Santorso, «Va rinegoziato il project dell'ospedale»

Lo chiede a gran voce l'associazione Communitas che sul tema della sanità ha in agenda un dibattito pubblico

Il corteo del 16 novembre a Schio (archivio, foto di Marco Milioni)

Dopo un silenzio durato a lungo l'associazione scledense Communitas torna in pista con una iniziativa pubblica dedicata alla sanità. Domani a Schio alle 20,30 a palazzo Toaldi Capra Francesco Carraro e Massimo Quezel, autori del libro «Salute spa, la sanità svenduta alle assicurazioni» parleranno proprio del futuro del sistema sanitario nazionale. Si tratta di una serata «che cade in un momento particolare» fa sapere Pietro Veronese, volto storico di Communitas, un gruppo civico che dai primi anni Duemila pone «il meccanismo della partecipazione e della condivisione democratica e dell'arricchimento culturale» al centro del suo operato.

Veronese parla di momento particolare perché non più tardi del 16 novembre «una marea umana» aveva invaso le vie di Schio protestando contro la situazione della sanità nell'Alto vicentino. Oggetto del contendere è il funzionamento dell'ospedale del comprensorio a Santorso. Un'opera realizzata con lo strumento della finanza di progetto o project financing che sarebbe alla base delle magagne nei servizi sanitari patiti dai cittadini della zona e anche del disavanzo che quella struttura sta generando nel budget regionale.

L'opera, inaugurata nel 2013, criticata da più parti, ebbe il placet da parte del gotha nazionale e regionale della maggior parte dei partiti (Fi, Lega, Pd in primis) con l'eccezione di alcuni gruppi locali tra cui i democratici dell'Alto vicentino. Ma adesso che «i disservizi diventano una questione palpabile» la polemica è deflagrata tanto che il 16 novembre, con l'eccezione della Lega, la manifestazione è stata appoggiata da tutti. Anche da coloro che sostennero il project financing sin dalle sue primissime battute: «Segno che qualche equilibrio si sta rompendo» fa sapere ancora Communitas.

Veronese dunque dopo la grande manifestazione promossa da Coalizione civica che a Schio ha portato in piazza migliaia di persone che cosa è cambiato in città e nei dintorni? La politica come sta rispondendo?
La manifestazione ha raccolto un'insoddisfazione diffusa, un disagio forte dovuto alla percezione che i servizi socio-sanitari del nostro distretto non siano più efficaci e efficienti come un tempo quando questi ultimi venivano garantiti da due ospedali come quello scledense e quello di Thiene. Due strutture efficienti coi conti in equilibrio».

Voi parlate di carenze. È una questione di preparazione del personale?
«Non è una questione di qualità professionali del personale dell'Ulss: a partire dal 2010-2011 i cittadini dell'Alto vicentino hanno percepito una carenza crescente di risposte, un lento declino dei servizi marcato dalle attese sempre più lunghe, sistematici tagli a servizi che parevano marginali».

E la politica?
«La politica di fatto era assente, nel senso che non vi sono state azioni concrete efficaci o lungimiranti né da parte dei partiti politici o dei rappresentanti politici locali né da parte dei sindaci. Nel 2012 Communitas con un appello che poneva tre richieste concrete alla Regione Veneto per sostenere la nostra Ulss aveva raccolto in due mesi più di 13mila firme. Nel giugno del 2013 avevamo sottoposto a tutte le amministrazioni ricadenti sotto l'Ulss di zona l'esposto che avremmo presentato poi a novembre alla Corte dei Conti».

In quanti lo firmarono tra gli amministratori locali?
«Lo firmarono trenta amministratori di undici diversi comuni, ma un solo sindaco; né la Conferenza dei sindaci ebbe l'idea di sentire le nostre ragioni senza tuttavia aver nulla da obiettare sull'analisi del nostro esposto».

E quindi?
«Ecco, temo che ci si ritrovi come sette anni fa: tante dichiarazioni, poca concretezza e ancor meno coraggio. Credo che oggi, di fronte alla manifestazione, rappresentanti politici e amministratori, siano in attesa: qualcuno teme un'evoluzione, possibile, della protesta; qualcun altro l'auspica. Io spero vi sia soprattutto una coscienza nuova: sono in molti ad aver in qualche modo capito che il nodo da sciogliere è il contratto con i privati e che non possiamo affidare un bene comune così prezioso come la nostra sanità a chi a come scopo il proprio profitto».

Secondo lei perché la gente è così imbufalita?
«Quando i vertici della politca regionale all'incirca dieci anni fa proposero la realizzazione del nuovo nosocomio unico con il coinvolgimento dei privati, ci dissero che l'unificazione dei due ospedali avrebbe garantito economie di spesa e di risorse professionali, e promisero che avrebbero consolidato il sistema territoriale dei servizi, con un forte investimento in strutture, servizi e personale, diffusi in modo equilibrato in tutto l'Alto vicentino».

Ma davvero?
«Eh sì. Tra le tante basterà leggere a pagina 44 del piano di riorganizzazione del sistema socio-sanitario dell'allora direttore generale Domenico Mantoan nella delibera dirigenziale 294 del 10 aprile 2008. È come sel'avessi incorniciata».

