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«Le denunce al sistema Rai Sicilia erano tutte fondate»

Imputato per calunnia per aver messo nel mirino la Tv di Stato isolana, il cronista ragusano Di Natale, già inviato di punta di Canale 68 Veneto, in seguito alla recentissima assoluzione da parte del tribunale di Palermo, si toglie molti sassolini dalle scarpe dopo un processo durato sei anni. E così il sindacato dei lavoratori dell'emittente pubblica e l'Ordine nazionale dei giornalisti finiscono sulla graticola

Il giornalista ragusano Angelo Di Natale

Aveva denunciato un frammento del cosiddetto sistema Montante, il kombinat che in Sicilia legava ad un unico fil rouge poteri economici, uomini politici, pezzi dell'informazione, poteri più o meno occulti, ambienti dei servizi, delle forze dell'ordine e della magistratura, fino ad arrivare ad alcune connessioni con Banca nuova, l'istituto creato dal nulla in terra di Trinacria dalla Banca popolare di Vicenza allora condotta dal Cavalier Gianni Zonin. Di quel sistema Angelo Di Natale, giornalista ragusano molto noto nel Vicentino dove nei primi anni Duemila fu inviato di punta della emittente cornedese Canale 68 Veneto, aveva preso di mira un frammento: «quello dell'asservimento di un pezzo della Rai regionale siciliana a interessi e sodalizi vari». Per aver segnalato quelle condotte ai vertici della Tv di Stato il cronista fu licenziato e denunciato per calunnia. Passati dieci anni, sei di dibattimento, la vicenda penale si è conclusa con «una piena assoluzione in primo grado» dopo che il giornalista «per dimostrare a pieno» la sua innocenza aveva addirittura «rinunciato alla prescrizione». Di Natale ai taccuini di Vicenzatoday.it spiega «di non avere mai avuto dubbi sul suo operato» e aggiunge che farà sentire ancora la sua voce per una interruzione del rapporto di lavoro che ritiene «illegittima e frutto di un atto di ritorsione». Ad ogni modo la novità della sua assoluzione in primo grado (giudice Salvatore Flaccovio) è emersa quando il giornalista poco dopo il pronunciamento del tribunale di Palermo ha affidato ai social network il suo pensiero. E così a finire nel racconto di Di Natale (racconto testimoniato anche da una lunga audio-intervista) ci sono l'attuale presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna; l'ex responsabile del Tg della Rai Sicilia Vincenzo Morgante (oggi direttore di Tv2000 l'emittente televisiva della Cei), nonché Vittorio Di Trapani, ossia il segretario nazionale dell'Usigrai, il sindacato dei giornalisti della Rai. I tre sono stati contattati direttamente da chi scrive per sentire la loro versione dei fatti. E se Verna spiega di non potere rilasciare dichiarazioni parlando di «obbligo istituzionale al silenzio» vista la sua posizione, Morgante e Di Trapani, pur interpellati, almeno per il momento, hanno preferito non commentare: il primo facendo sapere di non volere rilasciare alcuna dichiarazione. Il secondo non ha nemmeno risposto alla richiesta recapitatagli.

Dunque Angelo come mai hai deciso di affidare alla tua bacheca Facebook un tuo primissimo commento a caldo sulla vicenda? Dopo una decisione di tale portata uno si aspetterebbe che i grandi quotidiani dessero conto di una sentenza del genere. E invece come è andata?
«Ho sempre saputo di essere nella verità. In Rai lo sanno anche i muri. Ma ho dovuto condurre questa battaglia in solitudine».

La tua assoluzione scoperchia clamorosamente un vaso di Pandora, eppure sulla stampa siciliana non si è scritto pressoché nulla. Che cosa è successo?
«Evidentemente nella vicenda e nella sentenza del Tribunale di Palermo non c'è notizia. Forse sbagli tu. Al di là della ironia io ho ritenuto doveroso far sapere a chi per tanti anni mi ha seguito in tv e a chi mi è comunque stato vicino che finalmente un tribunale penale, e non una commissione interna Rai, mi ha dato pienamente ragione giacché mi ha assolto dall'accusa di calunnia: avevo detto la verità, io l'ho sempre saputo e ora arriva una sentenza».

Come è nata la tua vicenda?
«A fine 2009, e soprattutto nel 2010, notai che c'erano gravi anomalie nella gestione della redazione siciliana della Rai».

