Il film sul caso Pfas fa «il record di incassi»

Nell'ambito della rassegna cinematografica estiva organizzata dalla cittadina dell'Ovest vicentino, la pellicola dedicata all'affaire Du Pont fa «il botto»: inevitabili i parallelismi con la vicenda Miteni

Un momento della proiezione del film «Cattive acque» durante il cineforum nell'agosto 2020 a Montecchio Maggiore (foto per gentile concessione di Federico Bevilacqua)

«Cattive acque» il legal thriller dedicato all'affaire Pfas scoppiato negli Usa ai primi degli anni Duemila e deflagrato poi con un caso parallelo nel Veneto una dozzina d'anni dopo ha segnato il record delle presenze al cineforum estivo di Montecchio Maggiore organizzato dall'amministrazione comunale al Castello di Romeo proprio sui colli della cittadina dell'Ovest vicentino. A parlare di record di presenze è Alberto Peruffo, uno degli attivisti storici della rete ambientalista berica, il quale non più tardi di oggi 13 agosto alla serata di ieri ha dedicato un lungo intervento sulla pagina Facebook del web-magazine Pfas.Land.

I momenti che hanno preceduto la proiezione della pellicola diretta da Todd Haynes sono stati definiti da Peruffo «un prologo shakesperieano» perché «sembrava di assistere alla quiete prima della tempesta» fa sapere l'attivista e alpinista di Montecchio il quale nella sua analisi fa un parallelismo tra l'affaire Pfas, che negli Usa ha interessato la multinazionale Du Pont  e che nel Vicentino ha interessato la trissinese Miteni, oggi fallita. «A chi ha visto il film - spiega Peruffo - appare ovvio che fosse impossibile che la Miteni e chi doveva conoscere la storia della chimica dell'azienda fossero all'oscuro di tutto: a ridosso del periodo 2011-2013 infatti , il periodo di tempo in cui in qualche stanza qualcuno ha meditato l'allarme in Veneto, negli Usa la DuPont cadeva in ginocchio».

Poi un'altra bordata: «Le colline adiacenti al Castello, il Monte Mondeo e i successivi Bernuffi, ad appena cinque kilometri in linea d'aria, nascondono la Miteni, industria chimica complice della DuPont che ha preso in carico le sostanze criminali dismesse dall'azienda americana». Per questo motivo, rimarca Peruffo ai microfoni di Vicenzatoday.it, «è necessario che impariamo a proteggerci anche da soli: è questo uno dei principali insegnamenti che ci viene da questo film straordinario che a Montecchio ha fatto il botto». 

Ieri al Castello di Romeo ad assistere alla proiezione del film c'era anche Sonia Perenzoni, ex consigliere comunale della città castellana (milita tra le fila del M5S) da anni impegnata in una «battaglia contro la contaminazione dei Pfas». Perenzoni ai microfoni di Vicenzatoday.it ha spiegato che casi come «quello della Miteni non debbono più ripetersi». Perenzoni si è anche detta fiduciosa per le notizie che arrivano dalla procura di Vicenza, che dopo l'inchiesta degli anni passati, che sta sfociando a processo, avrebbe aperto nuovi filoni d'indagine.

Sullo sfondo rimane la battaglia che da anni vede fronteggiarsi le aziende chimiche da una parte e gli attivisti dall'altra. Le prime sostengono che la chimica è un settore strategico che ha permesso al genere umano di migliorare le proprie condizioni di vita in modo cruciale. Dall'altra ci sono gli ecologisti i quali ritengono che gli stati normino le produzioni in modo troppo «sdraiato» rispetto ai desiderata dell'industria. In questo senso da anni uno degli argomenti più dibattuti riguarda le nuove sostanze immesse in commercio.

I fautori della linea ecologista ritengono che queste prima di essere immesse nell'ambiente e nel mercato dovrebbero essere ben studiate. Sostengono poi che al contempo le imprese dovrebbero fornire alle autorità e alla comunità scientifica i marcatori identificativi (in gergo definiti kit) per poter rintracciare tali sostanze ove fosse necessario cercarle: visto che nell'ambiente, Pfas inclusi ma non solo, sono migliaia e migliaia i composti potenzialmente pericolosi di cui l'opinione pubblica (in una con le autorità, le quali faticano gioco forza a normarli), sa poco o nulla. Di contro le industrie, occidentali in primis, sostengono che richieste del genere sono incompatibili con le libertà di ricerca e con la libertà di commercio le quali sono a loro volta alla base dello sviluppo industriale che ha caratterizzato l'età contemporanea.

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