Pfas, tra soluzioni in vista e magagne irrisolte

La nuova rete acquedottistica dovrebbe mitigare il problema dell'approvvigionamento idrico dopo la contaminazione delle falde ma la bonifica dell'area Miteni per i comitati rimane «un tabù» e «una schifezza»: durante un dibattito l'ultimo scontro, il commissario Dell'Acqua nel mirino

un momento dell'incontro di ieri a Brendola dedicato al caso Pfas (foto di Marco Milioni)

Regione, società di gestione ed enti locali sono convinti che i nuovi acquedotti finanziati da palazzo Balbi risolveranno il problema della presenza di Pfas nella rete acquedottistica del Veneto centrale: ma sull'affaire Miteni permangono una serie di incognite a partire dalla bonifica che i comitati considerano una operazione solo di facciata. È questo quanto emerso ieri 6 febbraio a Brendola durante un convegno organizzato dall'amministrazione comunale in una gremitissima sala polifunzionale.

L'INCONTRO
L'incontro è stato voluto fortemente dal sindaco brendolano Bruno Beltrame che si è felicitato per il recente annuncio della giunta regionale veneta. La quale in accordo con il commissario regionale all'emergenza Pfas, Nicola Dell'Acqua, ha dato il via «ad un piano tanto ambizioso quanto necessario» per trovare nuove fonti di approvvigionamento idrico per il Veneto centrale. Il progetto, per il quale sono stati stanziati oltre cinquanta milioni di euro, prevede in sostanza la realizzazione di nuovi pozzi nel comprensorio di Recoaro nel Vicentino e in quello di Cittadella nel Padovano. Questi punti di prelievo saranno collegati da una nuova rete che fornirà l'acqua potabile in quelle zone del Veneto centrale tra Veronese, Vicentino e Padovano che in questi anni hanno dovuto affrontare l'emergenza della presenza nell'acqua ad uso civile «dei temutissimi Pfas». Si tratta di derivati del fluoro che secondo le agenzie regionali sarebbero state immesse nell'ambiente dalla Miteni, una industria chimica di Trissino finita al centro di uno dei più grossi scandali ambientali del Paese.

Beltrame durante il suo intervento si è detto «estremamente soddisfatto per la rapidità con cui la Regione Veneto è intervenuta» e soprattutto ha ringraziato Veneto acque, la spa regionale che ha già appaltato i lavori ad un consorzio privato capitanato dalla vicentina Mubre, «per il modo intelligente con cui ha affrontato i vari nodi legati alla progettazione ivi incluso quello degli espropri visto che tutti questi si sono conclusi in bonis senza dare vita ad alcun contenzioso con i proprietari terrieri per i quali la perdita del suolo può comunque essere traumatica». Beltrame ha poi ringraziato «i rappresentanti delle istituzioni che si sono spesi perché la questione acquedotti fosse risolta celermente» e tra questi ha ringraziato l'eurodeputato del Carroccio Mara Bizzotto che ieri ha partecipato all'incontro durante il quale la leghista ha sottolineato quanto siano pervasive le lobby della chimica a livello continentale. Al dibattito ha preso parte anche Andrea Pellizzari, già consigliere provinciale azzurro, oggi componente del cda di Acque del Chiampo, il quale ha ricordato «quanto la società che è pubblica poiché partecipata esclusivamente dai comuni del comprensorio si stia spendendo affinché i responsabili della maxi contaminazione da Pfas siano chiamati a rifondere i gravi danni inflitti non solo all'ambiente ma anche alle risorse idriche che sono patrimonio della collettività».

LA CRITICA
Durante la serata però si sono registrate anche diverse voci discordanti. Alberto Peruffo, uno dei volti più noti della rete ambientalista vicentina, ha criticato l'evento poiché «è stato semplicemente un escamotage del governatore leghista Luca Zaia di stendere una cortina fumogena sulle inerzie della Regione in tema di Pfas». Cortina fumogena con la quale «strumentalizzando i temi legati alla realizzazione dell'acquedotto Zaia ha provato a subappaltare la sua campagna elettorale ai relatori del convegno di Brendola». Una operazione «maldestra - ha fatto sapere Peruffo a margine dell'incontro - che i comitati hanno sgamato in due secondi». Lo stesso Peruffo poi ha mosso un appunto al primo cittadino. «Correttamente sta spiegando ai suoi cittadini quali sono le novità legate alla realizzazione del nuovo acquedotto. Ma sui Pfas avrebbe dovuto sbracciarsi non solo da sindaco, ma anche quando non era il capo dell'esecutivo ma nella giunta brendolana rivestiva un ruolo comunque di primo piano».