Vale a dire?
«Notai per esempio che alcuni servizi, di fatto delle vere e proprie marchette commerciali, come li definiamo in gergo noi giornalisti, perché totalmente privi di notizie, finivano per dare un lustro immotivato, di mera promozione pubblicitaria, sempre ad una ristretta cerchia di soggetti, con un duplice effetto devastante: di inquinamento dell'informazione e di distorsione della libera concorrenza. Segnalai la cosa attraverso le normali dinamiche di redazione».

E poi?
«Poi, a fronte della sordità e del fastidio del caporedattore Vincenzo Morgante, dopo tante assemblee, iniziative e un fitto dibattito tra colleghi, si pervenne ad un incontro tra redazione e caporedattore sulla qualità del prodotto. A me bastava che si prendesse coscienza del problema e si cambiasse registro. Ma in quella sede i fan del caporedattore, il suo braccio armato de facto, pretesero che facessi esempi concreti del fenomeno di infiltrazione e commistione di interessi privati nel prodotto giornalistico che pure, loro per primi, conoscevano bene. Li feci in quell'incontro e in una successiva lettera alla redazione a beneficio degli assenti e a difesa dell'esattezza delle mie affermazioni. A quel punto Morgante chiese un auditing, ovvero un'indagine interna, e la Rai lo concesse: a parole per accertare la verità, in effetti lo confezionò su misura per negare la verità delle mie segnalazioni contro l'evidenza dei dati di realtà e a prescindere. Perciò dovetti fare un esposto ai superiori vertici Rai e, per conoscenza, alle Procure di Roma e Palermo. A procedere poi è stata quest'ultima».

Che tipo di anomalie segnalasti?
«Anomalie e gravi violazioni, di tue tipi: un ampio fenomeno di asservimento del prodotto informativo di Tgr Sicilia ad interessi privati e una gestione discriminatoria della redazione per colpire il dissenso contro quelle commistioni private e per premiarne i sostenitori, lautamente gratificati dal caporedattore con abuso dei suoi poteri e contro gli interessi della Rai che, non mi stanco di ricordarlo, esiste per erogare un servizio pubblico nell'esclusivo interesse dei cittadini-utenti che lo finanziano».

Quindi l'esposto all'autorità giudiziaria venne inviato dopo che ti convincesti che l'audit Rai non fosse credibile. Non potevi esserti sbagliato nel non avere fiducia?
«Purtroppo no, io combatto i pregiudizi e guardo la realtà con occhi liberi. I funzionari di quell'auditing si rifiutarono persino di ascoltare le persone informate sui fatti e soprattutto i diretti interessati: la richiesta di essere ascoltati per di più venne dai diretti interessati. Non so se mi spiego».

E per quanto riguarda la gestione della redazione, che tu definisti discriminatoria?
«Per quanto riguarda la gestione discriminatoria della redazione, neanche le vittime degli episodi da me segnalati furono ascoltate. Ascoltarono invece, oltre al sottoscritto, esclusivamente Morgante e le persone da lui indicate, note per essere legatissime a lui e ai suoi interessi, ed estranee, quindi neanche a conoscenza probabilmente, degli episodi da me segnalati».

Fu una cosa grave?
«Fu una cosa gravissima. Soprattutto fu una cosa tanto grave quanto ridicola. Ad ogni modo poi Morgante indirizzò nei confronti del sottoscritto anche una denuncia-querela. Perciò sono stato indagato e mandato a giudizio per calunnia, quel reato nel quale incappa chi sapendo innocente qualcuno lo accusa falsamente di avere commesso reati. Ricordiamo a tutti che la calunnia non è un illecito contro la persona ma contro l'amministrazione della giustizia. Peccato però che io non avessi attribuito alcun reato a chicchessia. Mi ero limitato a descrivere una situazione inaccettabile sul piano professionale. Ad ogni modo sorvolo adesso su come, incredibilmente, si sia giunti al rinvio a giudizio. In qualche modo però devo ringraziare colui che mi ha denunciato nonché i magistrati che hanno affondato la testa nella sua denuncia-querela. Devo a loro il processo. E devo al processo se, finalmente, il Tribunale di Palermo ha esaminato i fatti in modo ampio, rigoroso, dettagliato. Fino a quel momento tanti procedimenti giudiziari, civili e penali, erano stati una sequenza meccanica di trasposizione in copia e incolla, per usare una espressione colloquiale, delle menzogne della Rai».

