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Caso Pfas, la Regione doveva intervenire già dal 2005

Lo ha scoperto Vicenzatoday.it nella sua inchiesta consultando alcune carte di Arpav e del Genio. Frattanto trapelano anche i dettagli della maxi multa alla Miteni. Il Noe: comportamenti omissivi dall’azienda

Si tratta di carte che pesano come pietre perché dimostrano che non solo l’azienda sapesse del potenziale pericolo in cui sarebbero potuti incorrere ambiente e popolazione. Ma si tratta di carte che soprattutto dimostrano che gli enti pubblici erano a conoscenza della fattispecie. Ma dopo che il Genio e il Comune di Trissino sono stati messi a parte, che cosa avrebbero potuto o dovuto fare?

La risposta in questo caso è standard. In modo molto semplice avrebbero dovuto sollecitare quantomeno l’agenzia ambientale della Regione (che indirettamente era già informata per di più) e sottoporle il caso. L’Arpav avrebbe dovuto assumere informazioni presso la Miteni circa la produzione di sostanze chimiche nel passato e nel presente (alcuni Pfas, quelli con la maggior concentrazione non sono stati più prodotti solo nel 2013): in primis in tema di benzotrifloruri (che notoriamente già avevano contaminato la falda alla fine degli anni Settanta quando Miteni apparteneva alla famiglia Marzotto) e appunto in tema di Pfas. Avrebbe poi dovuto confrontare quei dati con una serie di analisi da realizzare ad hoc nelle matrici del suolo, dell’acqua e dell’aria. Appresso, in una con l’autorità sanitaria e coi gestori del ciclo idrico, si sarebbe dovuto cercare le sostanze (eventualmente rinvenute sotto il sedime della fabbrica o in falda) dentro gli acquedotti: per poi passare, sotto la supervisione delle autorità sanitarie, alla ricerca di questi contaminanti, i Pfas, nei cibi, nelle bevande, nei prodotti agricoli, negli allevamenti e negli esseri umani. In modo da poter scoprire, magari dopo avere adeguato strumenti e metodiche, sin dalla metà degli anni Duemila, quello che invece si è cominciato a scoprire solo a partire dal 2013-2014. Nel frattempo si sarebbe dovuto chiedere al privato di avviare la caratterizzaizone del sottosuolo. Domandarsi oggi che cosa pensino di questo ritardo i disgraziati che questi derivati del fluoro ce li hanno nel sangue a livelli talvolta «stellari» non è puro esercizio di retorica.

LE BIZZARRIE DELLA SOCIETÁ

Assolutamente bizzarro poi è il modo con cui la Miteni (in foto una protesta davanti ai suoi cancelli nel maggio 2016) giustifica, in prima battuta, (si parla sempre della lettera a firma Fabris inviata al Genio civile nell’aprile 2005) la richiesta di realizzare la barriera idraulica che dovrebbe contenere i potenziali inquinanti. Il ragionamento della ditta è più o meno questo: “Caro Genio se mi permetti di attingere acqua non più da certi pozzi ma da altri, allora io potrò usare acqua meno pregiata, ovvero più sporca, al posto di quella migliore che sto usando adesso”. Il quesito in soldoni è tutto qua. Ma come si può parlare di qualità migliore o peggiore quando in quella zona, che notoriamente è zona di ricarica di falda, la stessa falda è appunto omogenea? Se si parla di falda di alta o bassa qualità non è che c’è qualcosa nel sottosuolo che l’acqua definita peggiore la sta sporcando, alias contaminando? È possibile che Miteni allora usò questa formula per rendere meno evidente la gravità dello scenario sottostante? Ed è possibile che il personale del Genio civile, dall’alto della sua esperienza, abbia abboccato senza colpo ferire?  

IL SILENZIO NELLO SCRIGNO 

Ora al di là dei quesiti irrisolti si può dire che lo scrigno delle informazioni è rimasto chiuso troppo a lungo. Inattività, silenzio, incompetenza e con ogni probabilità la complicità di molti, hanno finito per occultare all’interno di questo forziere concettuale ogni potenziale reazione perché il caso scoppiasse ben prima di quanto poi effettivamente è avvenuto. In modo che, per esempio, si potesse intervenire per tempo sull’acqua che giunge nelle case dei cittadini. Rispetto alla quale solo di recente, ben quindici anni dopo che gli enti per la prima volta sono stati informati del potenziale pericolo, si è posto parziale riparo grazie all’aggiunta di filtri a carbone attivo posizionati nelle reti acquedottistiche contaminate. Il cui costo di riffa o di raffa finisce in bolletta.

TRA LEGALITÁ E OPPORTUNITÁ

Ora se questo corto-circuito nella catena delle decisioni abbia o non abbia avuto risvolti di natura penale potrà dirlo solo la magistratura, fermo restando che alla procura di Vicenza è in corso una ponderosa inchiesta in tal senso che presto potrebbe giungere allo snodo della udienza preliminare. Ci sono tuttavia due aspetti generali da considerare. Uno, gli enti pubblici quando vengono a conoscenza di illeciti penali o amministrativi debbono segnalare la cosa alle autorità competenti. Due, la mole notevole di materiale uscita in questi anni darà sicuramente la possibilità, a chi volesse farlo, di chiamare in causa Miteni e gli enti pubblici: sia in ambito penale (come ha già fatto Greenpeace peraltro), sia in ambito civile, magari con richieste di risarcimento danni per milioni.

LA GIUSTIFICAZIONE

In realtà durante tutti questi anni c’è chi ha provato a giustificare questo corto circuito con il fatto che fino a qualche tempo fa i Pfas non fossero tabellati, ovvero non fossero nemmeno previsti come sostanze potenzialmente nocive. L’argomento però ha una valenza giuridica inconsistente. Perché se è vero che questo ragionamento, in alcuni specifici frangenti, può avere una valenza per le acque non potabili, diversissimo è il discorso per ciò che esce dal rubinetto di casa. Dove è addirittura il codice penale a tutelare la integrità dell’acqua stessa.

LE AMNESIE DELLA COMMISSIONE PFAS

Certo è però che la commissione regionale speciale sul caso Pfas si è ben guardata dal voler sondare l’aspetto delle eventuali responsabilità dei soggetti in capo alla Regione Veneto. Nonostante il tema della introduzione della barriera idraulica fosse infatti stato in qualche modo chiamato in causa da due membri della stessa commissione (Cristina Guarda di Amp e Andrea Zanoni del Pd), l’organismo consiliare guidato da Manuel Brusco del M5S, ha deciso di non approfondire il tema della catena delle responsabilità pure a fronte di due situazioni incontrovertibili: uno, la missiva di Fabris spedita al Genio. Due, il fatto che barriera idraulica è sinonimo di bonifica. E quando c’è una bonifica in atto da parte di un privato le autorità competenti debbono essere informate compiutamente e senza ritardo sulle vere ragioni di quella procedura. Che la commissione di palazzo Ferro Fini conoscesse molto bene le conclusioni della società di consulenza Erm, lo si desume peraltro dalla relazione definitiva della stessa commissione in un passaggio a pagina 297.

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