Domenica, 17 Ottobre 2021
Attualità

«Basta abusi giudiziari su madri e figli»

Una rete di donne scende in piazza e denuncia una situazione «che accomuna i tribunali di mezza Italia, Veneto in primis»: consulenti incaricati, magistrati e avvocati spesso «coprono condotte illecite, abusi sui minori compresi». Viene chiesta anche l'abolizione della legge 54/2006 «che facilita le violenze» perché «senza collaborazione tra maschile e femminile la società rimane ingiusta». Nel mirino anche i ddl Zan e Pillon: «Due facce della stessa medaglia» capitalista

«Siamo qui per festeggiare la festa della della mamma e non perché alle madri sia fatta la festa». È questo il lei motivo con cui ieri 8 maggio una trentina di madri è scesa in piazza Esedra in Campo marzo a Vicenza per denunciare i soprusi di consulenti tecnici, magistrati e avvocati che nei confronti delle delle donne «vengono perpetrati in mezza Italia, Veneto in primis, ogni volta che una di noi denuncia violenze ed abusi da parte dei padri sui figli e sulle loro madri». L'evento è stato promosso dal coordinamento «MaternaMente» al quale aderiscono i raggruppamenti «Donne InCuranti, Maison Antigone», mentre l'organizzazione è stata curata anche da un'altra associazione che pure aderisce all'iniziativa ossia Movimentiamoci Vicenza: quest'ultima peraltro «sta diventando un punto di riferimento in tutto il panorama nazionale per il supporto legale e psicologico alle madri vittime delle ingiustizie del sistema giudiziario.

PRIME BORDATE
Ed è contro quest'ultimo che sono partiti gli strali delle attiviste le quali poco prima che ieri mattina alle 9,30 prendessero posto sul palco gli oratori ha attaccato ad alzo zero «i Ctu» ossia i consulenti del tribunale, solitamente psicologi, «che facendo strame della legge e della scienza confezionano perizie che puntualmente vanno a danno delle madri che denunciano situazioni di violenza e abusi anche sessuali da parte dei padri nei confronti dei bambini, ma anche delle stesse madri». Un attacco diretto a suon di striscioni e slogan che non ha risparmiato «la magistratura di mezza Italia che spesso copre organicamente questi professionisti della menzogna anche con l'appoggio di avvocati senza scrupoli che per assecondare interessi inconfessabili fatti anche di intrecci e connivenze coi carnefici troppo di frequente commettono infedele patrocinio svendendo la sacralità della legge agli appetiti degli orchi».

«LA MAFIA DEI CTU»
Dal podio improvvisato nella esedra di Campo marzo Emanuela Natoli, presidente di Movimentiamoci, ha sparato ad alzo zero: «Abbiamo i dossier, abbiamo le prove, abbiamo le denunce depositate presso gli organi competenti. Tra qualche mese cominceremo a fare nomi e cognomi perché non ne possiamo più». Parole che non lasciano spazio all'immaginazione mentre gli astanti (una trentina di persone) parlava «di obbedienze massoniche deviate, di logge coperte trasversali presenti nelle professioni, nella magistratura, nella pubblica amministrazione, nella chiesa: gruppi i quali pervicacemente coprono continuamente condotte illecite, pedofilia inclusa e di queste si nutrono». Ad ogni buon conto i primi a finire nel mirino sono i consulenti tecnici dei tribunali (in gergo Ctu, ossia consulente tecnico d'ufficio) messi sulla graticola «perché le loro perizie sono spesso false a vantaggio degli aguzzini» tanto che le madri parlano «di una vera e propria mafia dei Ctu». 

Durante e a margine della manifestazione si è parlato anche del business che da tempo si è creato attorno alle disgrazie familiari: «case famiglia, laiche o religiose che siano, divenute alla stregua di gettoniere che drenano risorse ai comuni e alle regioni allorquando ragazzi che vivono una vita normale vengono sottratti come forma di punizione, anzi di pena accessoria proprio per colpire quelle madri che si ribellano a questo circuito abietto». 

