Caso Pfas, «valutare il reato di omesso ripristino ambientale»

A poche ore da una nuova udienza del processo Miteni sono i gestori idrici a scagliare una sassata nei confronti della spa trissinese, oggi fallita, indirizzando così di fatto un monito anche alla procura affinché si indaghi per quanto accaduto «anche dopo il 2013»

Una veduta dell'ingresso della Miteni

Domani 9 giugno «ricominciano le udienze del procedimento penale presso il tribunale di Vicenza contro i presunti responsabili dell'inquinamento da Pfas». In questo contesto «Acque Veronesi, Acquevenete, Viacqua e Acque del Chiampo» che nel processo sono parte civile fanno sapere a gran voce di avere gestito l'emergenza dovuta alla contaminazione da Pfas appunto, temibili derivati del fluoro, anche durante un'altra emergenza, «quella da coronavirus, ora - rimarcano i gestori del ciclo idrico il cui territorio è stato interessato dalla contaminazione chiedono che il processo che si sta tenendo a Vicenza «ci aspettiamo che si proceda velocemente verso l'accertamento della verità». La novità è emersa ieri 6 giugno quando proprio le quattro società, in grandissima parte riferibili ad enti pubblici, hanno diramato una nota dattiloscritta di due pagine nella quale è stato fatto il punto della situazione.

«Acque Veronesi, Acquevenete, Viacqua e Acque del Chiampo, le società idriche individuate, con Veneto Acque, come soggetti attuatori per gestire i cantieri dell'emergenza Pfas - si legge - si preparano al riavvio del processo penale a carico dei presunti responsabili del disastro ambientale provocato dalla industria chimica Miteni di Trissino. La prossima udienza preliminare si terrà lunedì 8 giugno, nel frattempo le società hanno continuato a lavorare sia sul fronte dei cantieri sia su quello della programmazione della strategia processuale da adottare nel prossimo futuro».

A detta degli avvocati Marco Tonellotto, che segue Acque del Chiampo, Vittore d'Acquarone per Acque Veronesi, che sottoscrivono peraltro le parole del professor Angelo Merlin avvocato di Acquevenete e Viacqua, la situazione merita di essere seguita con attenzione. «In questa vicenda - si legge - il danno ambientale è di portata sistemica perché l'inquinamento ha generato ingenti perdite non solo all'impresa citata come responsabile civile, ma, come effetto domino, sull'intera economia danneggiando le società idriche, la Regione Veneto, lo Stato e soprattutto i cittadini che pagano le conseguenze attraverso la fiscalità generale». In questo quadro Merlin aggiunge poi una ulteriore considerazione che suona come un garbato monito alla procura di Vicenza: «Il processo penale in corso ha accertato i fatti fino al 2013, ma questa data non è un muro invalicabile, ci sono state delle condotte successive che fanno parte dell'inchiesta bis» attualmente in capo alla magistratura berica. Tanto che nella nota viene messo nero su bianco un altro concetto: «Attendiamo quindi - si legge - che si arrivi al compimento della cosiddetta fase due delle indagini che dovranno fare chiarezza su due punti». Il primo è la verifica se le condotte della trissinese Miteni, oggi fallita per vero, «nel 2015 abbiano portato al reato di inquinamento per il mancato funzionamento della barriera. Il secondo - e in questo caso le parole del professore pesano come pietre - è l'accertamento del reato di omesso ripristino della situazione ambientale, in quanto non risulta che i due responsabili civili nel processo in corso abbiano mai fatto qualcosa in proposito».

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Ma perché si tratta di parole che pesano così tanto? Merlin, che può vantare una esperienza specifica nel diritto dell'ambiente, in buona sostanza chiede la stessa cosa che la galassia ecologista ha domandato per anni: ossia che la magistratura penale valuti con molta attenzione il comportamento di chi si sia eventualmente reso responsabile di una condotta inerte proprio per quanto riguarda il ripristino ambientale resosi necessario allorquando nel 2014il Cnr e l'Arpav acclararono, addebitandola a Miteni, una vasta contaminazione da Pfas che interessava tutto il Veneto centrale. Il fatto che una richiesta del genere oggigiorno sia indirizzata a Borgo Berga non solo dalla galassia ecologista (sul tema Greenpeace infatti mesi fa ha depositato in procura procura un lungo esposto in merito) ma da un vero e proprio peso massimo come Acquevenete, che gestisce il ciclo idrico in quasi centodieci comuni tra Vicentino, Veronese, Rodigino e Padovano, la dice lunga sul tipo di lavoro al quale sono stati chiamati gli inquirenti.

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