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Cibo e inquinamento da Pfas? Il Veneto è una zona di «sacrificio»

La porzione del Nordest colpita dalla contaminazione da derivati del fluoro deflagrata dopo l'esplosione dell'affaire Miteni, come per l'Ilva in Puglia e la Terra dei fuochi in Campania è una sorta di territorio a perdere: lo denuncia Greenpeace in un rapporto scottante in cui vengono svelati retroscena i quali sia a livello locale sia nazionale proiettano un'ombra terribile sulla risposta delle autorità ad una emergenza «destinata a amplificarsi»

«Sono passati quindici anni dal primo allarme sulla contaminazione» da Pfas «negli alimenti prodotti in alcune aree del Nord Italia». Nonostante le prime allerta siano state trasmesse «al Ministero dell'ambiente e all'Istituto superiore di sanità già nel 2007, ancora oggi non abbiamo un quadro chiaro sul rischio sanitario derivante dal consumo di alimenti provenienti dalle zone inquinate». La ragione? Va attribuita ad «indagini parziali o mai fatte» per non parlare «negligenze istituzionali» tanto che l'ampia porzione del Veneto centrale tra Veronese, Vicentino e Padovano interessata dalla contaminazione come per l'Ilva a Taranto e la Terra dei fuochi in Campania può essere considerata «zona di sacrificio». È questo il succo del rapporto shock, ricco di rivelazioni e di retroscena inediti, diramato durante la mattinata di oggi 19 aprile da Greenpeace Italia. L'associazione ecologista così riaccende i suoi riflettori sui «temutissimi derivati del fluoro», i Pfas appunto (sostanze chimiche artificiali che sono tossiche, interferenti endocrine e in certi casi cancerogene), poi finiti al centro del maxi scandalo ambientale che ha coinvolto la trissinese Miteni, gigante vicentino della chimica, oggi fallita.

FLASHBACK IN ACTION
In una sorta di «flashback in action» Greenpece riavvolge indietro il nastro del tempo e ricostruisce alcuni dettagli del caso rimarcando come nel 2013 l'emergenza già si stagli nitida all'orizzonte. Epperò proprio in quel periodo a palazzo Balbi, sede del governo regionale veneto noché delle articolazioni amministrative apicali dello stesso, vanno nel pallone. I funzionari incaricati di fronteggiare la stessa emergenza, si legge ancora nel rapporto, in quelle settimane cariche di tensione non sono in grado di dire «esattamente quali quali siano gli alimenti da monitorare» perché non ci sono parametri per verificare il grado di rischio, né metodologie e standard per eseguire le analisi». E nemmeno «ci sono i fondi necessari». È questa una delle tante tessere di un mosaico a tinte fosche che Greenpeace descrive nel dossier di nove pagine dattiloscritte fitte di date e riferimenti puntuali.

IN MOLTI CI RIMETTONO
Ma a fronte delle inerzie descritte chi ci rimette? «Non solo la popolazione del Veneto, già colpita da decenni di inquinamento, ma anche importanti filiere agroalimentari e zootecniche - si legge - abbandonate al loro destino». Il problema, però, potrebbe essere ancora più ampio. Mancano infatti «dati pubblici derivanti da indagini e monitoraggi sulla presenza di Pfas negli alimenti provenienti dall'area agricola più grande del Paese: la Pianura Padana, attraversata dalle acque del Po». Acque, scrive Greenpeace, che per quanto riguarda gli inquinanti oggetto del suo rapporto, erano note sin dai tempi di uno studio europeo del 2007 denominato «Perforce»: acque che secondo quello stesso studio risultavano essere «tra le più contaminate da Pfas in Europa».

IL GRIDO DEL PROFESSORE
E proprio nel 2007 dd allertare i Paesi Ue della presenza dei Pfas nei fiumi, nel Po nella fattispecie italiana, è Michael McLachlan, docente di chimica all'Università di Stoccolma che per conto della stessa Ue in quel periodo sta conducendo uno studio sulla presenza di queste sostanze nelle acque dei fiumi. Il professore giusrappunto nel 2007 informa con una e-mail sia il Minstero dell'ambiente italiano sia l'Istituto superiore di sanità: ovvero l'Iss. E se il primo, ricevuta la segnalazione, incarica il Cnr-Irsa di avviare una ricerca specifica (che in Italia fu una sorta di incipit di una serie di studi in tal senso), diversa è la condotta dell'Iss che al professore della università svedese nemmeno risponde «nonostante parte del personale dell'istituto fosse «già a conoscenza del problema Pfas».

