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«Profondo rosso» sul polo turistico «Orizzonte verde»

Una «fantasmagorica» operazione immobiliare «da 300 milioni» a ridosso del litorale iesolano griffata da due «archistar» internazionali e da un progettista vicentino si è rivelata un «flop»: sul quale ora aleggiano gli spettri della «truffa e della bancarotta». Frattanto nel mirino delle parti offese sono finiti perfino due magistrati della procura della città palladiana che avrebbero intossicato le indagini sul caso con «malafede» e «dolo»

Prima «una colossale truffa» a danno di alcuni investitori «spinti, con l'inganno» a credere nella fattibilità di un maxi progetto «da 300 milioni di euro» da realizzare a Jesolo nel Veneziano. Poi «una volta scoperto il raggiro» arriva la segnalazione alla Procura del capoluogo berico dove però «per oltre quattro anni un paio di pubblici ministeri» avrebbero «pervicacemente insabbiato le indagini a carico dei sospettati» che proprio nel Vicentino avrebbero «ordito le loro trame». È questo il quadro «disperante» contenuto in una denuncia-querela contro due magistrati in forza alla cittadella giudiziaria di Borgo Berga: a mettere nero su bianco le accuse, come parte offesa, è un ingegnere della Marca.

Il quale nonostante si dica «straziato per l'umiliazione subita, nonché per la prescrizione che si sta divorando il procedimento nato in seguito alle sue lamentele» e nonostante ritenga «non gli rimanga molto da vivere a causa di un tumore» che gli «toglie il sonno da anni», ha deciso di venire allo scoperto: anche con un esposto indirizzato oggi 4 giugno alla Procura generale del Veneto: alla quale chiede di avviare una azione disciplinare nei confronti dei colleghi ritenuti «responsabili».

DAVATI ALLE TELECAMERE DI VICENZATODAY: L'INTERVISTA
Il professionista di Susegana nel Trevigiano che ha deciso «di gettare il cuore oltre l'ostacolo» si chiama Fabio Trombini. Nato il 23 settembre 1964 a Torino, l'ingegnere «a causa di un cancro alla vescica e purtroppo, di recente, anche a causa di una sospetta leucemia o di un sospetto mieloma» che mese dopo mese non gli lasciano «tregua», dimostra qualche anno in più dei quasi sessanta riportati sulla sua carta di identità. La sua storia peraltro è stata fissata in una lunga intervista davanti alle telecamere di Vicenzatoday.it.

UN MUTUO DA NOVE MILIONI
Come annota la Guardia di finanza, nel 2013 la Verdemare, una srl con base ad Arzignano nell'Ovest vicentino, ottiene un mutuo di ben nove milioni di euro dalla Banca popolare di Vicenza che peraltro di lì a poco sarebbe andata in decozione. L'obiettivo? Dare vita ad una gigantesca operazione immobiliare nella pineta di Jesolo in zona Cortellazzo, su un'area di 614mila metri quadri di cui la stessa srl arzignanese, «qualche anno prima», era divenuta proprietaria di una porzione «più o meno equivalente alla metà» rimarca Trombini.

Uno dei momenti chiave della vicenda è la stipula di una convenzione relativa ad un accordo non definitivo sottoscritto nel maggio del 2013 fra il Comune di Jesolo e il «Consorzio pineta» che Vicenzatoday.it può mostrare per intero. Gli atti sono depositati presso lo studio del notaio iesolano Carlo Bordieri in data 27 maggio 2013 al numero di repertorio 92527 e al numero di raccolta 39698. In quell'accordo (de facto il preambolo di una lottizzazione) che annovera al suo interno proprio la Verdemare srl in qualità di soggetto forte, si delinea l'obiettivo di massima. Che è quello di dare vita ad un polo turistico extra lusso in una delle aree «in teoria» più ambite di Jesolo.

LE ARCHISTAR, IL POLO TURISTICO DA SOGNO E PURE IL PARCO TEMATICO
Così nella cittadina del Sile la voce si sparge in modo fulmineo: anzitutto per «la grandiosità del progetto». Che prevede alloggi di pregio con oltre «ottocento villette», piste ciclabili ad uso esclusivo, piscine private. Addirittura sono previsti «una darsena con quattrocento posti barca», un campo da rugby e un parco tematico. L'altro elemento che alimenta il gossip, locale e non, riguarda la firma del progetto. Che è quella del noto architetto vicentino Eugenio Motterle. Il quale per di più è affiancato da due «archistar» di fama mondiale del calibro dei portoghesi João Ferreira Nunes e Gonçalo Byrne: che non sono coinvolti nella inchiesta per vero.

