Domenica, 19 Settembre 2021
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Si vis pacem, prove tecniche per riscrivere la Liberazione

Il 25 aprile è purtroppo passato quasi in sordina anche quest'anno se non per i soliti scoppi di mortaretti fatti di provocazioni e schermaglie come il solito, grottesco, necrologio del duce sui giornali. E poi il "caso Donazzan". L'assessore, come ogni anno, va alla busa di Lusiana per "celebrare tutti i connazionali che hanno combattuto durante la guerra civile". Inevitabili le reazioni, come le conseguenti minacce di querela. Ma la Liberazione è tutto fuorché divisione

I martiri della Valle delle Lore

Ventisei aprile 2021. Un insegnante delle scuole superiori racconta ai taccuini di Vicenzatoday che il giorno dopo il 25 aprile ha chiesto ai suoi alunni se sapessero che cosa fosse successo quel giorno del 1945 che viene celebrato ogni anno come la “Festa della Liberazione”: «Uno studente ha risposto: "Mio padre mi ha detto che il 25 aprile i partigiani hanno iniziato la prima guerra mondiale”. Un altro, invece: “Abbiamo festeggiato San Marco, il santo patrono del Veneto”. Il resto della classe non sapeva proprio che festa fosse». Diligentemente, con pazienza, l’insegnante ha spiegato sconsolato agli alunni cos’è il 25 aprile e cos’è successo 76 anni prima. L’episodio si commenta da solo. Viviamo  in un’Italia dove la memoria storica sembra essere ormai solo un orpello, relegata se va bene al database di Wikipedia; in un’Italia in emergenza sanitaria dove si sprecano fiumi di parole sulla Dad; dove ci si scontra sulla scuola in presenza o meno, dove la scuola sembra essere necessaria più per permettere ai genitori di andare al lavoro e parcheggiare i figli che non per fornire ai giovani un’educazione. L’istruzione sembra essere un accessorio, una cosa secondaria, un qualcosa da sbrigare in fretta, la storia sembra sia diventata un qualcosa che sa di vecchio e che può essere revisionato a piacimento tra le mura domestiche e nei discorsi pubblici.

TRA GITE FUORI PORTA E IL NECROLOGIO DI MUSSOLINI

E la Liberazione? Per molti ormai sembra essere solo un mero  giorno di festa, il cui ricordo si va sbiadendo. Un giorno che se non cade di domenica è meglio, così si può andare a fare un giro fuori porta, sempre che non ci siano restrizioni per la pandemia  che, diciamolo, qui vengono rispettate con la solita furbizia italiana. Come ogni giorno di festa, sancito come tale dalla Repubblica italiana, il 25 aprile ha fatto la fine di un giorno in cui, se non cade di domenica,  gli studenti stanno a casa (se non lo sono già perché in Dad) e i genitori non vanno al lavoro (se già non sono in cassa integrazione o, ancor peggio, disoccupati). E poi ci sono quelli che sanno benissimo che cos’è la Liberazione, ma solo a sentire la parola in loro nascono dei fastidiosi pruriti, se non di peggio. C’è chi, giusto per ribadire il mussoliniano concetto del “Me ne frego”, si prende la briga di far pubblicare un necrologio per ricordare la morte di Benito Mussolini, con tanto di “chiamata alle armi” diretta a chi vuole partecipare alla commemorazione davanti al cimitero maggiore di Vicenza. E infine, è doveroso dirlo, c'è anche chi non risparmia sterili provocazioni ai "fascisti", giusto per dimostrare di essere "compagni".E intanto si scava ancora un po' la fossa al 25 aprile.

IL BUS  DE LA SPALUGA

Il 25 aprile, da anni, è poi il giorno scelto dall'assessore all’Istruzione della Regione Veneto per andare al bus de La Spaluga in località Monte Corno a "commemorare tutte le vittime della guerra civile ’43 – ’45”. Sono parole di Elena Donazzan, divulgate attraverso un comunicato stampa. Ma perché Monte Corno, sulla strada tra Lusiana e Granezza? Il posto non è scelto a caso. Per capire bene, bisogna rispolverare un pezzo di storia di quei luoghi che furono scenario delle battaglie dei partigiani contro tedeschi, fascisti e collaborazionisti.

