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Il corteo nero e le lunghe ombre / La notte del tritolo

La prima parte del racconto di alcuni dei giorni più inquietanti vissuti nella Vicenza anni '90: dopo più di 25 anni emergono nuovi dettagli e oscure coincidenze

Pochi minuti prima dell’esplosione, in Via Torre 20 a Solagna, il silenzio è rotto solo da un vento gelido che spira dal Monte Grappa. È il 3 dicembre 1992 e non c’è nessuno al Blues bar. Nessun vociare di clienti, nessuna musica di sottofondo.

Alle 2.15, un boato.

Non è il rumore di un grosso petardo. La deflagrazione fa tremare per centinaia di metri tutti i vetri delle abitazioni vicine e le luci dalle finestre iniziano ad accendersi. L’entrata del bar è divelta e il fumo si alza quasi invisibile nella notte. Nessuna “bomba di Maradona”, nessuna bombola o perdita di gas. È un chilo di tritolo collegato a un timer, dentro a una sorta di campana per aumentarne la potenza.

Arrivano i carabinieri di zona e il proprietario, Armando Serino, un ventiduenne conosciuto per la sua appartenenza all’ambiente del Veneto Fronte Skinhead, è già lì davanti alle macerie. Non ci sono molti dubbi su quello che è successo, dubbi che saranno confermati poco dopo dagli uomini dell’Arma del comando provinciale e dagli uomini della Digos: è un attentato.

Nello stesso istante, a decine di chilometri di distanza

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