Coronavirus, fioccano le polemiche lungo l'asse Santorso Vicenza

Coalizione civica parla di criticità dell'hub dedicato all'emergenza mentre nel capoluogo c'è ansia per un caso di Covid-19 all'Ipab Trento

Uno scorcio dell'ospedale di Santorso (foto di Marco Milioni)

Personale carente già prima che esplodesse il caso coronavirus, infermieri mandati allo sbaraglio in una unità specializzata per il Covid-19 senza una formazione adeguata, una struttura che rischia di grippare già prima di partire. È questa l'istantanea sulla situazione all'Ospedale di Santorso scattata da Coalizione civica di Schio che in una nota diramata oggi 28 marzo fa il punto della situazione sullo stato del nosocomio dell'Alto vicentino recentemente trasformato in centro specialistico, hub in gergo, per contenere il contagio. Ma quelle distillate da Coalizione civica non sono le uniche critiche distillate all'indirizzo del sistema sanitario regionale veneto: frattanto all'Ipab di Vicenza si parla di un caso di infezione gestito in modo poco opportuno che avrebbe creato una situazione di ansia tra personale, ospiti e parenti degli ospiti.

DATI E CIRCOSTANZE DELLA DENUNCIA
La nota redatta stamani da Coalizione civica di Schio porta la firma di Carlo Cunegato e di Giorgio De Zen. I due nello snocciolare dati e circostanze della situazione a Santorso si dicono molto preoccupati: «I pazienti Covid in terapia intensiva - si legge - sono molto difficili da trattare. Molti degli infermieri destinati alla stessa terapia intensiva e riconvertiti da altri reparti, nonostante l'impegno straordinario che stanno profondendo, non hanno mai avuto esperienza in rianimazione e si stanno formando sul campo. Devono essere affiancati da infermieri esperti... Serve almeno un medico anestesista ogni dieci pazienti, ma a Santorso ci sono solo quattordici anestesisti, che, se pensiamo a turni di otto ore, sono poco più di tre a turno. Considerando che alcuni di loro, puliti, come si dice in gergo,  debbono essere presenti nel punto nascite, si è calcolato che con questo personale si potrà fare fronte al massimo a venti pazienti in terapia intensiva».

Segue un'altra considerazione molto amara: «Stiamo pagando i tagli e la disorganizzazione precedente, perché gli anestesisti erano già in deficit, sette in meno rispetto a quanto previsto. Ma il piano di riorganizzazione partiva da qui, dal computo corretto delle risorse disponibili. Diventa inutile anche mandare i respiratori, se non c’è personale. Da giorni si aspetta l'arrivo di personale medico e infermieristico. Finora non ci sono certezze e le preoccupazioni sono sempre più evidenti. Quando arriveranno i malati, la struttura deve essere in grado di accoglierli. Facciamo appello quindi alla Regione perché al più presto venga mandato il personale medico e infermieristico necessario, perché senza di esso le strutture e le attrezzature servono a poco».

INQUIETUDINE ALLA CASA DI RIPOSO BERICA
A Vicenza la situazione non è meno preoccupante. Mentre si addensano le nubi sul personale dell'Ulss berica che sarebbe contagiato (si parla di una trentina di soggetti con trend in rapida crescita) in queste ore si sarebbe manifestato un contagio anche all'istituto Trento, una delle case di cura per anziani più note in città che fa parte del circuito Ipab di Vicenza. Il 17 marzo è arrivata in istituto una anziana protetta da una mascherina (i cui parenti saranno poi trovati positivi al coronavirus) «senza che al personale venisse fornita qualche direttiva particolare e senza che fossero prese precauzioni particolari» visto che la degente per ben quattro giorni sarebbe stata trattata come una normale ospite. Nel frattempo dalla direzione del Trento sarebbe stato chiesto un tampone che avrebbe dato esito positivo al Covid-19. Questi almeno sono i timori espressi da alcuni dipendenti.

La voce si è quindi sparsa tra questi ultimi i quali temono «una bomba ad orologeria in seno ai corridoi dell'istituto». Tra il personale per di più, tra il quale ci sono molti addetti di una certa età che potenzialmente sono più deboli e potrebbero contagiare i propri familiari, si è diffusa una certa preoccupazione proprio perché «non sono chiari i criteri in base ai quali l'ospite è stata ammessa». E mentre al Trento c'è chi vive ore di tensione sulla vicenda è il sindacato di base Usb a prendere la parola con Federico Martelletto, segretario provinciale per la funzione pubblica. «Noi - fa sapere quest'ultimo - siamo davvero preoccupati per quello che sta succedendo all'Ipab. E siamo preoccupati perché abbiamo saputo che il personale non è dotato di mascherine ad hoc per questo genere di circostanze, ma di semplici mascherine chirurgiche che non proteggono medici e operatori da eventuali infezioni da Covid-19». Chi scrive ha contattato il presidente di Ipab Ermanno Angonese nonché l'assessorato ai servizi sociali del Comune di Vicenza senza però, almeno per il momento, ottenere alcuna risposta.