«BIGENITORIALITÀ? NORMA DA POLVERIZZARE»
Natoli sempre dal podio ha poi tuonato contro gli effetti della legge 54 dell'8 febbraio 2006, ossia la norma che in ossequio alla ratio della cosiddetta «bigenitorialità o genitorialità duale» rende molto difficile l'affidamento alla sola madre del figlio o dei figli anche fronte di condotte poco edificanti degli uomini. «Ma come diamine si fa ad affidare ad entrambi i genitori un bambino che è stato abusato dal padre perché queste sono le porcherie che certi consulenti scrivono nelle loro perizie e che magistrati ancor più colpevoli o perché inerti ossia ignavi o perché complici, avallano con i loro provvedimenti: per questi e altri motivi quella legge va abrogata, va polverizzata perché non tiene conto della sprprozione della figura paterna nel rapporto di quest'ultimo con la madre e con la prole». Natoli peraltro non è nuova a critiche del genere che aveva espresso dalle colonne di Vicenzatoday.it non più tardi del novembre del 2019.

«NIENTE PIÙ RESET» MENTALE: «È UNA PRATICA DA LAGER» 
Poco dopo è intervenuta un'esperta della materia ossia la psicologa Antonia Murgo la quale non ha fatto sconti ai suoi colleghi. «Non se ne può più di definizioni astruse come adesive o personalità avviluppanti appiccicate alle madri che cercano di difendere i propri bambini da padri violenti. Non se ne può più di sentire richiamati concetti come resetting, cancellazione, azzeramento che richiamano a pratiche psichiatriche utilizzate solo in contesti estremi come le carceri o gli ex manicomi, pratiche che peraltro sono da anni vietatissime. Il cosiddetto reset nella accezione con cui viene concepita e applicata è una pratica da lager».

Ad ogni modo Natoli e Murgo considerano le vessazioni cui sono costrette queste madri la punta di lancia di un sistema «maschilista» che considera alla fin fine la donna una mera risorsa da sfruttare «per il piacere o per il lavoro in casa o per fare figli». Si tratta di una matrice che anche in ragione «dell'intervento nei secoli da parte delle religioni» ha forgiato «il cliché capitalista che il nostro tempo sta vivendo». Un cliché il quale «assai ipocritamente» si pensa che verrà superato da provvedimenti normativi come il disegno di legge Zan allo studio del parlamento «il quale altro non è che la riproposizione» in salsa liberal-liberista e globalista della medesima concezione delle relazioni umane: in cui il potere «mai e poi mai metterà in discussione la logica di una società divisa tra oppressi e oppressori».

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
Ma c'è di più la Murgo in questo senso propone un parallelismo tra «sedicente sinistra e sedicente destra» e spiega che a parti inverse il disegno di legge Pillon proposto dalla Lega per la salvaguardia della famiglia altro non sia che l'altra faccia della medaglia del ddl Zan. Peraltro questa sorta di «abbraccio mortale» tra «liberal capitalismo globalista» e liberismo globalista «destrorso» oltre che colpire «a morte la storia della donna» finisce per mietere «un'altra vittima eccellente: «ossia l'ambiente» spiegano Natoli e Murgo.

NUOVE INIZIATIVE
Le quali per uscire da questo sul de sac propongono una nuova alleanza tra mondo femminile e mondo maschile «fatta di cooperazione e sussidiarietà sia nelle differenze tra sessi sia nelle tante similitudini». In questo senso le due attiviste delineano un orizzonte immaginario non molto dissimile a quello tracciato più volte nei film del regista giapponese Hayao Miyazaki. Il quale, rifiutando una visione antropocentrica del mondo, vede nell'opera di alcune figure femminili il vettore salvifico per una ripartenza fatta di «pace tra sessi e pace tra esseri umani e natura». Ad ogni buon conto ai microfoni di Vicenzatoday.it Natoli e Murgo hanno fatto appello non solo alle donne ma anche agli uomini perché il perpetuarsi «di una società divisa tra oppressi e oppressori alla lunga chiaramente nuoce a tutti coloro che si trovano alla base della piramide, non solo alle donne». In questo contesto sono state annunciate iniziative simili in altre città italiane in cui ancora una volta «si tornerà a dire basta agli abusi giudiziari su madri e figli. Verrà ancora una volta chiesta anche l'abolizione della legge 54/2006 «che facilita le violenze» perché «senza collaborazione tra maschile e femminile la società rimane ingiusta».

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