Ex popolari, i risparmiatori vicentini contro Baretta

L'associazione «Noi che credevamo nella BpVi critica le esternazioni dell'ex sottosegretario per il crac «della cugina» Veneto banca: interviene anche Zaia

Una protesta di piazza contro il crac delle ex popolari venete Foto Marco Milioni

Con un lungo intervento diramato domenica sera l'associazione berica «Noi che credevamo nella banca popolare di Vicenza» interviene nella polemica politica che si è scatenata in questi gironi sui motivi reali che avrebbero affossato l'istituto di credito cugino della BpVi, ossia Veneto banca. Più segnatamente l'associazione dei risparmiatori azzerati presieduta da Luigi Ugone attacca l'ex sottosegretario democratico all'economia Paolo Baretta accusando l'allora governo, il governo capitanato da Matteo Renzi del Pd, di non avere sufficientemente vigilato sul tema della tutela del risparmio.

In realtà la polemica era deflagrata un paio di giorni fa quando La Tribuna di Treviso aveva dato ampio spazio al pensiero proprio di Baretta. Il quale aveva finito per attribuire le colpe del collasso di Veneto banca alla mancata ricapitalizzazione dell'istituto di Montebelluna da parte dei grandi soci della banca. La critica peraltro è stata condita con una serie di dure accuse di miopia ai vertici della classe imprenditoriale del Veneto. Ad ogni buon conto VeBa, come è accaduto anche per BpVi è poi clamorosamente collassata lasciando in braghe di tela una marea di azionisti grandi e piccoli. E dando vita così ad uno dei più grandi scandali bancari della storia del Paese. Baretta peraltro nella sua intervista non aveva lesinato critiche nemmeno al governatore della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, accusandolo di avere in qualche modo favorito il percorso che ha portato VeBa sul lastrico.

Ad ogni buon conto la reazione di Zaia non si è fatta attendere. Quest'ultimo in una nota diramata ieri poco dopo mezzodì si è espresso in termini molto netti. «Trovo tali accuse singolari e disarmanti - fa sapere il presidente della giunta regionale - perché il signor Baretta offende e attribuisce una patente di ottusità e modestia strategica a tutti gli imprenditori veneti, alle associazioni di categoria e ai loro vertici, affermando che non sarebbero stati in grado di decidere autonomamente se partecipare a decisioni fondamentali per il destino di una importante banca del territorio».

Poi un'altra considerazione: «Mi limito a constatare che da un uomo delle istituzioni... era lecito attendersi una diversa statura. Una domanda sorge comunque spontanea: qual è un esempio, uno soltanto, di salvataggio di successo di banche gestito dal governo Renzi? Una serie continua di disastri con soldi pubblici e dei fondi di garanzia dove, in nessun caso si sono salvati i soldi dei risparmiatori e, nel migliore dei casi, non si è risolto nulla perpetuando costosissime agonie».

Tuttavia le parole più dure sono quelle del coordinamento berico. Luigi Ugone, il presidente di «Noi che credevamo nella BpVi» in un dispaccio diramato ieri in serata punta l'indice contro Baretta: «Fuori dalla polemica politica, se il governo Renzi ha tutelato il risparmio, non si capisce che cosa sia stato bruciato nel capitale delle due banche… non crediamo si tratti di soldi del Monopoli». Poi un'altra sciabolata: «Non sono mancati i capitani veneti. Sono mancate verità e chiarezza... nonché il supporto di due soggetti come Unicredit e Banca intesa che inizialmente avevano promesso di acquistare le azioni che altri non avrebbero acquistato in sede di aumento di capitale. Appresso - aggiunge Ugone - è mancata la giustizia sempre da parte vostra quando avete deciso di non verificare in maniera approfondita le posizioni di Consob e Banca d'Italia poiché, se è vero che la gestione delle banche è stata disastrosa, altrettanto lo è stato il controllo che lo Stato tramite i suoi organi avrebbe dovuto garantire». L'ultimo affondo della associazione riguarda la secretazione degli atti della commissione speciale sulle banche voluta proprio dalla allora maggioranza di centrosinistra. Una secretazione, sostiene Ugone, che avrebbe aggravato il carico delle ingiustizie patite dai risparmiatori.