PARLA LA DIREZIONE GENERALE
Epperò a parlare per i vertici di Ipab è il direttore generale, ovvero la dottoresa Annalisa Bergozza. La quale si dice sicura della bontà della condotta dell'ente assistenziale puntualizzando anche alcuni aspetti. «Anzitutto alla nostra ospite, che è asintomatica, il tampone è stato effettuato quattro giorni dopo il suo ingresso perché così ci è stato comunicato dal suo medico curante. La donna infatti è stata accolta in istituto perché era caduta in casa e vivendo da sola i familiari ci avevano chiesto di tenerla da noi per un mesetto». Poi un'altra puntualizzazione: «I protocolli ministeriali e quelli regionali che li recepiscono stabiliscono che in casi del genere sia per i dipendenti sia per i degenti le mascherine chirurgiche sono in linea con gli standard richiesti. Non appena abbiamo saputo della positività al test abbiamo disposto l'isolamento della signora e quello della sua compagna si stanza. Per quest'ultima stiamo attendendo il risultato del test. Le procedure sono state seguite al millimetro e al contempo l'Ulss è stata informata passo passo: motivo per cui possiamo dire che la situazione è sotto controllo e che noi siamo tranquilli anche perché l'Ipab grazie ad una generosa donazione ha a disposizione oltre 40mila mascherine chirurgiche. È vero che diversi dipendenti sono stati dotati di mascherine con protezione maggiore, le cosiddette Ffp2, ma si tratta di una precauzione ulteriore rispetto ai protocolli canonici».

LO SCENARIO
Ad ogni buon conto lo scenario complessivo non volge al bello. Sui media fanno capolino le notizie in cui il governatore veneto Luca Zaia (Lega) viene preso di mira. C'è la vicenda delle mascherine prodotte dalla Grafica Veneta spa e distribuite in queste ore dalla protezione civile regionale. Secondo il deputato veronese del Pd Alessia rotta quei dispositivi non sono altro che «carta igienica» mentre lo stesso Zaia avrebbe disatteso le promesse sui tamponi a tappeto per tutti i veneti che manifestano anche lievi sintomi d'un eventuale contagio. Ci sono le accuse verso il governatore rilanciate dall'ex senatore del Pd Laura Puppato, la quale ha dato conto delle doglianze di una residente della provincia di Vicenza che, positiva assieme al marito al coronavirus, lamenta di avere ricevuto cure non all'altezza dall'ospedale di Santorso.

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IL J'ACCUSE DEL COVEPA
E poi c'è il Covepa, un coordinamento ecologista che da anni si batte contro la realizzazione della Superstrada pedemontana veneta, meglio conosciuta come Spv. Oggi sul blog del coordinamento è stato pubblicato un intervento peno di sarcasmo in cui, fra le tante, si accusa Zaia di fare la voce grossa con i veneti che vanno a fare la spesa un paio di volte alla settimana mentre «i veri untori sono quegli industriali, per fortuna tra loro c'è anche gente da bene rispetta le regole, che tengono aperte le attività in modo più o meno surrettizio. A scrivere il dispaccio, per inciso, è stato l'architetto Massimo Follesa, il portavoce del Covepa. Follesa sul funzionamento della macchina sanitaria regionale per l'emergenza Covid-19 dice di conoscerne bene alcuni meccanismi visto che è stato ricoverato e poi dimesso dall'ospedale per una polmonite da coronavirus. «I tamponi - fa rilevare ancora l'architetto rivolgendosi a Zaia - non basta farli, i tamponi vanno processati in laboratorio. E per fare questo oltre ai macchinari che fino a ieri scarseggiavano, servono i reagenti. E poi servono tecnici specializzati, medici, microbiologi: insomma personale che per vent'anni» la classe dirigente e politica del Veneto ha tagliato continuamente, il che è avvenuto anche per «i posti letto reali». Nella sua disamina Follesa attacca anche lo strumento del project financing (o partenariato pubblico-privato) che sia nell'ambito delle infrastrutture sia nell'ambito sanitario avrebbe avvantaggiato i privati a detrimento della collettività.

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