IL J'ACCUSE
Questo almeno è il j'accuse di Greenpeace. Che non riesce a spiegarsi come mai quando l'Iss si decida effettivamente a cominciare una ricerca sulla presenza dei derivati del fluoro nell'organismo umano, nonostante McLachlan avesse individuato il Po come bacino della potenziale contaminazione, le analisi del sangue sui residenti che in quel bacino si sarebbero potuti contaminare vengono invece eseguite su chi abita nel comprensorio di Roma e in quello di Brescia.

UN PASSAGGIO MICIDIALE: GRANE IN LAGUNA
Gli anni passano e nel 2013 il caso investe definitivamente in primis la Regione Veneto. In quel contesto Il Dipartimento di prevenzione veterinaria «decide autonomamente di analizzare due pesci presi in due laghetti a Vicenza e a Creazzo». I campioni vengono esaminati a Roma dal Dipartimento di chimica tossicologica dell'Iss in cui lavora Gianfranco Brambilla, un ricercatore che è già attivo nello studio dei Pfas. Secondo quanto riferiscono a Greenpeace Italia alcune fonti, «i dati confermano la presenza di Pfas». E questo avviene nonostante «i due laghetti si trovino in quella che poi sarà classificata come zona arancione e non nella zona rossa», dove ricadono invece i trenta comuni più colpiti dalla emergenza ambientale.

Appresso c'è un passaggio micidiale per la reputazione di palazzo Balbi. «Con una delibera della giunta regionale del 12 agosto 2013 viene istituita una commissione tecnica» per valutare la presenza di Pfas nelle acque. «Non vengono convocati però» gli specialisti «del dipartimento veterinario regionale, che aveva effettuato l'analisi sui due pesci». Né questi ultimi «verranno coinvolti in futuro».

DIFFICOLTÀ ED INCERTEZZA
Il 16 gennaio 2014 l'Iss invia alla Regione Veneto un parere in cui si «evidenzia l'incertezza derivante dalla difficoltà di stimare correttamente il rischio connesso all'esposizione alimentare». Nella stessa nota si parla poi della necessità di «avviare un programma di campionamento degli alimenti di produzione locale» in una con l'opportunità di «estendere l'ambito delle azioni anche alle situazioni di utilizzo delle acque ad uso irriguo e per uso zootecnico nelle aree interessate dal fenomeno». Detto in poche parole l'isa già dal 2014 chiede alla Regione Veneto di indagare l'intera filiera alimentare perché tramite l'acqua inquinata presente nei fiumi e nelle falde c'è un rischio di non poco conto che si è materializzato su tutte le filiere e a cascata sulla salute umana: anche in ragione del fatto che, questo è stato appurato da tempo dagli scienziati, più si sale nella catena alimentare (nella quale l'uomo è in posizione apicale) e più aumenta la eventualità di un bioaccumulo dei Pfas nell'organismo.

FANGHI INDUSTRIALI: IL SILENZIO DEL DIPARTIMENTO AMBIENTE
Ad ogni modo il cahier de doléances della associazione ecologista non si esaurisce. Il 6 maggio 2014 Loredana Musmeci, allora direttrice del Dipartimento ambiente e prevenzione primaria dell'Iss, conferma la possibile correlazione tra inquinamento da Pfas e utilizzo di fanghi industriali. Ed è per questo motivo che Giovanna Frison e Giorgio Cester, che sono a capo rispettivamente delle sezioni Sanità e Veterinaria, chiedono al Dipartimento ambiente della Regione Veneto la mappatura dei fanghi. Il dipartimento, però, non risponde. E così, denuncia Greenpeace, il monitoraggio alimentare parte poco dopo senza una conoscenza approfondita della contaminazione dei terreni: una lacuna della quale in passato la rete ecologista veneta si era spesso lamentata ma che ora nel dossier di Greenpeace appare nella sua plasticità resa evidente dal rullo degli avvenimenti messi nero su bianco stamani.

SECONDA CAMPAGNA
A scavalco tra il 2016 e il 2017 la Regione Veneto avvia un secondo monitoraggio sulla catena alimentare. Le cronache di quei mesi sono abbastanza dense di commenti da parte di chi teme che la contaminazione generale sia più grave di quanto traspaia dagli atti ufficiali. Su input della Giunta regionale del Veneto l'Iss procede ad una campagna ad hoc. La prima raccolta inizia il 28 settembre 2016 e riguarda le uve da vino. Arpav, l'agenzia ambientale della Regione Veneto, rileva la presenza di diverse sostanze appartenenti alla famiglia dei Pfas le cui sigle sigle sono note agli addetti ai lavori: si tratta di Pfba e Pfoa. L'indagine prosegue fino a fine settembre 2017 e vengono analizzate 27 tipologie di alimenti: sia di origine animale sia vegetale.