Tuttavia la querelle di questi giorni riporta d'attualità la domanda delle cento pistole. In buona sostanza come mai due prestigiosi istituti di credito come Veneto Banca e Banca, che da anni godevano di una certa qual nomea di solidità e serietà, sono finiti gambe all'aria? Ora al di là delle responsabilità penali gli atti prodotti da Bankitalia, Consob, dal parlamento, gli atti della magistratura conosciuti sino ad oggi, nonché le numerose inchieste giornalistiche hanno prodotto alcune evidenze convergenti. Le due banche negli anni avrebbero portato avanti una politica scriteriata di concessione del credito a soggetti non meritevoli, una politica industriale che alla fine le avrebbe messe ko.

Per di più chi ha beneficiato di questa manica larga sono stati spesso imprenditori, piccoli e grandi, i quali «facevano parte di quel kombinat» che in qualche modo storicamente si identificava nel gotha politico-finanziario regionale (da destra a sinistra senza distinzione di colore politico) con ammorsature di rilievo anche a livello nazionale ed internazionale. Tanto da far emergere che una parte del cosiddetto miracolo del Nordest altro non è stato che il frutto di una bolla finanziaria artatamente occultata. Una bolla che però negli anni ha fatto comodo non solo ad una imprenditoria poco lungimirante, ma pure ad una classe politica veneta che ha potuto consolidare nei decenni il proprio consenso grazie ad un benessere diffuso. E che nei confronti dei vertici delle due banche si era sempre mostrata tanto grata quanto deferente.

In questo scenario è ancora da scrivere la pagina dedicata agli organi di controllo nazionale. Se è vero quello che recentemente la vigilanza di Consob e Bankitalia (quest'ultima è anche parte civile nei due maxi processi per il collasso delle due banche, i cui vertici sono accusati di ostacolo alla autorità di vigilanza) hanno distillato, come mai i due organi durante gli anni passati mai si accorsero che gli edifici di Montebelluna e Vicenza stavano sbriciolandosi pur a fronte di precise e circostanziate (quanto solitarie peraltro) denunce da parte di alcuni preoccupati azionisti nonché da parte di alcune associazioni di consumatori, Adusbef in testa?

In un contesto del genere non può essere sottaciuta l'analisi distillata dal quotidiano Vicenzapiù.com, il quale non più tardi di ieri ha rivelato, spiegando di avere prove incontrovertibili, una serie di indebite pressioni dei vertici di Bankitalia nei confronti di Veneto banca affinché quest'ultima, durante la tormentata stagione della perdita di valore delle azioni delle ex popolari venete, accettasse di convolare a nozze proprio con BpVi. Un matrimonio nel quale Vicenza però avrebbe fatto la parte del leone lasciando a Montebelluna quello di ancella. Si tratta di pressioni che si sarebbero concretizzate durante un incontro riservatissimo tra l'allora presidente di Veneto banca Flavio Trinca, l'allora presidente di BpVi Gianni Zonin e il capo della vigilanza di via Nazionale Carmelo Barbagallo.
 

Si tratta chiaramente di una questione delicata, che potrebbe richiedere il vaglio attento da parte della magistratura nonché della commissione bicamerale sul caso banche. Il motivo è presto detto. Come fa Bankitalia a considerarsi vittima dell'occultamento della situazione finanziaria da parte delle ex popolari venete se a queste due andava suggerendo, tifando per BpVi peraltro, come maritarsi e quale peso attribuire alle due governance dopo il matrimonio? Il quesito è dirimente anche perché Bankitalia, anche davanti alla commissione bicamerale, ha sempre negato di aver esercitato pressioni sui due istituti. 

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