È stata dura?
«Si, perché sono stato, con la violenza del falso e dell'inganno, spogliato del bene più prezioso: la mia identità professionale, quindi la mia dignità personale, oltre che di quel rapporto di lavoro e non solo. Perché le offerte professionali che mi giungevano prima da altre aziende editoriali e che, stando in Rai, declinavo, sono improvvisamente scomparse: se ero stato licenziato, qualcosa dovevo avere combinato. Così ragionano in molti».

E inoltre?
«E poi ci sono i costi e la fatica della battaglia giudiziaria, in una gara truccata e in una lotta impari prima del dibattimento-verità: dal 2015 al 2021 per ventisei udienze. Ma non mi lamento affatto di questi sei anni, che, a differenza dei precedenti quattro, a partire dall'auditing e dall'esposto del 2011, sono stati spesi finalmente nell'affermazione della verità». 

Parli dell'assoluzione?
«Non solo. Parlo del fatto che in virtù degli approfondimenti in aula voluti dal magistrato giudicante è emerso in modo cristallino che il mio licenziamento fu una ritorsione. Io l'ho sempre saputo, ora grazie a questo dibattimento un tribunale della Repubblica ha acquisito incontestabili attestazioni probatorie».

Tu parli con molto rammarico della causa di lavoro in forza della quale sei stato allontanato dalla Tv di Stato. Succede ancora? 
«Rammarico non per me, ma per lo stato in cui è ridotta la giustizia. La controversia di lavoro che in tutti i gradi di giudizio ha riconosciuto la cosiddetta legittimità del licenziamento è una ferita alla giustizia che grida vendetta, molto al di là del mio piccolo interesse di parte in causa».

Che cosa di più ti ha scosso in questi anni?
«Quella controversia è un capolavoro di abusi e soprusi giudiziari, travisamenti mirati, orrori più che errori documentali, omissioni, falsificazioni, reclutamenti inquietanti di magistrati ingaggiati per decidere in un modo prestabilito. Il tutto nella assoluta esclusione dell'esame dei fatti».

Che cosa venne davvero preso in considerazione allora in quel contenzioso?
«Mai i fatti, sempre ignorati. Valse sempre e soltanto la tesi preconfezionata dalla Rai, in contrasto con la evidenza documentale, con le norme di legge e del contratto. Lo stesso modus operandi applicato dai magistrati in sede penale rispetto al falso auditing e alla querela Morgante: una meccanica sequenza di copia e incolla delle falsità Rai. Sempre così fino al dibattimento-verità».

Insomma, Angelo tu otto anni anni fa quindi sei stato licenziato perché secondo i tuoi detrattori avresti inopinatamente denunciato un andazzo che ritenevi incompatibile col servizio pubblico. Vero?
«Magari fosse stata questa la giusta causa del licenziamento. In questo caso la Rai avrebbe dovuto dimostrare la falsità dei miei addebiti. Invece no, la Rai di allora scelse la ritorsione vile della menzogna e della fuga dai fatti, licenziandomi perché avrei violato il vincolo di esclusiva: scelse un falso pretesto, quello che ritenne più conveniente ai suoi fini».

Cioè da dipendente Rai ti saresti messo a lavorare per qualche altro gruppo editoriale?
«Fosse stato vero, il licenziamento sarebbe stato sacrosanto. Ma io non avevo erogato alcuna prestazione di lavoro ad altri. Avevo solo, come sempre prima, e come tutti gli altri giornalisti Rai prima durante e dopo la mia vicenda, espresso una mia opinione, da cittadino intervistato in qualità di ospite, ad una piccola emittente locale della mia città, peraltro quella città in cui è visibile e notorio il mio impegno civico. Avevo esercitato, normalmente come tutti, un diritto costituzionale garantito. Del resto la Rai ha 13mila dipendenti tra cui oltre 1500 giornalisti. Tantissimi partecipano normalmente a trasmissioni di altre tv, locali e nazionali. Perché tale partecipazione possa configurarsi come prestazione di lavoro occorrerebbero, secondo la giurisprudenza della Cassazione, continuità di servizio, regolarità di prestazione, frequenza periodica, inserimento nell'organizzazione funzionale dell'impresa oltre alla retribuzione naturalmente. Nessuno di questi elementi era neanche lontanamente presente nel mio caso. Forse non è così per alcuni giornalisti Rai ma nulla viene contestato a chi non disturba i manovratori, mentre io sono l'unico nella storia dell'azienda ad essere stato licenziato per tale, chiamiamola così, giusta causa».