«La maggior parte dei campioni proviene da aziende agricole che utilizzano acqua di pozzo. Le uova vengono raccolte nelle aie delle case e nella zona di Bevilacqua nel Veronese si registrano livelli elevati per via dell'inquinamento del fiume Fratta: i campioni risultano positivi per Pfos, fino a un valore massimo pari a 1,4 milligrammi per kilogrammo». Tessuti animali, come fegato e muscolo, sono prelevati da un macello mantovano e dalle aziende agricole. Il picco lo toccano i suini allevati nella zona di Lonigo nel Vicentino, con concentrazioni pari a 18 milligrammi per kilogrammo di Pfoa e di tre milligrammi per kilogrammo di Pfbs. Il monitoraggio riguarda anche i vegetali, inclusi foraggio, legumi e frutta, in particolare le albicocche. Queste ultime, in un frutteto nella zona di Lonigo, frutteto «irrigato con acqua per uso agricolo, mostrano una concentrazione pari a 1,2 microgrammo su kilogrammo.

«NESSUN PROVVEDIMENTO»
L'associazione con sede a Roma denuncia così come in quel frangente da palazzo Balbi non venga preso «alcun provvedimento», nonostante in un rapporto della Ulss di Verona datato novembre 2017 si evidenzi «la presenza di alcune sostanze Pfas» tanto da demandare all'ente prelevatore per la valutazione di competenza e l'eventuale adozione di misure o provvedimenti sanitari». La situazione già preoccupante all'epoca lo è divenuta ancora di più perché nel tempo l'agenzia per la sicurezza alimentare dell'Unione europea (si tratta dell'Efsa) ha progressivamente abbassato ed in maniera drammatica le soglie dei Pfas considerati tollerabili nell'organismo umano. Soglie che peraltro per una parte rilevantissima della comunità scientifica dovrebbero essere pressoché pari allo zero.

L'EFSA E I LIMITI PIÙ STRINGENTI: LO SCENAERIO SI AGGRAVA
«L'esposizione della popolazione generale ai Pfas - si legge in un documento dell'Efsa del 2020 - avviene in massima parte per via alimentare, attraverso il consumo di alimenti e acqua. Gli alimenti vegetali possono essere contaminati dal terreno e dell'acqua utilizzati per coltivarli». La contaminazione da Pfas per gli alimenti di origine animale invece, va spiegata con le concentrazioni che via via si cumulano nelgli organismi degli animali ad uso alimentare tramite l'acqua che questi bevono o tramite i mangimi che costituiscono la dieta di questi animali.

UN VERDETTO SENZA APPELLO: PIANURA PADANA SOTTO SCHIAFFO
La conclusione di Greenpeace è senza appello: a distanza di molti anni, come emerge chiaramente dalla cronologia di eventi richiamati nel rapporto, «manca un quadro chiaro ed esaustivo sulla contaminazione da Pfas negli alimenti, non solo provenienti dalla Regione Veneto, ma più in generale a livello nazionale, inclusa tutta l'area del Po». Una situazione che in qualche modo si è materializzata «nonostante i numerosi allarmi sollevati in seguito» alla diffusione degli esiti di numerosi tra «studi e monitoraggi». Tanto che ad oggi, questo è uno dei passaggi più gravi, «non sono stati presi provvedimenti per tutelare la salute pubblica, ad eccezione del divieto di pesca nella zona rossa in Veneto».

Secondo Greenpeace il mancato intervento delle autorità, di fatto, «vìola il principio di non discriminazione e, nelle aree del Veneto più contaminate, crea le cosiddette zone di sacrificio, com’è avvenuto ad esempio a Taranto per l'inquinamento provocato dall'Ilva e nella Terra dei fuochi in Campania: dove la popolazione è costretta a vivere in condizioni sproporzionatamente peggiori e pericolose rispetto al resto d'Italia». Nel Belpaese peraltro il problema della diffusione dei Pfas, sostanze che vengono usate in mille ambiti industriali, non riguarda solo l'epicentro veneto, ma tutta la penisola. Una riprova in tal senso è la mappa dei siti inquinanti in Europa coordinata dal quotidiano transalpino Le Monde in seguito ad una inchiesta realizzata da un pool di giornalisti investigativi del Vecchio continente. Tanto che da mesi gli attivisti della rete ecologista veneta parlano di «emergenza inesorabilmente destinata ad amplificarsi». Ma come la pensa l'esecutivo regionale veneto al riguardo? Chi scrive ha contattato direttamente il presidente della giunta regionale, il leghista Luca Zaia. Da quest'ultimo però, almeno per il momento, non è giunto alcun commento.

LEGGI IL RAPPORTO DI GREENPEACE ITALIA

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