Covid-19, mascherine a rischio e «sotto chiave» per gli ospedali veneti

In alcuni nosocomi del Vicentino si sarebbero registrati i primi casi di scarsa disponibilità. Per la Cgil il problema è noto ma intanto il sindacato attacca palazzo Balbi per le politiche sanitarie degli ultimi vent'anni: «tagliati 400 posti letto in intensiva»

Una manifestazione a Schio contro i tagli nella sanità veneta (repertorio, foto di Marco Milioni)

In gergo tecnico si chiamano Dpi, ossia «dispositivi di protezione individuale sui luoghi di lavoro». Dopo l'esplosione del contagio da coronavirus (meglio noto come Covid-19) questi strumenti, ovviamente quelli di uso sanitario, sono finiti a ripetizione sui giornali. Calzari, guanti, occhiali tanto per citarne alcuni e soprattutto le mascherine, sono divenuti l'emblema stesso dell'emergenza. Si tratta di strumenti dal costo irrisorio, ma cruciali per la sicurezza del personale sanitario.

Il problema è che in alcuni presìdi territoriali nell'Ulss 8, quella che fa riferimento al Vicentino, e nell'Ulss 7, quella del comprensorio bassanese, questi strumenti stanno cominciando a scarseggiare. Tanto che si parla sempre più insistentemente di medici ai quali più o meno perentoriamente è stato detto «di andarci piano con l'uso delle mascherine» perché le scorte sarebbero tutt'altro che abbondanti: tanto che le mascherine sarebbero state messe sotto chiave. L'approccio infatti sarebbe quello di privilegiare il personale del pronto soccorso e quello della terapia intensiva. Il problema però, uno tra i tanti, è che quando allo stesso pronto soccorso vengono dirottati medici da altri reparti perché forniscano una consulenza specialistica, le mascherine in più di un caso sarebbero mancate all'appello.

«SAPEVAMO E CI SIAMO MOSSI CON PRUDENZA»
Col rischio che se c'è un infetto da Covid-19, il contagio possa trasmettersi al medico o all'operatore e di conseguenza al reparto di provenienza. «Il problema è noto e abbiamo subito agito nelle sedi competenti per segnalare la cosa» fa sapere Giulia Miglioranza, segretario generale della Cgil-Fp funzione pubblica per il Vicentino. «Chiaramente ci siamo mossi con tutte le prudenze del caso - aggiunge la sindacalista - perché da una parte c'è la ovvia necessità di non generare inutili allarmismi, dall'altra va garantita la sicurezza sui luoghi di lavoro per tutti gli operatori, che significa poi garantire gli utenti. Ovviamente ai lavoratori noi chiediamo una cosa, devono sempre pretendere dalle aziende sanitarie il rispetto delle norme di sicurezza e delle pratiche di contenimento del rischio».

Il problema per di più avrebbe cominciato se non a manifestarsi ma quantomeno a porsi anche nel Padovano. Da giorni si parla di medici e infermieri che si confidano l'uno con l'altro sulla «speranza che le scorte siano sufficienti» anche perché l'approvvigionamento dei Dpi, come raccontano i quotidiani in mezza Italia, sta diventando un problema serio. «Il Trevigiano per vero non ha dovuto fronteggiare situazioni di scarso rifornimento - fa sapere Ivan Bernini, segretario di Cgil-Fp per la Marca e per il Veneto - anche se va detto che ci sono molte probabilità che sul territorio regionale la problematica si presenterà a breve quando i casi di contagio si moltiplicheranno e la richiesta di dispositivi di sicurezza supererà di parecchio l'offerta». Bernini poi aggiunge un dettaglio: «Per fare in modo che alcuni dispositivi di sicurezza non siano sprecati e per fare in modo che il loro utilizzo sia il più oculato possibile sono molti gli ospedali che li hanno messi sotto chiave, mascherine incluse».

ASSESSORE NON PERVENUTO
Quale è quindi la situazione reale per gli approvvigionamenti di Dpi? Quanti dispositivi ci sono attualmente nei magazzini? Quali sono le disponibilità per ciascun ospedale? Quale è la situazione nelle Ulss del Veneto? Chi scrive ha interpellato direttamente Manuela Lanzarin, assessore regionale alla sanità del Veneto in forza al Carroccio. Dalla quale però, almeno per il momento, non è giunta alcuna presa di posizione. E che la situazione stia volgendo al brutto lo testimonierebbero gli allarmi giunti in questi giorni ai consiglieri regionali di diversi schieramenti.

PRIVATIZZAZIONE STRISCIANTE? LO SPETTRO DEL PROJECT FINANCING
Tuttavia, al di là delle questioni legate strettamente alla emergenza, la sanità veneta come era messa prima che scoppiasse l'emergenza? In questo senso quello che la segreteria berica della Cgil sgancia all'indirizzo di Palazzo Balbi è un vero e proprio siluro. Con una nota diramata nel pomeriggio di oggi 6 marzo infatti il vertice del sindacato punta l'indice contro «la privatizzazione strisciante» cui sarebbe andata incontro negli ultimi anni la sanità pubblica nella ex Serenissima anche in ragione del ricorso allo strumento della finanza di progetto utilizzato per la realizzazione degli ospedali come quello dell'Angelo a Mestre o come quello di Santorso, da tempo al centro di polemiche a non finire. «La carenza di posti letto nelle terapie intensive della nostra Regione è un aspetto che oggi ci preoccupa molto: dal 2002 ad oggi - rileva la Cgil berica - sono ben oltre quattrocento i posti letto tagliati». Per la sigla di via Vaccari servirebbe di conseguenza «un cambiamento radicale delle politiche sanitarie, soprattutto in Veneto: ora tutta l'attenzione - si legge ancora - va posta giustamente all'emergenza, ma è indubbio ed evidente che poi si dovrà aprire, anche nel Veneto, una discussione sulla tenuta del servizio sanitario pubblico: urgono investimenti veri e non a spot, assunzioni stabili di medici ed infermieri». E ancora: «... gravi sono gli errori fatti da questa regione nella programmazione socio sanitaria che ha visto, tra l'altro, tagli di posti letto e di personale, e privatizzazioni striscianti anche attraverso la costruzione di ospedali ricorrendo allo strumento del project financing».

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POLEMICA SULLE CIFRE
Frattanto monta la polemica sui dati. Oltre alla querelle sui numeri, di cui Vicenzatoday.it ha scritto stamani, rimane un altro aspetto da chiarire, quello relativo alla loro autenticità. «La questione di fondo è che le tabelle che abbiamo letto fino ad oggi sono rielaborazioni degli uffici regionali e delle Ulss finite sui media» fa sapere il consigliere regionale di opposizione Cristina Guarda (del gruppo Cpv). «In realtà quando si parla di cifra ufficiale ci si dovrebbe riferire ad un documento firmato da un dirigente, magari regionale, magari, della azienda sanitario zero, quella che coordina le Ulss venete, dal quale documento si desuma chi attesta la bontà di quelle elaborazioni e da quali fonti queste vengono attinte: altrimenti quei dati possono significare tutto e nulla. Per questo motivo - attacca ancora Guarda - noi chiederemo che quelle cifre siano giornalmente rese disponibili alla commissione sanità ossia al Consiglio regionale. È una questione di trasparenza, di chiarezza, ma soprattutto è una questione di responsabilità verso la cittadinanza».

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