C’era una volta il Cst, il Corpo di Sicurezza Trentino, in tedesco Trientiner Sicherungsverband (TSV), milizia istituita nel 1944 dalle forze di occupazione tedesche, la cui missione era quella di difendere l’Alpenvorland, lo “staterello” costituito  dal Commissario Supremo Franz Hofer, Gaulaiter del Tirolo e del Vorarlberg, levando all’amministrazione italiana le province di Belluno, Trento e Bolzano. Una mossa strategica per spianare la strada alle truppe del Reich sul fronte del Brennero. La missione faceva però sconfinare le truppe della Trientiner Sicherungsverband anche nel Vicentino, con l’ordine di rastrellamento e rappresaglia contro i partigiani. Molti componenti del Cst erano giovani trentini precettati, anche con minacce di ritorsione verso le loro famiglie.

In questo scenario, il 1 marzo del 1945, una squadra del Cst, agli ordini del capitano Sanden, massacrò 6 giovani partigiani (quelli della foto) a Valle delle Lore, in quel di Lugo di Vicenza. Il padre di alcuni di quei ragazzi si chiamava Antonio Carollo, detto “Toni Sajo”. Toni era stato picchiato, torturato e costretto, con le botte, a passare in rassegna le scarpe tolte ai 6 ragazzi morti, per vedere se conosceva quelle dei suoi 3 figli. I partigiani risposero alla strage e il 29 aprile del ‘45, i componenti della Brigata “Fiamme Rosse”, del Gruppo Brigate “7 Comuni”, giustiziano e gettano nella voragine del buso della Spaluga, a Covolo di Lusiana, 13 militi del Cst e un sergente tedesco loro comandante, che avevano partecipato al massacro delle Lore. Il 4 maggio ’45 Sanden venne giustiziato personalmente da Antonio Carollo “Toni Sajo” e da Battista Carollo “Titon”, altro figlio di Toni.

IL 25 APRILE DI ELENA DONAZZAN 

Ogni anno, vicino al buso della Sparluga, si celebra una messa. Vengono commemorati quei morti della milizia trentina? "Assolutamente no", dice Elena Donazzan, la quale nel 2018 - come riporta il Secolo d'Italia - disse : “La foiba di Lusiana è il luogo che abbiamo scelto anni fa come simbolo dell’altra faccia del 25 aprile ed in cui ci recheremo anche quest’anno per commemorare i morti di una guerra civile che l’ufficialità troppo spesso ignora: un gesto che ritengo doveroso, sperando presto i tempi siano maturi per una piena e sentita pacificazione nazionale”.

L’altra faccia del 25 aprile, ovvero: Donazzan non festeggia la festa della Liberazione dal nazifascismo, va a Monte Corno perché, come spiega in una nota dell'altro ieri, sente il dovere di “consegnare definitivamente alla storia quei fatti che videro i nostri connazionali sacrificare la propria vita chi per l'onore d'Italia, chi per la libertà, ma con pari dignità”, aggiungendo che “Celebrare la libertà di ieri, privi oggi in epoca di coprifuoco della completa libertà garantita dalla Costituzione di vivere nel rispetto altrui, andare al ristorante, fare impresa, dare da mangiare ai propri figli, ha il sapore amaro della beffa”.

