«Soldi subito per cassa integrazione e bonus sociale»

Sono le richieste avanzate dalle sigle sindacali Adl Cobas e Si Cobas durante un flash mob sotto l'Inps berica: accuse a governo, Regione Veneto e imprese

Un momento del flash mob dei Cobas davanti all'Inps di Vicenza (archivio Adl-Si)

«Chiediamo il pagamento immediato di tutte le casse integrazioni, sia del mese di marzo che quelle del mese di aprile, il pagamento dei bonus di 600 euro a chi non l'ha ancora ricevuto e l'introduzione di un reddito di quarantena per tutte le categorie di persone escluse dal cosiddetto decreto Cura Italia». Un manipolo di aderenti alle sigle sindacali Adl Cobas e Si Cobas ha usato queste parole durante il pomeriggio di oggi 30 aprile 2020 durante un flash mob organizzato davanti alla sede dell'Inps di Vicenza in corso San Felice.

I manifestanti tra le altre fanno sapere che «migliaia di famiglie rischiano di rimanere tra qualche settimana senza reddito con affitti, mutui e bollette da pagare». Durante il volantinaggio, aggiungono i portavoce delle sigle sindacali «sono arrivate due volanti dei carabinieri per identificare i presenti, nonostante fosse rispettato il distanziamento fisico e tutti i partecipanti indossassero mascherine e guanti».

Tra le rivendicazioni avanzate durante la breve protesta i manifestanti hanno spiegato di auspicare che nel prossimo decreto governativo in materia di sostegno economico venga inserito «un unico ammortizzatore sociale uguale per tutti i lavoratori, il riconoscimento del pagamento degli assegni familiari per chi è in cassa integrazione con il Fis ossia con il Fondo d'integrazione salariale e che poi venga stabilita una patrimoniale sui redditi dei più ricchi» utile a finanziare la sanità pubblica nonché «le misure di welfare necessarie per superare questa crisi sanitaria, economica e sociale».

In serata poi è anche stata diramata da Matteo Molin una nota redatta da Adl Cobas e Si Cobas nella quale si fa il punto sulle mobilitazioni che sulla falsa riga di quella di oggi a Vicenza hanno interessato in queste ore tutto il territorio nazionale. «Il governo ha deciso di riaprire tutte le fabbriche dal 4 maggio. Se riapre tutto - si legge - allora rivendichiamo con forza il diritto di svolgere assemblee sindacali, di organizzare scioperi e manifestazioni, rispettando il distanziamento fisico, indossando mascherine e guanti».

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Appresso viene vergata una accusa al mondo dell'industria: «Oltre 200.000 ditte hanno continuato a produrre in queste settimane e in molti casi solamente grazie a una deroga concessa in base ad un'autocertificazione firmata dall'azienda. Nelle regioni più colpite dal Covid-19 come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna il lavoro non si è mai fermato e di conseguenza nemmeno il rischio di essere contagiati. In molti magazzini abbiamo dovuto scioperare per ottenere i dispositivi di protezione individuale obbligatori per legge come mascherine, guanti, gel igienizzanti e strumenti di sanificazione. In queste settimane - prosegue l'estensore - abbiamo già cominciato a vedere come l'emergenza Covid-19 venga strumentalmente utilizzata dalle aziende per tentare di effettuare licenziamenti o cancellare diritti. Molte imprese con fatturati stratosferici si sono rifiutate di anticipare la cassa integrazione ai lavoratori, ma in compenso hanno fatto a gara a chi si faceva più pubblicità con donazioni a ospedali o con l'acquisto delle inutili mascherine di Zaia, che non sono un presidio medico». In questo caso il riferimento è alle mascherine donate a palazzo Balbi da una società poligrafica veneta: donazione da tempo al centro di polemiche tra il governatore leghista Luca Zaia e i suoi detrattori.

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