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Domenica, 3 Luglio 2022
Attualità

«Intercettato illegalmente» dagli investigatori vicentini

Lo rivela Riccardo Sindoca, l'ex 007 padovano che con le sue denunce fece «deflagrare l'affaire Safond». Il 53enne, da tempo rimasto invischiato in un vortice giudiziario pieno di colpi di scena, professa la sua estraneità rispetto alle contestazioni rivolte a lui nel tempo e torna a puntare l'indice sulla procura berica: che al momento non replica

Riccardo Sindoca è il consulente aziendale nel ramo del recupero crediti di Villa del Conte nel Padovano che con le sue segnalazioni «all'autorità giudiziaria» fece «deflagrare l'affaire Safond». Il consulente, compie cinquantaquattro anni a giugno, un passato da 007 «in una rete informativa della Nato», ai taccuini di Vicenzatoday.it spiega che i guai giudiziari in cui è finito per una serie di vicende parallele o correlate al caso Safond-Martini, una ditta di Montecchio Precalcino nell'Alto vicentino che rigenera sabbie di fonderia e scorie di acciaieria, sono da ricondursi a due fattori principali.

Uno l'aver domandato alla Safond quanto gli spettava per un recupero crediti andato a buon fine, spettanze che ammontano a cinque milioni di euro. Due, l'aver denunciato le malversazioni ambientali che hanno fatto finire la società un tempo in capo al tycoon Rino Dalle Rive, ora scomparso, in un vortice giudiziario di notevoli proporzioni. Ad ogni modo negli anfratti dell'affaire Safond, una vicenda che come raccontato da Vicenzatoday.it il 22 settembre 2021 ha assunto i connotati di una vera e propria «spy story», le sorprese sembrano non finire mai.

Intervistato da Vicenzatoday.it l'ex 007 aggiunge un altro tassello quando spiega che proprio nelle more della vicenda Safond sarebbe addirittura stato intercettato illegalmente. Una condotta gravissima i cui contorni sarebbero stati addirittura messi nero su bianco da un pubblico ministero presso la procura berica, che così torna ad essere bacchettata dal professionista di origini milanesi.

Quest'ultima, chi scrive ha interpellato il procuratore Lino Giorgio Bruno in persona (che all'epoca dei fatti non ricopriva alcun incarico a Vicenza per vero), almeno per il momento, non commenta le rivelazioni del 53enne di Villa del Conte. Il quale tra l'altro oltre a rimarcare la sua estraneità ad ogni accusa, sottolinea come per quelle intercettazioni «non autorizzate dal giudice delle indagini preliminari» abbia già presentato una regolare denuncia alla procura trentina, responsabile per eventuali reati commessi dai magistrati veneti.    

Sindoca lei in pochi giorni fa sulla sua bacheca Facebook ha pubblicato un commento un po' sibillino in cui lei sostiene che sul caso Safond perdurino troppi silenzi e manchino all'appello troppe certezze. Perché?
«Mi chiedo. Sul piano della bonifica è stato fatto tutto quanto per legge è dovuto? Mi chiedo. A che punto è l'inchiesta per i reati ambientali da me denunciati? Fermo restando che il sottoscritto per ragioni di giustizia e avendone tutti i titoli perché persona coinvolta, ha chiesto, senza successo, di accedere al fascicolo penale-ambientale: almeno sino ad oggi. Si badi bene che su quella vicenda ambientale il primo esposto lo presentai nel dicembre 2017. Va da sé che non avendo accesso a quelle carte pertanto non posso sapere cosa sia stato fatto e cosa si possa ancora fare. Ovviamente mi riservo di informare della cosa le autorità preposte affinché venga accertato se il silenzio che ha contraddistinto la medesima richiesta di accesso possa trovare giustificazione nella legge».