I due lusitani tra l'altro sono i padri progettuali proprio della cittadella giudiziaria vicentina di Borgo Berga, la quale a sua volta è al centro di uno «scandalo senza fine» che vede contrapporsi i promotori da un lato e la rete ambientalista dall'altro. Tra i consiglieri comunali di Jesolo però c'è già chi «storce il naso». La fattibilità del piano è tutt'altro che scontata. L'impatto sul piano ambientale è notevole: gli ostacoli di natura economico-politica e di procedimento, «per no parlare dei vincoli» sono tutt'altro che minimi. La famiglia Avanzi, da tempo proprietaria di una parte importante dell'area in questione, fin da subito «si dimostra oltremodo scettica sull'operazione e ne prende le distanze».

Nonostante questo i promotori procedono nel loro intento. Il pool è «ampio e agguerrito». Al suo interno oltre all'architetto vicentino Eugenio Motterle le figure di primo piano abbondano: o in veste di consulenti o di investitori o con altro profilo. Si tratta di Alessandro Zocche, Massimo Sanson, Alessandra Biasin, Eleonora Biasin, Marta Celadon, Matteo Celadon, Alessandro Cenedese, Patrick Grendene, Serena Giovanna Motterle, Emanuele Vendramin e Alberto Motterle. Tutti, a vario titolo, finiranno indagati a seguito delle denunce redatte da Trombini e da altre due consulenti. La prima è Nikoletta Pastzor, suseganese come Trombini. L'altra è la statunitense Mara Ribeiro di Miami in Florida: che rappresenta una platea di investitori stranieri. Alla grossa, questo il tenore del j'accuse, ai truffati «sarebbero stati sgraffignati ben 14 milioni di euro»: di cui nove in danno alla Banca popolare di Vicenza e cinque (fra prestazioni non pagate o altre spettanze non corrsisposte) in danno di altri investitori e consulenti, tra i quali, appunto l'ingegnere trevigiano.

La questione di fondo, in tesi d'accusa, è chiara. A Trombini sarebbe stato conferito l'incarico professionale di redigere «il business plan» che in qualche modo condensasse le aspettative dei proponenti: i quali «davano ad intendere» di ambire a un giro d'affari atteso «che orbitava attorno a 300 milioni». Il compito è gravoso. Trombini, che come ingegnere gestionale in passato ha lavorato «a progetti di primaria importanza in Italia e all'estero» e che per questo conosce pure una platea di potenziali investitori interessati ad entrare nella compagine, accetta l'incarico. Che dovrebbe fruttargli, spiega il professionista alle telecamere di Vicenzatoday.it, «un milione e mezzo di euro»: così come «concordato in un contratto stipulato nel mese di dicembre 2018».

CONDOTTA «FRAUDOLENTA»
L'ingegnere, con una stipula ad hoc, accetta quindi di essere pagato «ad operazione conclusa» convinto della buona fede dei proponenti: anche perché è spinto a credere che «il progetto sia realizzabile». Progetto che però, stando alla denuncia dello stesso professionista, si scoprirà, gli viene rappresentato «in maniera fraudolenta». Come? Ostentando una serie di premesse nonché una situazione complessiva «ben diverse dal reale». In estrema sintesi, rimarca Trombini, la vera natura di quella operazione è ben diversa. Giacché poco dopo si scoprirà come «non solo non ci siano i quattrini per dare corpo ai progetti»: ma pure «sul piano delle autorizzazioni necessarie l'iter è più che impervio».

Il Comune infatti nel maggio 2013 mette sì agli atti un «Piano urbanistico attuativo», un Pua. Tuttavia la trafila «si pianta subito lì». Le varianti, i permessi con annessi e connessi rimangono «in un limbo su cui si proietta lo spettro della stangata» attacca Trombini. I mesi passano. Gli anni passano. E non si muove foglia. Nel 2015 dalle acque dell'operazione «Orizzonte verde» cominciano ad esalare i primi miasmi. Il 21 maggio di quell'anno la Orlac srl, uno dei soci di punta della stessa Verdemare, chiede al Tribunale civile di Vicenza di essere ammessa alla procedura di concordato: una spia rossa che potrebbe essere un'avvisaglia di come la stessa Orlac navighi in cattive acque.

