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il consigliere regionale dei Verdi Cristina Guarda (repertorio Today.it, foto Marco Milioni)

il consigliere regionale dei Verdi Cristina Guarda (repertorio Today.it, foto Marco Milioni)

Arpav, bufera sul commissario straordinario

La riorganizzazione dell'ente voluta da Marchesi e la sua nomina contemporanea a dirigente dello Sviluppo del territorio scatena la reazione, anche nei confronti della giunta, dei dipendenti e delle opposizioni che a palazzo Ferro Fini temono un depotenziamento della agenzia veneta per la tutela ambientale. L'ex ispettore: no «al tana libera tutti» per chi inquina

La riorganizzazione in seno all'Arpav, l'agenzia per la protezione ambientale del Veneto, voluta dal commissario straordinario Luca Marchesi, sta scatenando le ire delle minoranze a palazzo Ferro Fini. Ieri 21 gennaio il consigliere regionale leoniceno Cristina Guarda (eletta coi Verdi) è stata la prima firmataria di una dura presa di posizione che ha accomunato tutte le opposizioni di centrosinistra: «È imbarazzante - si legge - che il consiglio regionale veneto, dopo aver approvato solo a luglio del 2019 la nomina del nuovo direttore generale di Arpav Marchesi - si ritrovi oggi, poco dopo un anno, a dover constatare, per l'ennesima volta, il commissariamento di questo importante organismo indipendente di tutela ambientale».

IL CASUS BELLI
La scintilla che ha fatto deflagrare il caso va ricercata in una nota al vetriolo redatta alcuni giorni dalla Rsu di Arpav ossia dall'organo sindacale che esprime i rappresentanti dei lavoratori in seno all'ente la cui direzione generale ha sede nella città del Santo. Si tratta di una lettera aperta ai dipendenti in cui si prendono di mira l'ente controllore di Arpav, ossia la Regione Veneto nonché il suo massimo rappresentante, vale a dire il governatore leghista Luca Zaia. «Ditecelo, una volta per tutte, che la tutela dell'ambiente per voi e? solo una palla al piede. Perche? cosi? non ha senso». La critica è riferita principalmente a due ambiti.

Il primo riguarda la riorganizzazione dello stesso ente voluta dal commissario straordinario Marchesi. Una riorganizzazione che avrebbe intaccato alcuni punti di forza dell'agenzia senza tra l'altro affrontare alcune importanti criticità che la affliggono. La riorganizzazione peraltro non avrebbe privilegiato il rafforzamento delle funzioni ma avrebbe in gran parte privilegiato il rafforzamento delle posizioni apicali, quelle storicamente più a contatto con la politica.

Il secondo ambito riguarda la vicenda specifica dello stesso del commissario Marchesi. Il quale il 13 gennaio ha assunto anche la carica di «Capo area della tutela e sviluppo del territorio della Regione Veneto». Marchesi rimarrà commissario straordinario fino a quando Arpav non avrà un nuovo direttore generale. Una circostanza che ha scatenato l'ira della Rsu che accusa la Regione di aver trasformato l'agenzia in una sorta di trampolino per carriere. In questo caso il riferimento, pur senza fare nomi, è diretto all'ex numero uno dell'agenzia Nicola Dell'Acqua, la cui parabola non è stata molto dissimile da quella di Marchesi. Sullo sfondo poi rimane poi una questione che la galassia ambientalista considera cruciale.

L'Arpav infatti da alcuni anni sta gestendo, anche se non in solitaria, alcuni dossier «delicatissimi» a partire dalla maxi-contaminazione da Pfas che ha interessato Vicentino, Veronese e Padovano in tutto il Veneto centrale in relazione all'inquinamento attribuito alla Miteni, una industria chimica trissinese oggi fallita. Giocoforza la poltrona del direttore generale è per definizione scomoda perché l'Arpav, per sua natura, si trova a essere soggetta alle pressioni del non do ambientalista da una parte e da quelle di pezzi della politica e del mondo produttivo i quali ritengono che un approccio troppo rigoroso ai dossier ambientali che coinvolgono le imprese possa nuocere all'economia.

«COLPO MORTALE»
«Il Paese e il Veneto stanno vivendo un momento particolare - spiega ai taccuini di Vicenzatoday.it Francesco Basso - volto noto della galassia ecologista padovana e già ispettore di Arpav - perché a breve i distretti economici dovranno affrontare la strategia per superare l'emergenza coronavirus. Ecco sarebbe gravissimo - aggiunge il dottor Basso - se qualcuno pensasse che affaticando il lavoro di Arpav specie quello degli ispettori e dei laboratori che eseguono le analisi, si possa dare il via ad una sorta di tana libera tutti ecologico in nome del quale certe aziende e certi operatori con pochi scrupoli si sentano autorizzati a immettere nell'ambiente la qualunque perché tanto chi controlla è debole, isolato e minato nella sua indipendenza. Sarebbe un colpo mortale non solo per l'ecosistema, ma pure per l'economia sana».

IL J'ACCUSE
Ed è per questo motivo che il consigliere Guarda, che sta conducendo questa battaglia coi colleghi del centrosinistra Arturo Lorenzoni, Elena Ostanel e Andrea Zanoni (i quali rispettivamente militano nel gruppo misto, in Veneto che vogliamo e nel Pd) lancia una accusa ad alzo zero verso palazzo Balbi: «Forse la Giunta regionale pensava che  l'ennesimo commissariamento sarebbe passato inosservato. Invece no,  non lo è stato, anche perché questa volta il commissariamento ha le dimensioni dell'assurdo strategico: Marchesi, dopo 16 mesi,  lascia Arpav... anzi no, resta in qualità di commissario straordinario rivestendo al contempo il ruolo di direttore dell'Area tutela e sicurezza del territorio. Già, ma di quale tutela e sicurezza stiamo parlando se Arpav e i suoi dipendenti si troveranno, ancora una volta, in un limbo nel quale è consentito lo svolgimento delle sole attività ordinarie, senza programmazione e senza un direttore generale?».

Ma oltre al centrosinistra e oltre alla Rsu anche il sindacato di base Usb in una nota redatta di recente ha lanciato alcune bordate all'indirizzo dell'esecutivo regionale. Il sindacato infatti ha ricordato le drastiche riduzioni degli anni passati che in Arpav hanno riguardato la chiusura dei servizi di laboratorio «di Belluno, Padova, Vicenza e Rovigo». Un'accusa che si somma ad un'altra altrettanto pesante: «In pochi anni si sono susseguiti innumerevoli direttori generali, con al seguito i propri staff dirigenziali, il cui unico obiettivo e? stato quello di mantenere o creare dei privilegi per pochi eletti o per gli amici dei vertici regionali, sempre ovviamente a scapito del servizio erogato ossia della protezione ambientale e di tutela della salute pubblica». Ora il caso approderà a palazzo Ferro Fini grazie ad una interrogazione alla quale sta lavorando il centrosinistra.

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