anche economici, per tutelare gli utenti dalla contaminazione dell'acqua nella rete potabile, mentre la Cgil esprime «viva soddisfazione per l'accoglimento della propria domanda» il che dimostra, secondo la sigla confederale «la volontà di essere presenti, in quanto parte lesa ed a nome della popolazione e dei lavoratori danneggiati». In serata poi è stata la volta di Luca Marchesi, neo-direttore generale dell'Arpa del Veneto: anche quest'ultimo ha espresso soddisfazione per la decisione del Gup

OLTRE 220 PARTI CIVILI
Alla fine le parti civili ammesse sono 226 che potranno quindi chiedere i danni giustappunto a Icig, Mitsubishi e fallimento Miteni in caso di esito sfavorevole del procedimento per questi ultimi. «Per noi è una prima vittoria» hanno fatto sapere oggi le mamme no Pfas. Soddisfazione cui si è aggiunta quella dei lavoratori i quali sul blog del loro coordinamento con una nota diramata nel primo pomeriggio danno conto del loro punto di vista: «L'ammissione della nostra richiesta di costituzione di parte civile» della quale si era parlato per la prima volta in ottobre «è un primo risultato per noi senza dubbio positivo, frutto anche del lavoro del nostro avvocato Edoardo Bortolotto del foro di Vicenza, al quale va chiaramente il nostro ringraziamento. Si trattava infatti di un esito niente affatto scontato. Al di là del valore di quanto accaduto oggi, rimarremo comunque vigili sapendo bene che questo processo, per ovvie ragioni, sarà lungo e complesso».

Non molto diversa è la valutazione di Alessandro Gariglio, legale di Greenpeace, il quale considera l'ammissione del proprio patrocinato tra le parti civili «una scelta che comunque era nella logiche delle cose». Per di più lo stesso fallimento «adesso si trova nella singolare condizione di essere al contempo parte civile attiva e parte civile passiva» con tutto ciò che ne deriva in termini di complessità della procedura. Il prossimo appuntamento con la prosecuzione della udienza preliminare «è previsto per il 23 marzo» fa sapere ancora Gariglio.

I MAL DI PANCIA DELLA BASE ECOLOGISTA
Ad ogni modo nella base della galassia ecologista, che da anni manifesta (in foto) contro la presenza dei Pfas nelle acque superficiali, di falda e degli acquedotti per la tossicità di queste sostanze, il risentimento non manca. Non sono pochi gli attivisti i quali ritengono che se la procura di Vicenza avesse avuto «un po' più di brio anche qualche agenzia o qualche ufficio regionale oggi sarebbe tra coloro che in futuro potrebbero rispondere in sede civile, fermo restando il fatto che se siamo giunti sino a questo punto in gran parte lo si deve allo sforzo dei carabinieri del Noe di Treviso che hanno condotto il grosso delle indagini». Sentimenti che pensano come pietre soprattutto alla luce del fatto che mesi fa sia l'associazione Greenpeace sia l'associazione «la terra dei Pfas» avevano indirizzato alla procura berica alcuni distinti esposti in cui chiedeva di vagliare la sussistenza di eventuali profili da codice penale proprio a carico di palazzo Balbi e delle sue articolazioni. Dell'esito di quegli esposti al momento si sa poco, ma non è escluso che possano sfociare in procedimenti paralleli.

BONIFICA DRIBBLATA? PIOVONO I DUBBI
Tuttavia la situazione rimane tesa soprattutto in considerazione «della singolare parabola assunta dal fallimento» della spa trissinese. Su questa parabola le prime nubi si addensarono ormai un paio di anni fa. Il fronte ecologista infatti da mesi teme che lo stesso fallimento abbia costituito un escamotage da parte di chi ai piani alti negli anni ha espresso il controllo reale di Miteni. Un escamotage teso a evitare le incombenze dei costi di bonifica che se condotta «come Dio comanda» potrebbe costare decine se non centinaia di milioni di euro. Epperò a rendere ancor più incandescente l'aria ci ha pensato Alberto Peruffo, uno dei volti più noti della galassia ecologista vicentina. Il quale in un intervento pubblicato il 15 gennaio su www.pfas.land spara alcune bordate senza precedenti.

UNA DATA SINGOLARE
«Siamo senza parole. La Ue sta per mettere fuori legge i Pfas» mentre la stampa racconta «di una proprietà, Ici3, che dopo aver acquistato ad un euro la Miteni nel 2009, riceve indietro dal Tribunale di Vicenza immobili ed uso dei terreni, perché troppo costosi per l'eventuale bonifica, per la quale la stessa Ici3 ci presenta un piano "volontario" di messa in sicurezza  operativa che non è una bonifica, l'ultimo giorno utile prima della scadenza sanzionatoria. Un piano per un muro di contenimento... dove ci sono ancora gli impianti?».

GLI INTERROGATIVI SULLE VERIFICHE
E il j'accuse prosegue. «Tutti noi - si legge nel lungo intervento - ci chiediamo come facesse a sapere il tribunale fallimentare che la bonifica era troppo costosa se il piano di caratterizzazione che era stato imposto dalla Regione Veneto nel 2017, i settemila carotaggi spannografici annunciati» dal governatore leghista Luca Zaia su un reticolo di 10×10 metri, «fu improvvisamente bloccato dopo che la stessa Miteni minacciò la Regione con un ricorso per danno da blocco impianti di 98,5 milioni di euro?» Come mai «avvenne tutto ciò» si chiede Peruffo. «Come mai si passò» ad una verifica a maglie «molto più larghe poco prima di avviare la procedura di concordato che poi portò al fallimento. Come mai?». E soprattutto in base a quale criterio «viene oggi posto il futuro piano di bonifica, quando dentro, sugli impianti, ancora non si è agito?... Chi fu a guidare la caratterizzazione leggera... di allora o di oggi? Dai giornali si apprende che è stato un imputato al processo in corso, Davide Drusian, il responsabile della sicurezza di Miteni...».

L'OMBRA DELLA COMBINE
Come si giustifica il tutto, attacca ancora Peruffo, visto che «tale un imputato che in teoria è il potenziale responsabile della contaminazione?». Come mai non si affidò tale incombenza ad una «equipe di scienziati inquirenti? E come mai la Regione Veneto si espone» ipotizzando l'esborso di tre milioni ai fini della bonifica «chiedendo un aiuto preventivo allo Stato, dopo averlo continuamente e politicamente ostacolato... considerando che» l'inquinamento è il frutto di accordi tra soggetti privati che hanno goduto di «permessi» e autorizzazioni giunti dalla stessa Regione? «C'è un piano concordato di uscita a basso costo da parte di tutte le parti in causa, alleatesi? Da quando?».

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«INDAGHI LA GDF»
E in ossequio all'adagio latino «in cauda venenum» Peruffo si riserva la puntura più velenosa alla fine tanto da chiedere alla Fiamme Gialle di fare luce sugli ultimi mesi di vita della società di Trissino. «In altre parole, come faceva il Tribunale fallimentare sapere dei costi "insostenibili” di bonifica per via dei quali ha riconsegnato terreni e immobili alla Ici quando solo... il 31 dicembre 2019 viene consegnato il piano di bonifica? Su quale base si fonda questa ri-consegna? Tutta questa inaccettabile storia del fallimento della Miteni è confusa e opaca e chiediamo che la Guardia di Finanza accenda un... faro per fare luce su una strana procedura fallimentare che assegna proprietà e terreni ai vecchi proprietari al netto dei debiti di fallimento...».

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