Miteni, se ne occuperà il governo

Nervi a fior di pelle e soluzioni tutte da verificare nel vertice di oggi in prefettura, dal quale emerge che la vertenza sarà presa in carico anche dai ministeri

l'amministratore delegato della Miteni Antonio Nardone (foto di Marco Milioni)

«Abbiamo rassicurato tutti gli enti che presenteremo alle brevissime un piano di messa in sicurezza della fabbrica ed un piano di bonifica entro il 4 novembre. Ci teniamo a sottolineare che abbiamo avuto un serio interessamento da parte di un proponente intenzionato a rilevare l'attività di Miteni che potrebbe sfociare in una proposta vincolante». Sono queste le parole usate dall'amministratore delegato della spa Trissinese poco dopo la chiusura del tavolo tecnico di questo pomeriggio in prefettura.

Un tavolo dedicato alla sicurezza e sdoppiato (per volontà della società secondo la controparte sindacale; per decisione del prefetto Umberto Guidato secondo l'assessore regionale al lavoro Elena Donazzan) sui cui frutti però rimangono le perplessità pesantissime del fronte sindacale. «Oggi - ha detto con grande preoccupazione il segretario confederale della Cgil berica Giampaolo Zanni - si è proceduto semplicemente con la indicazione dei temi sul tappeto. Che sono la questione ambientale, quella sanitaria delle maestranze, quella della sicurezza dell'impianto, quella occupazionale. Noi - e il riferimento era a Cgil, Cisl e Uil - siamo piú che decisi ad affrontare questi argomenti uno per uno».

SPERANZE PER I LAVORATORI?

Non è da meno Renato Volpiana, delegato di fabbrica, ovvero Rsu, per Filctem-Cgil: «Dopo il comportamento dell'azienda che ha prima presentato istanza di fallimento e poi ha avviato la procedura di licenziamento collettivo non ci aspettiamo alcunche di positivo tanto che abbiamo mantenuto lo stato di agitazione», segno che uno sciopero potrebbe scattare in ogni momento. «Agli enti presenti attorno al tavolo a partire dalla prefettura fino a giungere a Regione Veneto, provincia di Vicenza e comune di Trissino chiediamo una vigilanza strettissima sull'operato della fabbrica».

Le richieste, non solo verso l'azienda, sono in linea generale note: il pagamento degli arretrati, la garanzia dello stipendio durante la fase di crisi, l'intervento della Regione per un monitoraggio sanitario speciale. E mentre Davide Faccio, sindaco di Trissino ha spiegato che «la sua amministrazione si sta coordinando con tutte le autorità» per garantire anzitutto la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini in considerazione del fatto che la Miteni è una industria chimica ad alto rischio ambientale, Donazzan ha aggiunto un altro tassello al racconto. Dalle prossime settimane il tavolo di crisi per il fallimento dichiarato della Miteni sale di livello e giungerà fino ai ministeri di competenza. «Quella società - ha detto ancora Donazzan - ha una pezzatura particolare e il livello ministeriale è il piú idoneo per trattare una materia tanto delicata».

E LA BONIFICA?

E non è un caso che oggi pomeriggio alla riunione abbia partecipato il ministro per gli affari regionali Erika Stefani (che è una trissinese doc tra l'altro). Quest'ultima all'uscita dalla sala riunioni della prefettura non si è sbilanciata in previsioni ma ha comunque sottolineato «la gravità della situazione che le autorità ad ogni livello stanno seguendo passo dopo passo». Per questo motivo già le prossime ore saranno cruciali per capire gli sbocchi della situazione. Gli operai, che sono sul piede di guerra, sanno che il mantenimento in sicurezza degli impianti «che fino ad oggi - rimarca Volpiana - abbiamo garantito in modo responsabile» passa per forza per le loro mani. Bisognerà capire quale è la contropartita dell'azienda. O se il governo vorrà giocare, come con l'Ilva, la carta del commissariamento.

Sullo sfondo, ma nemmeno tanto, rimane la questione della bonifica. Dopo il vertice di quest'oggi la galassia ambientalista è on subbuglio. Si teme un allentamento in termini di prescrizioni di bonifica a fronte di qualche garanzia sulla sicurezza della fabbrica e sul futuro occupazionale. Una scelta che buona parte del fronte ecologista considera irricevibile.

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