LA BONIFICA
Tuttavia durante l'incontro è stato continuamente preso di mira Dell'Acqua che sarebbe dovuto essere tra i presenti ma invece per impegni sopravvenuti ha disertato il simposio. «Evidentemente aveva capito che sarebbe stato sepolto dalle critiche - ha ironizzato Peruffo - e così se l'è svignata, visto che a lui avremmo voluto chiedere tante cose sulla bonifica dell'area Miteni, una bonifica che rimane sulla carta e che di conseguenza rimane un tabù».

QUESTIONE CENTRALE
Ancora più duro è stato Massimo Follesa, ex consigliere comunale di Trissino, portavoce del Covepa, il coordinamento che si oppone alla realizzazione della Superstrada pedemontana veneta. Per Follesa il punto nevralgico della questione dell'approvvigionamento idrico sta nel fatto che i gestori per decenni, forse secoli, dovranno rinunciare ai vecchi pozzi che sono stati contaminati. «Oltre che al danno ambientale si tratta di un danno enorme patito anche da chi si occupa della distribuzione dell'acqua. Costoro dovrebbero pertanto essere incazzati neri con chi negli anni si è trovato al timone della Miteni».

Sempre Follesa poi ha puntato l'indice verso palazzo Balbi e verso le agenzie controllate dalla Regione a partire dal Genio e da Arpav. «Mi domando che fine abbia fatto l'indagine amministrativa per valutare eventuali inerzie in capo a qualche dirigente che non si sarebbe accorto della morte nera che si ingigantiva nelle nostre falde. Indagine che Dell'Acqua quando era direttore generale dell'Arpav promise a più riprese dopo che nel fascicolo penale del caso Pfas i carabinieri del Noe ebbero a dipingere uno scenario assai poco esaltante al riguardo». E ancora Follesa a margine dell'incontro ha definito «una schifezza» la bonifica a cui la Regione starebbe pensando poiché «non c'è alcuna evidenza della volontà di rimuovere l'inquinamento, operazione da centinaia di milioni che spetterebbe ai privati responsabili per vero, da sotto il sedime della fabbrica». E che la tensione sull'argomento sia alle stelle lo testimoniano le immagini raccolte dalle telecamere di Vicenzatoday.it.

TEMA SPINOSO
La querelle in questo caso va avanti da tempo. I comitati infatti da mesi si domandano come mai non si sia proceduto ad una caratterizzazione del suolo sotto la Miteni «fatta come dio comanda ossia ad una indagine che ricercasse al millimetro la presenza degli inquinanti». E ancora. «Come mai - si domandano i comitati - la Regione con le sue agenzie strumentali trova il tempo di realizzare una mappatura in tre dimensioni della falda ma non fa lo stesso col suolo sotto la Miteni? Forse perché i carotaggi degni di questo nome realizzati all'interno dei capannoni della fabbrica che poi occupano più o meno il 40% della superficie del lotto industriale sono a mala pena un paio?». Detto alla grossa il 40% del sito potenzialmente contaminato non sarebbe stato adeguatamente sondato. Motivo per cui «come diavolo si fa a pensare ad una bonifica fatta a regola d'arte? Quali responsabilità - aggiunge Follesa - si stanno coprendo?».

LO SCENARIO
Un'altra partita cruciale riguarda i vincoli. Da anni una parte del mondo ecologista assieme ad una parte del mondo agricolo chiede che nel Veneto siano tassativamente vietati nuovi insediamenti produttivi ad alto impatto ambientale nelle aree di ricarica delle falde. In realtà le norme già prevederebbero vincoli del genere ma le deroghe sono tali e tante, denunciano gli attivisti, che alla fine «più o meno tutto è consentito visto che la politica da destra a sinistra non è in grado di cedere alle pressioni degli industriali». Frattanto sempre nell'Ovest vicentino comincia a montare la polemica contro chi nel settore conciario spinge perché nel distretto Agno-Chiampo venga realizzato un inceneritore dei fanghi conciari. I vertici confindustriali del settore lo ritengono strategico. Gli ecologisti pensano che, mutatis mutandis, «sarà una Miteni due in un territorio già martoriato dalle cadute ambientali del settore della lavorazione della pelle». Una parte della politica regionale, a partire dal centrosinistra a cominciato a dimostrare attenzione per le richieste degli industriali. Ma la galassia ecologista è già sul piede di guerra: «Il Pd si riempie la bocca con Greta Thunberg e poi più o meno sfacciatamente si vota agli inceneritori cari alla concia».

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