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«Associazione a delinquere»: accusa shock per «Raimondi, Benelli e Miori»

I tre noti magistrati del capoluogo trentino avrebbero «insabbiato» una inchiesta già in corso a carico di alcuni colleghi vicentini: «frode processuale e falso» sono gli altri addebiti contenuti in una denuncia depositata a margine di una udienza davanti al Gip Tamburrino dall'ex senatore Ellero: già docente di diritto a Padova il noto penalista veneto intervistato da Vicenzatoday.it definisce la vicenda nella quale è «incappato» come un vero e proprio «scandalo»

Gli ultimi sviluppi della vicenda giudiziaria scaturita dalle sue denunce hanno un qualcosa di «allucinante». A sostenerlo ai taccuini di Vicenzatoday.it è il professor Renato Ellero. Penalista vicentino ma di origine veneziana (è nato nella città lagunare il 14 luglio 1944), Ellero dal 2015 sostiene che la sua vita sia stata rovinata da un episodio di «malasanità» a sua volta coperto da uno di «malagiustizia».

In relazione a quest'ultimo la procura di Trento, competente per l'operato dei magistrati vicentini, aveva aperto un fascicolo delicatissimo in forza del quale erano state indagate diverse toghe della città del Palladio. L'ipotesi accusatoria è che i magistrati di Borgo Berga abbiano travalicato la sfera penale non adoperandosi al meglio per accertare gli addebiti messi nero su bianco da Ellero nei confronti di alcuni operatori dell'Ospedale vicentino San Bortolo.

Spetta ora al giudice per le indagini preliminari di Trento decidere se archiviare o rinviare a giudizio gli indagati (i quali peraltro professano con forza la correttezza del proprio operato nonché la totale estraneità ad ogni addebito rivolto loro). Tuttavia quella decisione ormai «si trascina» dall'ottobre del 2021. «Nel frattempo ne sono capitate di tutti i colori» rimarca il 78enne ex docente universitario che pochi giorni fa proprio a Trento ha presentato «una circostanziatissima denuncia»  nei confronti del procuratore capo Sandro Raimondi, del Gip Claudia Miori (oggi passata ad altro incarico) nonché del pubblico ministero Giovanni Benelli che senza mezzi termini sono accusati da Ellero «di avere insabbiato» le indagini a carico dei colleghi vicentini a loro volta accusati dal noto penalista di essere colpevolmente inerti nel sondare le responsabilità dell'ospedale di Vicenza più volte asserite da Ellero.

Più nello specifico a Trento (come riporta Vicenzatoday.it del 9 ottobre 2021) erano stati indagati l'ex procuratore della repubblica di Vicenza il padovano Antonino Cappelleri, il pubblico ministero Orietta Canova, padovana come Cappelleri. E poi erano stati indagati il pubblico ministero vicentino Giovanni Parolin, il pubblico ministero vicentino Hans Roderich Blattner, il pubblico ministero vicentino Claudia Brunino, nonché il Gip Massimo Gerace, che da tempo è in pensione.

Chi scrive ha chiesto un commento sull'accaduto all'ufficio di presidenza del tribunale trentino, al coordinatore dell'ufficio Gip di Trento nonché allo stesso procuratore Raimondi: senza però ottenere risposta. Anche al procuratore capo di Vicenza (il dottor Lino Giorgio Bruno) è stato chiesto un parere: pure da parte sua però, almeno per il momento, non è giunto alcun commento. Di contro Ellero, che negli anni '90 è stato anche senatore della Repubblica, prima con la Lega e poi con la Lif, si dice «sconcertato» per quanto accaduto.

Professore Ellero molti mesi fa il suo caso approdò davanti al Gip trentino Miori che si oppose ad una richiesta di archiviazione per gli indagati, sei magistrati molto noti nel Veneto, uno dei quali in quiescenza. Che cosa accadde in quella circostanza?
«Il Giudice per le indagini preliminari Miori chiese al pm un ulteriore approfondimento di indagine ritenendo evidentemente molto ben circostanziati i mei addebiti».

E poi che cosa è successo?
«L'indicibile».

Sarebbe a dire?
«Quel fascicolo ha avuto un destino così bizzarro che servirebbe un Franz Kafka più che un giurista per dare conto di quanto accaduto».

Di che si tratta quindi?
«Torniamo ad un anno fa o poco più. Il Gip trentino Claudia Miori nell'ambito di una opposizione da me avanzata alla richiesta di archiviazione propugnata dalla procura trentina sospendeva il giudizio: ordinando al contempo pubblico ministero Giovanni Benelli di compiere alcuni atti di indagine e di acquisire le memorie dal mio legale avanti la Procura della Repubblica di Vicenza. Si trattava di memorie che davano ulteriormente conto del compottamento penalmente rilevante degli indagati che a vario titolo dalle parti del palazzo di giustizia berico hanno coperto l'agire dell'ospedale berico: condotta nei miei confronti che è alla base dal caso di malasanità che mi colpì nel 2015».