Non è difficile capire chi siano le vittime “per l’onore d’Italia” e quelle “per la libertà”. I termini “fascisti”, “partigiani” “Liberazione” non compaiono nel suo discorso. Un discorso che, nel 2021 – l’anno della pandemia - sembra volere consegnare definitivamente la Liberazione all'oblio, tanto che il 25 aprile diventa l'occasione anche per una stilettata sulle disposizioni del Governo contro l’infezione da coronavirus. Lo si legge a chiare lettere nel comunicato dell’assessore all’Istruzione della Regione Veneto: "Come si fa a celebrare la libertà di ieri se oggi c'è il coprifuoco, se manco si può andare al ristorante?». Sono parole che parlano alle pance delle italiani, non alla loro memoria storica, parole che sembrano suggerire, senza dirlo esplicitamente, che i tempi sono maturi per sostituire la parola “Liberazione” con “Pacificazione nazionale”. Sono parole che sembrano suggerire che fascisti e partigiani dovrebbero essere messi sullo stesso piano, perché entrambi vittime di una “guerra fratricida”. Il tutto tirando fuori dal cilindro il solito discorso del “superamento delle lacerazioni della guerra civile”. 

LA GUERRA È FINITA

Ogni guerra, e ancor di più una guerra civile è storia di sangue, di dolore e di disperazione. Sembra banale dirlo, ma è giusto ricordarselo. Ma la guerra di Liberazione è soprattutto la storia di una vittoria per la libertà e la giustizia; è una storia che ha messo fine a un regime violento e crudele al quale hanno aderito volontariamente molti italiani; la storia di un tributo di sangue per scacciare un invasore straniero altrettanto feroce. È principalmente questo, oltre che la storia di gente ridotta alla stremo, stanca di barbarie e di morti, il cui unico desiderio era la pace. È superfluo dire che ci sono vendette in una guerra civile, ma è pericoloso dire, adesso, che l'eco della guerra civile rimbomba ancora, che esiste ancora un odio profondo tra gli italiani da curare con una “pacificazione nazionale”. Nessuno, nel 2021, in Italia, va a caccia di neo fascisti, di nostalgici del regime e tantomeno di chi è di destra. Non ci sono faide che durano da più di 70 anni. E il partito fascista, per legge, non si può ricostituire.

La domanda sorge quindi spontanea: di cosa stanno parlando Donazzan e Giovine quando parlano di “pacificazione nazionale”? La pacificazione nazionale c’è già: in  Italia è iniziata il 25 aprile, una giornata che, purtroppo, ogni anno che passa, diventa sempre più solo l'occasione per una gita fuori porta (se non c'è un virus che circola). Il 25 aprile, invece, è la base sulla quale si fonda la Repubblica. Lo è anche se non si "può andare al ristorante". La maggior parte degli italiani non pensa che sia un momento per rispolverare vecchi rancori, men che meno dopo 76 anni e in un momento in cui la memoria storica rischia di cadere sotto al peso dell'indifferenza.

E se poi qualcuno vuole ricordare tutte le vittime civili, di qualsiasi colore e di qualsiasi guerra, allora quella giornata è già prevista, anche se in pochi la conoscono. Cito la legge dello Stato del 25 gennaio 2017, pubblicata nella Gazzetta ufficiale n. 36 del 2017 ed entrata in vigore il 28 febbraio 2017: “La Repubblica riconosce il giorno 1° febbraio di ciascun anno quale «Giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo», al fine di conservare la memoria delle vittime civili di tutte le guerre e di tutti i conflitti nel mondo”. Perché chi vuole “commemorare tutti i caduti e le vittime della guerra civile '43-'45” non lo fa quel giorno? Perché c'è la necessità di farlo proprio il 25 aprile? La questione va da sé che non è fatto privato, ma politico, perché sennò la visita sul Monte Corno sarebbe stata fatta in silenzio, perché è vero che i morti meritano almeno di essere lasciati in pace.

LA "PACIFICAZIONE NAZIONALE"

E se  l'intenzione di qualcuno fosse quella di cambiare nome e memoria della festa della Liberazione, magari chiamandola “Festa della pacificazione nazionale”? Con chi dovrebbero far pace gli italiani di oggi? Con gli italiani "cattivi" del passato? La pace è stata fatta, perché siamo in una repubblica democratica che prevede, costituzionalmente, la libera espressione del pensiero. Nella guerra civile italiana ha vinto la democrazia e il 25 aprile è lì per ricordarlo, non è lì per fare vendette. Lo ha spiegato bene, nel suo discorso, il presidente del Consiglio Mario Draghi che di certo non è un comunista assetato di sangue che nel tempo libero prende il fucile per andare a caccia dei nipoti o dei bisnipoti dei fascisti.

