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«Lenticchie e tampone», sanità alla deriva al tempo del Covid-19

Nonostante gli avvertimenti appassionati di molti specialisti, governo e Regione Veneto hanno abbandonato sequenziamento e tracciamento che sono tra le più efficaci armi contro il coronavirus dando l'impressione che il vaccino sarebbe stato la panacea: e ora, ironia della sorte, incombe lo spettro di un nuovo lockdown che l'iniezione e il green pass avrebbero dovuto invece scongiurare

Tra l'estate e l'autunno svariati esperti, tra cui l'infettivologo Andrea Crisanti, avevano messo in guardia l'opinione pubblica. Poco ascoltati avevano spiegato che pur a fronte di un crescente numero di vaccinati la diffusione del coronavirus non sarebbe stata interrotta per magia perché il vaccino aiuta e parecchio per ridurre gli effetti della malattia una volta che l'ospite è contagiato, ma che l'iniezione da sola non può fare miracoli contro la diffusione del Sars-Cov-2. Un appello simile era giunto anche da molti attivisti del fronte degli scettici nei confronti del Green pass.

Allo stesso tempo diversi esperti, professor Crisanti in primis, la cosa era avvenuta prima nell'estate del 2020 e poi in quella del 2021, avevano caldamente suggerito ai vertici del sistema sanitario nazionale e a quello dei singoli sistemi sanitari regionali, Veneto in primis, di rinforzare al massimo le attività di sequenziamento (ovvero la tecnica di analisi del tipo di virus che ha contagiato l'ospite) e di tracciamento (ovvero la tecnica che permette di capire con un certo dettaglio quali soggetti sono stati in contatto col contagiato per capire se sono stati a loro volta contagiati in modo da garantirne quarantena e cura adeguata). Uno dei principali ostacoli ad operazioni di sequenziamento ben congegnate è dato dal fatto che durante le fasi di screening si è fatto molto affidamento sui tamponi cosiddetti rapidi, che però hanno un alto tasso di insuccesso perché spesso non si accorgono che il virus è già entrato nel corpo aggredito.

Lamentarsi di questo (lo aveva fatto Crisanti, lo avevano fatto alcuni sindacati a partire dalla Cub, addirittura con tanto di esposto alla magistratura redatto proprio nel capoluogo berico: anche i Verdi del Veneto erano finiti sul piede di guerra peraltro) fino a qualche mese fa costituiva un tabù. Basti pensare al piglio da pantocratore con cui il coordinatore delle infettivologie venete Roberto Rigoli su Vicenzatoday.it descriveva le magnifiche sorti progressive dei test rapidi.

Un placido sonno interrottosi pochi giorni fa quando i contagi sono schizzati alle stelle. In quel momento i reticenti (un gruppo tanto coeso quanto trasversale costituito da un pezzo preponderante della comunità scientifica, un pezzo preponderante della comunità politico-economica e un pezzo preponderante del circuito mediatico mainstream) ha dovuto silenziosamente e di nascosto abbassare il capo e ammettere ciò che sapeva ma che non poteva ammettere. Ossia che i test rapidi non sono uno strumento così efficace e che l'aver fatto sconsideratamente affidamento pressoché esclusivo su questi ultimi in una col vaccino e col green pass per i desiderata di un pezzo dei poteri costituiti, a partire dal mondo dell'industria e del terziario, per dare modo al sistema produttivo di proseguire, più o meno indisturbato, la sua routine, ha significato mettere il turbo alla circolazione del virus.

La cui propagazione è anche da ascriversi ad una efficacia finire del previsto dei vaccini, quanto meno in termini di durata. Dire queste cose oggi, con i buoi da mesi scappati dal recinto, visto che il tracciamento è andato a remengo, può sembrare retorica. Tuttavia riconoscere gli errori per non caderci di nuovo sarebbe il minimo. Sempre che l'errore non sia voluto: in questo caso i rimedi sarebbero o nella pratica esorcistica o nelle pene previste da un codice penale i cui sacerdoti pare danni abbiano adottato un green pass non scritto dedicato solo ai colletti bianchi.

Questa situazione che, dopo l'epifania, ironia amara della sorte, rischia di rigettare il Paese in una sorta di lockdown generalizzato, sembra però non avere scosso minimamente i convincimenti di chi siede al governo nazionale o della Regione Veneto. Ne è prova una redcentissima circolare della direzione generale della sanità veneta. La quale, magari benedetta da Roma,  con il pretesto di ottimizzare l'utilizzo dei test molecolari, i più idonei per identificare il contagio da Covid-19, di fatto ne restringe l'utilizzo solo in determinati casi.

Il tutto avviene per di più con la tipica ipocrisia del linguaggio burocratico italiano. Perché trattandosi di direttive generiche, sarà ancora una volta il medico di famiglia, che interpretando il documento in modo più o meno elastico, deciderà se il paziente possa o non possa beneficiare del test molecolare, anche in ragione del fatto che le prescrizioni delle circolari, sono nella gerarchia delle fonti del diritto una sorta di carta straccia avvolta in una preziosa pergamena. Tanto che l'effetto di questa misura sarà quello di permettere al virus di circolare ancora di più e al contempo di impedire il riconoscimento preciso del contagio a coloro che non potranno permettersi privatamente un tampone molecolare.

E così la giostra delle responsabilità torna al punto di partenza del gennaio del 2020. Se i sistemi sanitari nazionali e regionali fossero stati all'altezza e se negli anni fossero stati implementati a dovere tante morti, tanti feriti, tanti contrattempi, tanti scossoni per il tessuto sociale, psicosociale e economico non ci sarebbero stati. Le inchieste giornalistiche di questi mesi hanno scoperchiato un bel po' di vasi di Pandora, ma l'opinione pubblica al momento ha deciso di non reagire. Certo la perfezione non è ambito di questo mondo, ma le cose sarebbero andate assai meglio se almeno si fossero identificate le pecche pregresse e con buona volontà e trasparenza si fosse cominciato a cambiare rotta.

Invece la stratificazione di incompetenze, clientelismi, pressioni indicibili di lobby varie e di alcuni alcuni settori privati, il tutto condito con corruzioni e malversazioni varie, hanno ridotto il sistema Italia a quell'agglomerato che ha dovuto fronteggiare il virus. Il tutto nonostante lo sforzo encomiabile della maggioranza del personale socio sanitario. Ed è il motivo per cui in questo scrocio di San Silvestro il Veneto (ma non solo il Veneto), è costretto a festeggiare «con lenticchie e tampone» come si legge grazie alla ironia dei comentatori sui social network al posto che con le più tradizionali lenticchie e zampone. Dal governo Conte a quello Draghi, fino alla giunta Zaia (per non parlare della pletora di dirigenti a corredo, il cui potere più sfuggente non è certo minore) e fino alla Confindustria e parenti suoi, sono parecchi coloro che dovrebbero finire in castigo dietro la lavagna. Ma il popolo che avrebbe il diritto e il dovere di pretendere tutto ciò è meglio di chi merita un po' di bacchettate sulle mani?

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