Poi la vicenda come si dipanò?
«Stando agli atti il pubblico ministero trentino Benelli che indagava sui colleghi vicentini chiedeva al Procura di Vicenza informazioni sulla condotta del pm berico Hans Roderich Blattner dalle quali emergeva la gravità dell'atteggiamento omissivo dello stesso, atteggiamento già rilevato dalla denuncia del sottoscritto. Detto in buona sostanza Blattner non ha adempiuto ai suoi doveri nell'ambito delle indagini a carico di chi non mi prestò le cure dovute e nei confronti di quei medici o consulenti che cercarono di occultare tali responsabilità».

Lei rilevò qualcos'altro?
«Sì dalle carte emergeva anche il pm trentino non indagò, come ordinato dal gip Miori, gli ambiti descritti nelle denunce presentate appunto da uno dei miei legali ossia l'avvocato Chiara Muti. Denunce in cui si descriveva appunto la condotta omissiva di alcuni magistrati berici. Sicché agli atti del procedimento radicato a Trento ho accluso le denunce e le memorie presentate illo tempore dall'avvocato Muti presso la procura vicentina».

Di seguito la vicenda che piega ha preso?
«All'esito delle indagini compiute, che furono volutamente incomplete, il pubblico ministero trentino, il dottor Benelli, chiese di nuovo l'archiviazione».

Ma non è una conclusione anomala? Il Pm aveva già chiesto la archiviazione. Non si sarebbe dovuto limitare a trasmettere al Gip Miori solo l'esito del supplemento di indagine effettuato per poi lasciare la decisione allo stesso Gip come richiede il codice di procedura penale?
«Esatto. Si tratta di un fatto allucinante la cui base giuridica è una barzelletta o una tragedia: scelga lei. Io per tanti anni ho insegnato diritto all'Università di Padova, ho fatto il penalista occupandomi di processi importantissimi in mezz'Italia, ma una cosa così fuori dal mondo non l'avevo mai vista».

Lei usa il termine allucinante, perché?
«Ma insomma la richiesta di archiviazione, in una con la relativa opposizione opposizione, era già in atto. Non possono esistere due procedimenti in contemporanea rispetto alla stessa indagine penale l'uno sovrapposto all'altro. È una aberrazione, è un nihil giuridico. Del resto il pubblico ministero Benelli ben sapeva che si trattava di una condotta penalmente rilevante agendo quest'ultimo in accordo col procuratore capo di Trento Sandro Raimondi. Infatti Benelli, stando alle carte, spiega di apporre lui la firma su quell'allucinante, ribadisco il termine, provvedimento di richiesta di archiviazione, per evitare complicazioni giudiziarie al capo della procura visto che io per quella vicenda avevo già denunciato pure Raimondi».

Dacché lei che cosa deduce?
«Che questa è prova dell'accordo tra i due e che questa è la prova della conoscenza dell'illecito che veniva posto in essere. Insomma il dottor Benelli è un reo confesso».

Sul piano del procedimento quindi che cosa si stava materializzando?
«A questo punto appariva evidente al sottoscritto il tentativo di giocare una autentica frode giudiziaria. Qualcuno pensò bene che un ex docente universitario come me di fronte ad un atto cretino, come una seconda richiesta di archiviazione che in realtà non sarebbe mai dovuta esistere perché per quel procedimento la richiesta già c'era stata ed era in attesa di pronunciamento, non facesse nulla: considerando la cosa tanto futile da non doversene occupare».

Se lei non avesse fatto nulla che cosa sarebbe accaduto?
«Se non avessi fatto nulla la richiesta di archiviazione non sarebbe stata impugnata. E il procedimento sarebbe evaporato nelle nebbie trentine».

E invece lei come ha deciso di procedere?
«Siccome il sottoscritto potrebbe fare l'esame di diritto penale ad ognuno di lorsignori, siccome certi trucchetti a me fanno solo ridere e siccome mi sono accorto subito che contravvenendo ad ogni norma era stato aperto un secondo procedimento per gli stessi fatti ma con lo stesso numero di fascicolo, ho deciso di andare a vedere quella richiesta di archiviazione farlocca».

In che modo?
«Proponendo formale opposizione. E così quella manovra da quattro soldi si è appalesata in tutta la sua inconsistenza e in tutta la sua illiceità».

Vale a dire?
«La opposizione proposta dal sottoscritto e dal mio legale l'avvocato Francesco Delaini del foro di Verona era infatti diretta a scoprire il gioco della procura trentina. Ed era diretta anche a scoprire se si trattasse di una truffa processuale con l'accordo della stessa Gip Miori».

Quest'ultima come si è comportata?
«Nel modo più insipido e giudizialmente pericoloso. Infatti avrebbe dovuto rilevare il nihil giuridico. Se invece fosse stata d'accordo con la tresca avrebbe deciso di non decidere ed avrebbe aperto un secondo procedimento con lo stesso numero: una sorta di procedimento clone. Cosa che puntualmente ha fatto».