Bene. E poi questi bei propositi si sono realizzati?
«No, come avevamo previsto è avvenuto l'esatto contrario. I cittadini non si ricordano di certo il piano, non l'avranno neanche letto, ma hanno percepito, spesso sulla loro pelle, che il project financing ha prodotto tagli sistematici e perdita di qualità nelle risposte ai loro bisogni. Si sentono presi in giro: l'accorpamento dei due ospedali avrebbe dovuto garantire utili economie e una rinnovata sicurezza sulle risorse professionali. Invece ci ritroviamo con carenze enormi di personale e con un buco nei bilanci tra i diciotto e i 24 milioni di euro».

Anni fa l'associazione Communitas presentò un esposto molto dettagliato in relazione alla tematica del project financing previsto all'ospedale di Santorso. Nel frattempo l'ospedale di Santorso, è stato completato. Che cosa vi preoccupava in particolare quando scriveste quella segnalazione? A chi la inviaste? A suo dire le doglianze contenute in quel documento si sono avverate? 
«Abbiamo presentato un primo esposto alla Corte dei Conti di Venezia nell'agosto del 2006 per due motivi: innanzi tutto l'Ulss avrebbe dovuto pagare gli interessi a «Summano Sanità» la spa incaricata di realizzare e gestire l'ospedale con risorse che avrebbero invece dovuto garantire i servizi socio-sanitari essenziali i cosiddetti Lea di fatto impoverendoli».

E poi che cosa segnalaste?
«In secondo luogo già allora appariva ingiustificato il ricorso al finanziamento di privati. La Regione aveva infatti deliberato un investimento di 72 milioni di euro per la realizzazione del nuovo ospedale su un'area nuova. Faccio solo notare che all'ospedale di Schio e in quello di Thiene erano stati terminati da un anno lavori di ristrutturazione e adeguamenti per quaranta milioni di euro. Fra l'altro uno studio di fattibilità commissionato dal comune di Schio aveva chiarito che con 62 milioni di euro di investimento il De Lellis sarebbe stato adeguato alle più moderne esigenze. In questo modo si sarebbero evitati i costi e le forche caudine del finanziamento privato. E c'è di più».

Sarebbe a dire?
«Alla fine poi del 2007 venimmo a conoscenza dei canoni che l'Ulss avrebbe dovuto pagare ai privati. Negli anni successivi altre informazioni ci avevano permesso di comprendere meglio il meccanismo: tanto che parlammo su tutti i media vicentini di un vero e proprio contratto capestro».

Voi faceste i conti?
«Sì».

Con che risultato?
«Nel 2012 poi, quando entrò in funzione il nuovo ospedale, avemmo modo di confrontare i costi previsti con i costi effettivi, e scoprimmo che da una previsione di 31 milioni e mezzo di euro i costi nel 2012 erano saliti già a 37 milioni e mezzo».

Cioè la bellezza di un aumento della spesa di sei milioni?
«Ebbene sì. I canoni previsti dal contratto sono infatti rivalutati ogni anno in base all'indice dei prezzi al consumo per la intera collettività che l'Istat chiama Nic».

E a quel punto come vi comportaste?
«Presentammo così un secondo esposto alla Corte dei conti, con un'analisi in cui chiedevamo di valutare se i costi pagati dall'Ulss per quel finanziamento non equivalessero a interessi usurai e se quel contratto con i privati rispondesse davvero alle caratteristiche, definite per legge, della finanza di progetto; dalle informazioni che avevamo e abbiamo, a noi proprio non pare, sembra un appalto camuffato. Alla fine l'incubo è diventato realtà».

Perché?
«Noi temevano quello che purtroppo è successo: nonostante i tagli diffusi, nei tre anni successivi all'avvio del nuovo ospedale i bilanci dell'Ulss 4, che fino al 2011 erano stati sempre attivi, hanno subito un passivo d'una sessantina di milioni. Di economie di scala non ce n'è nemmeno l'ombra. E oggi ci troviamo di fronte a carenze inimmaginabili di personale».

Ma sul piano concreto questi problemi segnalati un tempo come si stanno dispiegando?
«Noi abbiamo la sensazione che l'Ulss, impoverita dai costi sostenuti per pagare i canoni e i servizi gestiti da Summano Sanità, sia impossibilitata a investire in personale e nei servizi socio-sanitari, i quali invece avrebbero bisogno di un rinnovato sostegno. Fra l'altro sembra che si voglia sempre di più affidare ad aziende o cooperative private anche servizi sanitari».

Perché nella dirigenza cresce l'ansia di contenere i costi mentre passa molto in secondo piano la qualità del servizio erogato?
«Esatto».

Negli anni la compagine societaria della Summano sanità è cambiata?
«Sì, i soci sono cambiati: Palladio finanziaria Spa e Costruzioni Mantovani spa  hanno venduto le loro quote al fondo inglese Equitix III, il quale ha pure acquisito parte delle quote di Gemmo spa, la quale rimane nella società ma con una partecipazione minoritaria. Allo stesso modo nella compagine azionaria rimane la modenese Cooperativa muratori e braccianti di Carpi con quasi il 19 % di quote. Il fondo inglese peraltro detiene ormai il 70% delle quote societarie».

Sono questi i colossi con cui la Regione dovrebbe secondo voi ridiscutere i termini contrattuali del project financing?
«Sì. Il governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia esattamente nel novembre di sei anni fa, quando l'ospedale di Santorso fu inaugurato, si disse pronto a chiederne la rinegoziazione del project financing sottostante».

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La cosa è rimasta lettera morta?
«Sì, da quanto ne sappiamo noi. Ma questa rimane l'unica strada per uscire da questo cul de sac».

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