COMINCIANO LE ROGNE
L'anno dopo, il 29 giugno dopo una attesa di dodici mesi, la procedura viene messa a ruolo. Poi nel volgere d'un baleno, è l'8 luglio giusto all'inizio dell'estate, il giudice della sezione fallimentare Giulio Borella omologa «il concordato preventivo» nominando Elena Mistrorigo quale liquidatrice ed Antonino Trombetta quale commissario. Il bisbiglio a Borgo Berga comincia a circolare a mezza bocca. Chi a Jesolo ha investito nell'operazione «Orizzonte verde», «Pineta» o «Verdemare», come viene battezzata di volta in volta, comincia a tremare.

Anche perché pure alla Verdemare, oggi in liquidazione, comincia a mancare il terreno sotto i piedi. Sempre stando a quanto ricostruiscono le fiamme gialle di Vicenza, nel 2016, appena tre anni dopo la concessione di un maxi prestito da nove milioni da parte di BpVi, la stessa Verdemare non è in grado di rendere il dovuto. Ed è costretta a chiedere una proroga rispetto a quanto concessole.

La stessa Gdf in una annotazione relazione inviata alla Procura vicentina parla di stato di irreversibile grave insolvenza e di possibile fallimento in vista. L'annotazione è del 25 luglio 2023, fa riferimento al fascicolo «5636/21 RGNR Mod 21» ed è trasmessa dal tenente colonnello Francesco Sodano ossia il comandante del nucleo di polizia economico-finazniaria della Gdf berica. A vistare il tutto sono il comandante di sezione capitano Federico Giombetti e il comandante di gruppo maggiore Federico Riggio. Mentre l'indagine è stata condotta sul campo dal maresciallo Luigi Di Domenico.

IL TRIBUNALE LAGUNARE E LA PROCEDURA DI PIGNORAMENTO
Di seguito la Amco, ossia il soggetto pubblico che ha rilevato i crediti più o meno incagliati di BpVi, si fa sotto. Rivuole quanto gli spetta: «a dimostrarlo» è una procedura di esecuzione pendente davanti al Tribunale ordinario di Venezia, la numero 391/2021. Il quale dispone il pignoramento di tutti i beni immobili oggetto di ipoteca. Come riporta la Gdf berica a pagina 40 della stessa memoria si apprende che il custode giudiziale dei beni sottoposti a pignoramento è l'avvocato Domenico Piovesana. Sempre dallo stesso passaggio redatto dal maresciallo Di Domenico si apprende che in quel frangente sono in corso le udienze avanti il giudice della esecuzione presso il tribunale civile lagunare. Un riscontro indiretto relativo a quanto riferiscono le Fiamme gialle è presente sul portale Asteannunci.it che rispetto alla procedura in corso ha in archivio una copiosa documentazione.

Ad ogni modo Trombini comincia a mangiare la foglia, soprattutto a partire dalla fine del 2018. Bussa quindi alla porta del «Consorzio parco pineta» che propone il maxi polo turistico nella cui compagine il soggetto forte è per l'appunto la Verdemare srl di Arzignano nell'Ovest vicentino. E «preso atto che non poteva essere siglato nemmeno un preliminare di compravendita dell'area a causa della irrealizzabilità del progetto», l'ingegnere chiede che gli sia pagato l'onorario concordato: che è pari a 1,5 milioni. La controparte «accampa scuse di ogni tipo», qualcuno arriva «pure a minacciarmi e soprattutto ricattarmi». A quel punto la misura è colma. Nel 2019 lo stesso Trombini indirizza «alla Gdf di Vicenza una denuncia-querela ben dettagliata».