Insomma ma dall'ottobre del 2021 in poi la dottoressa Miori che cosa ha deciso?
«Dopo un anno non ha deciso nulla ma, ripeto, nel faldone vi sono due procedimenti. Uno sovrapposto all'altro, con il medesimo numero. E c'è di più, Miori interessata per un rinvio di udienza chiesto dal difensore della Canova, si riservava di decidere. Il magistrato venne anche sollecitato in tal senso. Ergo la dottoressa Miori fu costretta gioco forza, per fare le sue valutazioni, a vedere i due procedimenti. Ne è consapevole e colpevole. E quindi non può rifugiarsi nell'ignoranza. Ma ci rendiamo conto della gravità di questo abominio?».

Più in generale si tratta di una condotta davvero grave?
«Veda lei? Il Gip Miori, il pm Benelli e il procuratore capo Raimondi hanno agito in concorso tra loro. Vanno incriminati per associazione a delinquere, un reato cui si aggiunge la azione criminale tesa a coprire le malefatte dei colleghi vicentini: visto che gli stessi magistrati vicentini hanno consumato numerosi altri delitti da me denunciati e che giacciono dimenticati dal procuratore capo di Trento. Di più, in forza di quanto emergeva dalle iniziali considerazioni della Gip Miori la stessa avrebbe dovuto rinviare a giudizio i magistrati vicentini. Invece la stessa si è immersa nel nulla. Ponendosi terza a completamento della mossa della procura trentina finalizzata alla immersione dei procedimenti a carico dei magistrati vicentini».

In sintesi?
«In sintesi queste tre persone vanno perseguite per tre reati distinti: il primo è l'associazione a delinquere, il secondo è la frode processuale con depistaggio in ossequio all'articolo 375 del codice penale e in terza battuta c'è pure il falso ideologico».

Scusi professore, ma lei ha messo nero su bianco queste accuse che peraltro sono gravissime?
«E me lo chiede? L'ho fatto e come. Il 4 di aprile a Trento si è tenuta l'ennesima udienza. Il Gip Miori non c'era, perché è stata trasferita ad altro incarico. In quella circostanza il nuovo Gip, il dottore Marco Tamburrino, si è riservato la decisione. E proprio durante quella udienza ho presentato la denuncia con quegli addebiti».

Che è stata letta anche dal nuovo Gip?
«Io credo proprio di sì. Comunque quella denuncia per competenza andrà a Trieste. Se per legge Trento è competente per i reati che interessano i magistrati in forza a Vicenza, Trieste lo è per i reati in capo ai magistrati della città del Concilio. Si tratta di una norma generale che riguarda l'azione penale nei confronti dei magistrati, sia quando indagati sia quando parti offese, che dovrebbe evitare il conflitto di indagine in ossequio alla nozione che un magistrato non giudica o non indaga su un collega dello stesso comprensorio».

E ora lei che cosa si aspetta?
«In questi anni ne sono successe di tutti colori. Io vivo semi-paralizzato per colpa di quanto accadde in quel maledetto ottobre del 2015 all'ospedale di Vicenza, dove a causa di una cura sbagliata, me ne combinarono di tutti i colori, un ictus mi rese emiplegico. Per anni la procura vicentina ha coperto le responsabilità di chi mi ha ridotto in questo stato. Ma c'è un ma».

Quale?
«Per la sfortuna di lorsignori il mio cervello funziona alla perfezione e i codici li conosco molto meglio di certe toghe. Per cui braccherò lorsignori, nonché chi a sua volta ha intenzione di coprirli, in eterno. Così farò ogni volta che avrò contezza del fatto che qualcuno cerca di alterare il corso della giustizia. Io non mi fermo. Lo faccio anche per coloro che vittime di malasanità o della malagiustizia non hanno le risorse o i mezzi intellettuali per una battaglia del genere. La quale dimostra ancora una volta quanto tossica ed evanescente sia la giustizia in Italia. Sulla sanità poi stendiamo un velo pietoso».

In ultima analisi quali sono gli aspetti che più l'hanno colpita di questa vicenda?
«È il suo insieme ad essere di una gravità inaudita. Ma mi scusi qui siamo di fronte ad un gip che in un anno e oltre non riesce a decidere se rinviare a giudizio gli indagati, siamo di fronte a un fascicolo clonato, siamo di fronte a indagini insabbiate, ad una frode processuale o favoreggiamento come lo si voglia chiamare e poi c'è pure la falsità ideologica, ricordiamo in capo a magistrati cioè ai sacerdoti della applicazione della legge. Qui non abbiamo a che fare con singoli illeciti penali. Abbiamo a che fare con un unico schema criminale. Che cosa deve succedere perché scoppi pubblicamente uno scandalo perché di scandalo si tratta».

Lei che risposta si è dato?
«La vicenda in cui sono incappato per vero è finita sui media veneti anche sui alcuni quotidiani nazionali, quindi è conosciuta. Tutto però rimane omertosamente ovattato: segno che il sottoscritto ha toccato un pezzo del potere costituito».

Di quello che lei chiama scandalo dovrebbero occuparsi altri soggetti come il Consiglio superiore della magistratura, ovvero il Csm, ma anche il Ministero della giustizia?
«Mi pare il minimo: ma sul Ministero della giustizia dovremmo aprire un altro capitolo. E lo farò non ne dubiti».

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