Miteni, l'inchiesta bis scatena le accuse contro la Regione

Per l'affaire Pfas un procedimento per altri reati ambientali coinvolge gli ex manager della fabbrica dell'Ovest vicentino oggi al centro anche di uno scandalo per presunta bancarotta: M5S e Greenpeace chiedono che si indaghi anche su palazzo Balbi

Una manifestazione «No Pfas» a Trissino (repertorio Today.it, foto Marco Milioni)

La notizia del possibile rinvio a giudizio di otto persone tra ex soci ed ex manager della Miteni di Trissino nell'ambito di un secondo filone della inchiesta per la maxi-contaminazione da derivati del fluoro, i temutissimi Pfas, che ha interessato tutto il Veneto centrale (ma c'è anche una accusa di bancarotta fraudolenta), ha scatenato una ridda di reazioni. Alcuni gestori del servizio idrico del comprensorio e due esponenti del M5S ieri 6 agosto hanno messo nero su bianco il proprio pensiero tra cui spicca il j'accuse del M5S il quale chiede che i riflettori della magistratura si accendano anche sui dirigenti della Regione Veneto.

IL PROLOGO
Da ventiquatto ore i media e le agenzia di stampa veneti rilanciano costantemente una notizia, che senza i dettagli del caso era già stata preannunciata in sede di commissione Ecomafie, ha sta destando molto scalpore. Oltre alla vicenda processuale già approdata al tribunale berico per il maxi inquinamento da Pfas che a cavallo tra il 2013 e il 2014 (ma la contaminazione va avanti da ben prima) ha colpito l'Est veronese, l'Ovest vicentino e il Sudovest della provincia di Padova, per l'affaire Pfas c'è un secondo filone di cui si era parlato da tempo. Un filone che riguarda una serie di reati ambientali più recenti legati alla immissione illecita nell'ambiente di alcune sostanze di fabbricazione più recente rispetto ai vecchi Pfas (ma sempre chimicamente affini), vale a dire i cosiddetti GenX e C604. Questo nuovo filone per presunti illeciti ambientali comprende anche una delicatissima inchiesta per bancarotta fraudolenta. L'accusa è che parte del vecchio management abbia agito nell'ombra per nascondere il reale stato di decozione della ditta in modo che quest'ultima non fosse gravata dagli oneri per i creditori a partire dall'onere della bonifica.

A chiedere che la magistratura si occupasse di questo secondo filone fu l'associazione ambientalista Greenpeace che nel 2018 presentò a Borgo Berga un dettagliato esposto). Per di più che la condotta dell'impresa potesse incappare nelle maglie dell'articolo 216 della legge fallimentare (la bancarotta fraudelnta) era stato spiegato per la prima volta proprio in un servzio di Vicenzatoday.it dell'ottobre del 2018. Ad ogni modo con accuse diverse o per reati ambientali o per reati di bancarotta si trovano indagati otto ex membri di spicco della galassia Miteni fra ex top manager ed ex soci. Sono Davide Drusian, Luigi Guarracino, Martin Leitgeb, Brian Anthony McGlynn, Antonio Alfiero Nardone, Achim Georg Hannes Riemann, Patrick Hendrik Schnitzer ed  Alexander Nicolaas Smit.

LE REAZIONI
La novità non ha lasciato indifferenti alcuni operatori pubblici che nel Veneto centrale gestiscono il ciclo integrato dell'acqua. I quali non più tardi di ieri hanno diramato una nota in cui spiegano, dal loro punto di vista l'importanza della novità emersa in questi giorni: «Perché è importante questa inchiesta? Perché confermerebbe - si legge - quanto sempre sostenuto dalle società idriche Viacqua, Acquevenete, Acque Veronesi e Acque del Chiampo: ossia che le condotte di inquinamento ambientale si sono protratte oltre il 2013, data di riferimento della chiusura del primo filone d’inchiesta, e quindi concretizzando anche fattispecie criminose previste dalla cosiddetta legge sugli ecoreati», una legge che per certi versi sanziona in modo ancor più preciso le condotte ambientali illecite e che rende meno probabile che l'inchiesta si areni per prescrizione.