ACQUE «TORBIDE»
E qui le acque da increspate diventano «prima agitate, poi torbide». Mentre la denuncia-querela di Trombini «prende la polvere» tra gli scaffali della procura berica «senza che mai siano effettuate le indagini sul campo», in più occasioni i pubblici ministeri («per ben tre  volte la dottoressa Claudia Brunino e, per una quarta volta volta, la più recente, la dottoressa Alessia Grenna») decidono di «chiedere l'archiviazione». Tuttavia il giudice per le indagini preliminari non ci vede chiaro, respingendo sempre le svariate richieste di archiviazione. La cosa si ripeterà in più occasioni. Ad ogni buon conto dopo una serie di tiramolla però il gip, alla terza richiesta di archiviazione, ordina al pubblico ministero, rigettando per l'ennesima volta la richiesta di archiviazione propugnata dallo stesso pm, di procedere con le indagini. Si tratta «di un giro di boa importante».

Viene così, per l'appunto, incaricata la sezione di polizia economica e finanziaria del comando provinciale delle Fiamme gialle di Vicenza. Che procede con le indagini «come un treno in corsa», raccogliendo «un quadro probatorio maledettamente dettagliato: che dimostra la validità delle mie accuse andando perfino oltre» tuona Trombini (in foto).

CARTE CHE SCOTTANO
Il quale, facendo affidamento su un dossier «tanto documentato quanto micidiale» (per l'appunto inviato il 10 aprile 2024 al procuratore capo berico Lino giorgio Bruno), parla di una serie di reati da mettere i brividi. In primis c'è la «bancarotta fraudolenta» della Verdemare srl, allorché la Gdf «ha certificato il grave e irreversibile stato di insolvenza della società che dal 2011 al 2021 ha accumulato ben tre milioni di euro di perdite di esercizio e debiti pari a 14 milioni di cui nove» con la Banca popolare di Vicenza.

Poi c'è «il falso in bilancio», visto che la società «ha dichiarato fraudolentemente un attivo nel bilancio pari a dodici milioni mentre quello reale è pari a tre». Ancora, sempre in quella memoria datata 10 aprile da Trombini al procuratore Bruno, in pagina 6, si parla di «abusivo ricorso al credito». Come certificato dalla Gdf, si legge, la Verdemare nel 2013 ottiene il ben noto prestito di nove milioni per realizzare le opere di urbanizzazione in capo al Pua, che sono propedeutiche al resto dei lavori, «ben sapendo che non sarebbero mai state realizzate» giacché i soggetti deputati addirittura «non presentarono mai nemmeno i progetti in Comune» puntualizza Trombini. Che appresso parla di «truffa ai danni della banca» nonché «di falso ideologico in atti pubblici».

Il motivo? «È evidente che gli importi riportati nella Convenzione e nel Preventivo sommario non siano congruenti con le opere da realizzare». Anche perché «gli importi riportati in una convenzione» debbono essere «analitici e corretti poiché è in base al loro valore che «vengono determinati i relativi oneri di urbanizzazione»: cioè quanto in termini monetari o di altra utilità, deve essere garantito al Comune che subisce la trasformazione urbana.

Poco dopo c'è un passaggio in cui gli uffici municipali non escono benissimo. «Probabilmente in buona fede, il Comune di Jesolo non verificò subito la correttezza degli importi riportati nella convenzione». L'ultima parte riguarda «la truffa aggravata» patita direttamente da Trombini e dalla Pasztor. I quali «mai avrebbero sottoscritto i contratti con gli indagati, rappresentati dal signor Zocche», se i due trevigiani «fossero stati a conoscenza della bancarotta».

Ancora, si legge, «le persone offese mai avrebbero firmato i contratti con gli indagati se avessero saputo che il progetto era irrealizzabile». Accusa che viene corroborata quando si precisa che gli accordi «mai» sarebbero stati siglati se si fosse saputo che gli indagati, sebbene sollecitati, «non avrebbero consegnato la documentazione e le informazioni richieste» a coloro che oggi sono parte offesa.

IL «PROGETTO CRIMINOSO»
Si tratta di parole che pesano come pietre. Le quali al contempo descrivono un «progetto criminoso» nato nel 2011-2012 «da una illegale speculazione ideata dalla famiglia Motterle»: ovvero «dal padre Eugenio con i suoi figli Alberto e Serena». L'area di 614mila metri quadri ubicata in zona Cortellazzo a Jesolo è attualmente ad uso agricolo «per un valore per l'appunto di dieci euro a metro quadro e per un valore complessivo di sei milioni». L'obiettivo, spiega l'ingegnere «era quello di far credere che si sarebbe realizzato un polo turistico del valore di 300 milioni tentando così di spingere la quotazione di quell'area: per poi poterla «rivendere al prezzo di 50 euro al metro quadro» ovvero « 30 milioni di euro». Parole precise che descrivono perd i più una mera speculazione fondiaria.