Angelo tu in diverse occasioni hai legato la tua vicenda al caso Montante. Sì o no?
«Sì. Quando la polizia giudiziaria di Caltanissetta delineò i contorni del sistema-Montante, un'associazione per delinquere con a capo l'ex numero uno di Confindustria Sicilia il quale usava diversi giornalisti come una clava nei confronti dei suoi oppositori e remunerava quelli amici del sistema, scrisse un rapporto ad hoc entrato poi nel processo sfociato nella condanna di Antonello Montante e di altri imputati. Un rapporto che mise nei guai, sul piano dell'immagine e su quello deontologico, non su quello penale, un bel pezzo della stampa siciliana e italiana. In quel rapporto finì anche l'ex capo redattore di Tgr Sicilia Morgante il quale, nel frattempo, dopo avere chiesto una raccomandazione proprio a Montante, era stato nominato direttore dell'intera Tgr, quella struttura editoriale con settecento giornalisti e ventidue sedi territoriali: che è la più grande testata d'Europa». 

Sei stato solo in questa battaglia? Il sindacato che cosa ha fatto? E l'Ordine giornalisti?
«Il vertice dell'Usigrai, il potente sindacato dei giornalisti Rai è sempre stato dalla parte di Morgante: del resto nell'azienda finanziata dai cittadini il sindacato mira più ad accaparrarsi ampie fette di gestione interna del potere aziendale piuttosto che esercitare il suo ruolo legittimo e naturale. L'Ordine nazionale dei giornalisti non ha mai preso posizione. Sull'Ordine poi c'è un aneddoto singolare».

Singolare?
«Sì, nel processo penale appena conclusosi, ad un certo punto è entrato il provvedimento disciplinare irrogato nel 2019 dal Consiglio di disciplina dell'Ordine siciliano nei confronti di Morgante e avente ad oggetto alcuni fatti, segnalati già nel mio esposto, relativi alla compromissione dell'allora caporedattore di Tgr Sicilia e all'asservimento della sua funzione ad interessi privati incompatibili e al legame con Montante».

Ebbene?
«Ebbene nel processo per calunnia contro di me, Morgante, a sua discolpa, depositò l'atto di annullamento di quella sanzione disciplinare disposto dal Consiglio di disciplina dell'Ordine nazionale: annullamento con rinvio al Consiglio di disciplina dell'Ordine regionale del Veneto».

Il quale però non c'entrava nulla, esatto?
«Sì, esatto; motivo per cui il Consiglio del Veneto ha dichiarato la propria incompetenza, e nel frattempo il procedimento è morto per prescrizione. Ma ho cercato di capire come e perché il Consiglio nazionale di disciplina dell'Ordine avesse annullato quella sanzione con strano rinvio. Quindi ho inoltrato una formale richiesta di accesso agli atti, che però mi è stata negata con la motivazione che Morgante non fosse d'accordo su tale accesso. Non so cosa Morgante abbia da nascondere e non so come l'Ordine possa prestarsi a questo furto di trasparenza».

Ma l'Ordine non è un ente di diritto pubblico?
«Sì appunto. L'Ordine è un ente di diritto pubblico e, se ciò non bastasse, io sono l'autore,  peraltro processato per calunnia, dell'esposto dal quale è scaturito il procedimento disciplinare contro Morgante. Non solo quindi c'era un legittimo interesse pubblico a conoscere se un giornalista possa vere violato i doveri della professione e sia per questo punito. Ma credo vi fosse anche un sacrosanto interesse di giustizia nel processo e sul versante che mi vede parte in causa. Sono rimasto senza parole dinanzi al diniego dell'Ordine nazionale».

Che insegnamento ne ricavi?
«Mi viene in mente solo una considerazione. Nella impossibilità, logica e giuridica, di una spiegazione, la realtà segnala un dato: presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti è Carlo Verna, peraltro già segretario nazionale Usigrai, fino al 2012. Verna, che è dipendente Rai, Tgr Campania, ebbe una tripla promozione, da semplice inviato a vice direttore Tgr, a dicembre 2013 grazie al primo piano editoriale presentato da Morgante appena nominato direttore a ottobre 2013. Peraltro Verna ottenne da Morgante di restare a Napoli per motivi di famiglia: provvedimento senza precedenti e ad personam.  Probabilmente Verna deve ancora essere molto grato a Morgante, ma segnalo il dato come mero fatto di cronaca poiché non conosco, e quindi neanche ipotizzo, un eventuale nesso di causalità. Attendo quindi di scoprire una motivazione seria e convincente di quel diniego che l'Ordine dei giornalisti ha opposto alla mia richiesta di accesso agli atti. Sappiamo però la motivazione: Morgante non vuole».