Ma ieri è stato anche il turno di Enrico Cappelletti e di Sonia Perenzoni (il primo è il candidato del M5S alla carica di governatore del Veneto, la seconda è un ex consigliere del M5S di Montecchio Maggiore oggi candidata al consiglio regionale). Il primo in un dispaccio diramato ieri punta l'indice sulla Regione Veneto: «La vicenda Miteni è paradossale, perché mentre noi del Movimento Cinque Stelle denunciavamo l'eclatante caso di inquinamento tristemente noto, la Regione non solo ci minacciava di querela per procurato allarme, ma autorizzava l’azienda chimica a sintetizzare la nuova molecola del GenX. Molecola che a quanto sembra dalle risultanze delle indagini e dai probabili rinvii a giudizio dei dirigenti dell'impresa, è stata ritrovata in ambiente durante i sopralluoghi dei tecnici Arpav». Poi una stilettata a palazzo Balbi: «Non sarebbe il caso di mettere sul banco degli imputati non solo i manager della società, ma anche la dirigenza dell'amministrazione regionale veneta?». E sullo stesso binario si muove Perenzoni che in una nota diffusa sempre ieri rincara la dose: «Perché in Regione Veneto chi ha autorizzato con la mano destra la Miteni a trattare il GenX proveniente dall'Olanda non ha avuto polso con la mano sinistra per opportune o ulteriori verifiche sulla pericolosità o inquinamento della falda?».

LE IMPLICAZIONI
Ora le parole dei due candidati finiscono per pesare come macigni non tanto per una questione di querelle politica ma soprattutto se queste vengono lette in relazione ad alcuni avvenimenti passati. Quando l'associazione ambientalista Greenpeace depositò il suo esposto due anni orsono chiese esplicitamente all'autorità giudiziaria di vagliare l'operato dei funzionari della Regione e della Provincia di Vicenza. Alessandro Gariglio, legale di Greenpeace ai taccuini di Vicenzatoday.it fa sapere che «prima di ogni commento aspettiamo di vedere il fascicolo anche se apprendere dai giornali che, almeno stando alle prime, non ci sarebbe alcun indagato tra i funzionari degli enti pubblici interessati ad alcuni iter autorizzativi mi fa rabbrividire».

In questo senso le parole di Gariglio assumono un peso ancor maggiore se si considera che proprio Greenpeace (la quale da tempo invoca la nozione della norma vigente per cui ch inquina debba pagare) nel 2018 invocava il sequestro della Miteni non solo per i rischi ecologici ma anche perché ravvisando già in quel momento una situazione al limite del collasso economico, il gruppo ambientalista temeva che senza un sequestro il proseguo dell'attività sarebbe stato il prologo di una società che non solo avrebbe continuato a nuocere all'ambiente ma che non avrebbe giustappunto avuto le risorse nemmeno per provvedere ad una piccola parte della bonifica

I DUBBI
La questione di fondo a questo punto è una. Se la situazione ambientale e quella finanziaria dell'impresa erano tanto gravi (visto che per di più i detective dei carabinieri del Noe e della GdF avrebbero proditto una mole di elementi «incontrovertibili» tale da spingere le varie inchieste ben oltre la fase iniziale fino a sfociare da sfociare in una udienza preliminare e in una inchiesta prossima alla richiesta di rinvio a giudizio), come mai la magistratura non ha preso provvedimenti prima? E come mai non ha preso provvedimenti prima visto che questi non erano stati sollecitati formalmente più volte non solo da Greenpeace ma anche dall'avvocato padovano Giorgio Destro? Quest'ultimo tentò la strada del sequestro addirittura nel 2017: il che tra l'altro creò un attrito «acutissimo» tra il legale e la procura berica con quest'ultima che venne deferita alla procura generale di Venezia

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GLI EX LAVORATORI
Tuttavia, «per certi versi» la, situazione più «disastrata» la stanno «patendo» proprio gli ex lavoratori della Miteni. Da una parte si parla infatti di una ulteriore indagine che la procura berica sta conducendo in tema di danni alla salute cagionati dai cilci di lavorazione dei derivati del fluoro proprio alle ex maestranze: molte delle quali avrebbero livelli di Pfas nel sangue «da far raggelare il più distaccato dei medici». Dall'altra gli ex lavoratori, proprio per via del fallimento, «avanzano dall'azienda una barca di soldi» tra spettanze non pagate e altre voci consimili rispetto alle quali lo spettro del fallimento aveva già messo parecchio in forse la possibilità di riavere almeno una parte del dovuto. In questo scenario di dubbi palesati a più riprese sullo stato economico della Miteni non si è ancora capito con precisione come mai il commissario prima e il curatore poi abbiano dato disco verde al concordato e appresso al fallimento visto che tra gli obblicghi del commissario c'è proprio quello di impedire che peggiorino le condizioni dell'impresa in relazione all'obbligo di onorare gli impegni verso i creditori. In questo frangente sono proprio gli ex lavoratori a vantare un diritto specifico per valutare se nel percorso tormentato che ha portato la fabbrica trissinese al fallimento ci siano state condotte che hanno travalicato la sfera penale tanto da ricomprendere gli stessi ex lavoratori tra le parti offese di quello o di altri procedimenti per reati fallimentari. Frattanto dell'affaire Pfas si torna a parlare anche sui media nazionali: due giorni fa è stato il magazine l'Internazionale a dedicare alla vicenda un lungo approfondimento.

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