Il premier, nelle celebrazioni del 25 aprile, ha ricordato che “non tutti gli italiani furono brava gente”. Vuol dire che la storia non si può mettere tutta in un calderone a seconda di certi pruriti, vuol dire che bisogna ricordarsi che molti italiani combatterono per la Repubblica di Salò e non difendevano l’Italia, ma la Germania di Hitler. Questa è storia, una storia che, oggi, non c’entra niente con la destra e la sinistra, ma c’entra con la Repubblica Italiana. Essere antifascisti non significa essere necessariamente di sinistra, come non è necessario essere di sinistra per essere democratici e per vivere in una Repubblica. Questa è la grande lezione della Liberazione, ancora oggi.

In un mondo dove l’opinione pubblica è diventata una cosa liquida, non servono più slogan o rivendicazioni di qualsiasi tipo. Il pugno chiuso, il definirsi oggi partigiano, sa di folklore, come il parlare di “pacificazione nazionale” è in odore di demagogia. La Liberazione, oggi, va oltre gli uomini e le ideologie, è un momento di riflessione su come fare al meglio il lavoro di consolidamento dei principi sui quali poggia la nostra Costituzione, un momento che serve a correggere le anomalie anti-democratiche del presente. 

SE VUOI LA PACE...

Eppure, anche questo 25 aprile, è andata in scena un’altra rappresentazione di provocazioni, schermaglie  e minacce di querele. È difficile pensare che l’assessore all’istruzione della Regione Veneto, iscritta al partito Fratelli d’Italia, non sapesse che avrebbe scatenato – come del resto ogni anno – la reazione di qualcuno andando alla messa della Spaluga. E così, il 25 aprile di Elena Donnazzan è finito nella solita bufera. Alcuni giornali hanno parlato di “commemorazione ai fascisti”, mentre alcuni consiglieri del Partito Democratico Veneto – non certo del Partito d’Azione - hanno fatto sentire la loro voce scrivendo, in una nota, di uno  “spettacolo indecente, una squallida provocazione che i veneti non si meritano”.

E poi è arrivata la risposta dell’assessore, che ha subito usato l’arma “democratica” della querela. “Mi tutelerò in sede legale nei confronti dei giornali che hanno pubblicato questa notizia palesemente falsa, tendenziosa ed infondata. Ho inoltre dato mandato ai miei legali di procedere anche nei confronti dei Consiglieri regionali del Partito Democratico, firmatari di una nota stampa in cui mi si accusa - testualmente - di aver ‘festeggiato’ “il 25 Aprile rendendo omaggio alle milizie naziste”, ha scritto Donazzan in un post sulla sua pagina Facebook, spiegando: “Come ogni anno, anche domenica mi sono recata a Lusiana in località Monte Corno per celebrare tutti (e sottolineo TUTTI) i connazionali che hanno combattuto durante la guerra civile ’43-’45 nell'ottica di una Pacificazione Nazionale”.. Ma è lecito chiedersi: cosa sarebbe successo se l'assessore all'Istruzione della Regione Veneto il 25 aprile fosse andata a "celebrare tutti le vittime della guerra civile" presso il Monumento agli Eroi Valle delle Lore nella Piazza di Mortisa? Non lo sapremo mai, quella è un altro tipo di strategia. 

Una vecchia tattica militare suggerisce invece di far uscire allo scoperto i nemici invocando la pace per poi dimostrare la propria forza. E che tattica è invece quella di invocare la "pacificazione nazionale" e dire all'“opinione pubblica” che l’unica cosa che si vuole è superare le lacerazioni, ma con gli avvocati già pronti a dare battaglia dietro l'angolo? 

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