E adesso che farai?
«Intanto aspetto le motivazioni della sentenza. Ma, a prescindere da queste e prima ancora di conoscere il dispositivo di assoluzione, ho potuto via via rilevare come l'istruttoria dibattimentale, esaminando finalmente i fatti, abbia attestato la verità delle mie segnalazioni».

Solo questo?
«No. La Rai dovrà rispondere del falso-auditing sul quale alcuni magistrati hanno costruito un processo per calunnia che non avrebbe dovuto neanche nascere per la evidente autoreferenzialità, incongruenza, contraddittorietà, a volte falsità, delle conclusioni aziendali. Morgante, e chi gli ha dato credito contro l'evidenza documentale, dovranno rispondere di calunnia».

Altri fronti?
«Poi c'è lo scandalo della controversia di lavoro del quale, solo a mo' di esempio, ho citato lo strano, chiamiamolo così, infortunio, della Cassazione e quel colpo da manuale in Corte d'appello»,

Colpo da manuale? Più precisamente?
«A un certo punto della mia causa di lavoro in Corte d'appello si materializzò un nuovo misterioso presidente il quale, anziché, come da calendario, avviare la discussione del mio caso per poi giungere a una sentenza come era stato programmato in precedenza, rinvia il tutto di due mesi. Decide con motivazioni speciose questo rinvio poche ore dopo un incontro tra Morgante, Montante e influenti personalità del mondo giudiziario. Due mesi dopo ad emettere la sentenza è un collegio ulteriormente mutato da un'altra sostituzione, con l'innesto di un giudice che casualmente, mi si passi questa espressione, il processo alla cosiddetta P3 ha accertato essere il magistrato a disposizione di quell'associazione per delinquere specializzata nell'aggiustare sentenze. Un giudice peraltro proveniente da oltre dieci anni di lucrosi incarichi fuori ruolo al servizio fiduciario di politici. Allo stesso modo, da una lunga carriera parallela fuori ruolo, sempre sulla base di rapporti fiduciari, sancita anche in atti parlamentari, proveniva anche il giudice che, in primo grado, ha ritenuto legittimo il mio licenziamento».     

Sul sindacato e sull'Ordine dei giornalisti sei stato molto preciso. E la politica?
«Anche in questo caso c'è stato il silenzio assoluto con due sole eccezioni: un intervento in aula al Senato subito dopo il mio licenziamento e, più di recente, una interrogazione parlamentare dopo il coinvolgimento di Morgante nelle trame del cosiddetto sistema-Montante. Due parlamentari che non conoscevo e che senza alcuna mia richiesta hanno avvertito il bisogno di intervenire. A loro purtroppo nessuna risposta è stata concessa. Dopo quel primo intervento in aula e su probabile segnalazione di quella senatrice, fui ricevuto e ascoltato dall'allora presidente della Commissione di vigilanza Rai. Il quale mi disse che avrebbe fissato una mia audizione in Commissione: purtroppo quella audizione non si tenne mai più».   

Quale è il sunto dell'intera vicenda quindi?
«È nei fatti. Le denunce al sistema Rai Sicilia erano tutte fondate. Sono stato licenziato dalla Rai per aver denunciato il malaffare interno, le commistioni private con il Servizio pubblico e un pezzo del sistema Montante anche se allora non si chiamava così. Era tutto vero, e per questo sono stato punito, perseguitato, licenziato, incriminato. Così volle chi allora decideva per la Rai, così vollero diversi, tanti, magistrati, prodotto velenoso del sistema-Montante e degli altri sistemi che abbiamo conosciuto più di recente. Certo, anche il silenzio generale è complice e decisivo. Perciò, mentre, con la sola eccezione, finora, di Vicenzatoday.it la stampa tace, io, da cittadino semplice, avverto il dovere di far conoscere questa storia a tutte le persone per bene, perché possano farne tesoro e, all'occorrenza, agire subito subito senza remore né paura, proprio per non diventare vittime di qualche prepotente sostenuto da un sistema marcio: se ciascuno dispone di sé, resiste, e combatte, anche le cricche più agguerrite e potenti devono fermarsi».

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