GRENNA E BRUNINO SULLA GRATICOLA
Nella stessa memoria si parla poi della condotta dei pubblici ministeri Grenna e Brunino. Inopinatamente quest'ultima, già da subito, il 2 gennaio del 2020, propugnò «una prima richiesta di archiviazione senza neppure effettuare le indagini» benché si fosse di fronte «non ad una denuncia-querela campata per aria»: anche perché lo stesso querelante, sostiene quest'ultimo, aveva dato corpo ad una «precisa e puntuale narrazione dei fatti sostenuta da numerosissime prove documentali». Ancora, il procedimento «venne» classificato «contro ignoti» sebbene il querelante, si lamenta ancora il 59enne, avesse riferito «nomi cognomi e circostanze».

«DISCESA AGLI INFERI» FRA «TRAGEDIA E FARSA»
Trombini poi lamenta che un altro raggruppamento della Gdf (ben distinto da quello che condurrà gli accertamenti finiti nel fascicolo «dopo un tiramolla infinito con la Procura»), addirittura pur senza compiere alcuna «indagine», presentò un verbale in cui si riportavano «cose false sul mio conto con il chiaro intento di delegittimarmi». E via via il «cahier de doléances» prosegue come una sorta «di discesa agli inferi». Nell'inverno 2020 Trombini trasecola. Non sa nemmeno «che fine» abbia fatto «il fascicolo». Servono un consesso «con la presidenza del tribunale e con l'ufficio del procuratore capo», nonché due esposti («uno redatto il 24 aprile 2020, l'altro redatto il 29 giugno 2020») per rimettere «un tantinello» in carreggiata, col buon proposito di effettuare le indagini, «una vicenda divenuta ormai un mix originale fra tragedia e farsa».

Nonostante tutto però il 4 gennaio 2021 l'ufficio del pubblico ministero incaricato chiede per una seconda volta l'archiviazione a carico degli indagati: addirittura «senza notificare» la cosa «alle parti offese» nonostante queste lo avessero chiesto espressamente. Pochi giorni dopo il gip Antonella Toniolo considera debole la stessa richiesta di archiviazione: rigettandola ancora. Passano appena due giorni e Brunino, «sullo stesso documento di rigetto» siglato dal gip, «scrisse a mano di avere visto e disporre l'archiviazione».

«IL FASCICOLO POLTERGEIST»
Trombini comincia a essere «disorientato e terrorizzato». La sua salute è quello che è. «Le forze sono al lumicino». Teme di essere finito in un girone «un po' dantesco, un po' kafkiano» in cui è «il grottesco» a farla da padrone. Ormai a Borgo Berga la voce sul «fascicolo poltergeist» è divenuta una sorta di leggenda metropolitana.

A Trombini, a quel punto «rimane solo la disperazione o poco più». Il giorno 8 luglio 2021 indirizza un altro esposto sempre a Borgo Berga. Il procuratore reggente Orietta Canova, «per cercare di ridare forma ad una sorta di maionese impazzita», cambia numero al procedimento «instaurandone uno nuovo» ossia «l'attuale 5636/2021 RGNR modello 21». Epperò «incredibilmente pochi giorni dopo, il 19 agosto 2021, l'ufficio del pubblico ministero, senza batter ciglio, richiede l'archiviazione» non ravvedendo evidentemente alcun reato: «usando, dulcis in fundo il vecchio numero di procedimento e ancora non procedendo con le indagini».

«HIERONYMUS BOSCH» E «IL GIARDINO DELLE DELIZIE»
La vicenda finisce per «assomigliare sempre più al Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch dove la verità, tra un pifferaio anale e un'orgia animale, più che un insieme di fatti e circostanze si è trasformata nella aberrazione di sé stessa». E mentre i mesi passano, il 20 febbraio 2023 il gip Antonella Crea, «rigetta ancora una volta, la terza, la richiesta di archiviazione avanzata dalla pm Brunino» rendendo ormai plasticamente «una sorta di braccio di ferro tra uffici giudiziari». Contestualmente Crea, in questo caso, ordina alla Gdf di effettuare le indagine entro sei mesi. E le fiamme gialle fanno «subito il loro dovere». Pur ormai inabissato in una sciarada dai mille risvolti al professionista di Susegana non manca una vena ironica quando parla di «stato di  profondo rosso che ammanta la operazione Orizzonte verde» definita al contempo «un flop» a tutti gli effetti sul quale aleggiano gli spettri «della truffa» nonché «della bancarotta».

Nondimeno il quadro che emerge «è aberrante e di una gravità inaudita»: ma «nonostante questo», sottolinea Trombini, «l'ufficio del pubblico ministero» chiede in seguito ancora una volta l'archiviazione. «La prescrizione ormai ha inghiottito l'inchiesta», ripete, quasi in lacrime, l'ingegnere. Che non sa più «a quale santo votarsi». Trombini si sente alle corde. Sa «di non avere più tempo per ottenere giustizia per la truffa subita». Ma allo stesso tempo vuole «che questa indecente verità si sappia perché cose del genere non si ripetano». A quel punto, «mio malgrado, ho dovuto constatare che mi stavo battendo da solo contro dei veri e propri poteri forti» sospira il querelante.

GLI ATTI A TRENTO
Così, oltre alla segnalazione già inviata al procuratore capo di Vicenza Lino Giorgio Bruno, Trombini il 23 aprile 2024 denuncia, per l'appunto in sede penale, sia Grenna sia  Brunino: la quale nel frattempo è stata trasferita alla procura di Padova. Ora il fascicolo è in capo alla procura di Trento, competente per eventuali reati commessi dalle due colleghe venete.

Queste sono accusate di aver tenuto una condotta inerte improntata «a malafede e dolo». Nonostante le denunce, nonostante gli accertamenti della Gdf e nonostante «i fatti» siano emersi in modo «inequivocabile», in momenti diversi e a vario titolo Grenna e Brunino non hanno «intrapreso... le idonee azioni penali» continuando per «ben quattro volte» a «richiedere» di «archiviare» il procedimento «confidando» che «prima o poi» le persone offese si sarebbero «stancate». Nelle 19 pagine depositate a fine aprile presso i Carabinieri di Susegana, il grosso della narrazione riguarda le presunte inerzie attribuite soprattutto a Brunino.

Tuttavia uno dei passaggi cruciali riguarda la dottoressa Grenna. Il 26 luglio 2023, ossia un anno fa, la Gdf ha già completato tutti gli accertamenti. «Il pubblico ministero però - si legge nella denuncia a pagina 6 - non si decideva mai ad agire... per cui il 6 febbraio 2024 fu inviata alla Procura una istanza di sollecito. Non avendo avuto nessuna risposta, nemmeno alla istanza di sollecito inviata al pm Alessia Grenna», Elsa De Giusti, legale trevigiana di Pasztor e Trombini, «decide di inviare alla Procura generale di Venezia «una istanza di avocazione». Con quale finalità? Con la finalità che il procuratore generale possa prendere in mano il fascicolo superando l'inerzia lamentata. Quando Trombini, è il 26 marzo, così si legge ancora a pagina 6, si presenta a Borgo Berga per estrarre copia del fascicolo, «incredibilmente non me lo permisero».

Trombini stamane ha pure inviato una lettera alla Procura generale di Venezia diretta dal dottor Federico Prato, nella quale chiede di valutare eventuali profili di responsabilità disciplinare in capo alle dottoresse Brunino e Grenna. «Fino a quando avrò fiato, sebbene non me ne rimanga molto - dice l'ingegnere - io farò sentire la mia voce. I poteri forti mi hanno rovinato la vita: ma combatterò perché non la rovinino a qualche altro disgraziato come me. Nel Veneto c'è una classe dirigente omertosa. Nasconderlo è da ipocriti». Chi scrive ha contattato i diretti interessati (o il oro avvocati) chiamati in causa dal 59enne di Susegana, magistrati inclusi. Dai quali però, almeno per il momento, non è giunto alcun commento.

ASCOLTA L'INTERVISTA A FABRIO TROMBINI

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