Per il caso Safond o per eventi legati al caso Safond lei è imputato in vari processi. Come stanno andando?
«In primis è emerso che nulla di contraffatto sia stato trovato nelle mie disponibilità. Semmai viene contestato il fatto che siano distintivi simili a quelli delle forze dell'ordine. Per quanto riguarda la pantomima della accusa di essere in possesso di segni di riconoscimento contraffatti, e già da tempo oggetto di impugnazione, dagli incartamenti da ultimo acquisiti, emerge chiaramente la pretestuosità dell'arresto di cui fui bersaglio. Mi riferisco tra le altre cose al movente che avrebbe animato la mia condotta».

Coma mai lei parla di pretestuosità?
«Parlo di pretestuosità poiché, tra le tante, è emerso che nel mentre ero in stato di fermo insieme ai Carabinieri della polizia giudiziaria, a mia insaputa ovviamente, alcuni appartenenti alla Guardia di finanza di Vicenza, provvedevano, senza attendere la regolare autorizzazione del giudice per le indagini preliminari che non arriverà mai quel giorno, ad infarcire la mia auto di rilevatori Gps e microspie: una mossa che peraltro non aveva a che fare con l'inchiesta sui presunti segni contraffatti ma che riguardava le presunte vessazioni nei confronti di alcuni manager o ex manager della Safond Martini. Accuse che da tempo respingo in ogni sede, prove alla mano per di più. Aggiungo che, guarda caso, in seguito sono finito a processo perché avrei calunniato, a loro dire, proprio alcuni uomini della Guardia di finanza vicentina. E mi chiedo se per caso vi siano o meno delle correlazioni».

E per il resto?
«Per il resto siamo all'apoteosi. Faccio due cenni su una miriade di verosimili false attestazioni rilasciate da alcuni appartenenti al corpo della Guardia di finanza».

Può fare un esempio concreto?
«Il 18 aprile 2018 nel mentre venivo interrogato al comando provinciale della Gdf berica, in presenza anche del pubblico ministero assieme agli addetti in forza alla squadra di polizia giudiziaria presso la procura vicentina, come da orari riportati a verbale, secondo i tabulati delle intercettazioni ambientali, mi sarei invece trovato a bordo della mia vettura ad ascoltare musica. La sera dello stesso giorno, così è stato riportato nei brogliacci di ascolto, terminato l'interrogatorio, mi sarei recato direttamente a casa, mentre invece ho provato, producendo al giudice la ricevuta con la quale pagai il conto per la mia cena e quella dei miei legali in un noto ristorante vicentino, come quanto attestato a mio carico non rispondesse al vero. Lei capisce di che livello sono le indagini cui disgraziatamente e mio malgrado sono stato sottoposto».

Ci sono altri aspetti di cui lei si lamenta? Ci sono elementi che dimostrerebbero la estemporaneità delle accuse mosse verso di lei?
«Un funzionario della Guardia di finanza vorrebbe far sottendere al giudice che io avessi acquistato delle buste».

Buste da lettera?
«Sì buste da lettera. Buste simili a quelle recapitate in via anonima presso il domicilio di mia madre, buste che avrebbero  contenuto scritti calunniosi contro la Gdf berica. I quali, secondo l'accusa, sarebbero stati da me confezionati. Il che non sta né in cielo né in terra. Perché è come voler sostenere che una rapina sia stata commessa con un autovettura di colore scuro e siccome anche Sindoca ne ha una nera, allora potrebbe essere stato lui. Ma per cortesia».

Detto in altri termini?
«Detto in altri termini quel funzionario della Guardia di finanza, vorrebbe verosimilmente sostentare, sul piano indiziario, che io abbia commesso il reato per cui sono stato imputato, peccato che di buste di quel colore e formato non ne avessero mai ritrovate in sede di perquisizione né tanto meno la mia stampante avrebbe potuto stamparle, come da manuale prodotto al giudice».

Ma quel funzionario come avrebbe sostenuto tale accusa davanti al magistrato?
«Allegando come sedicente supporto alla relativa annotazione di polizia giudiziaria, peraltro spontaneamente redatta a seguito di un sopralluogo eseguito per assolvere ad una dichiarata curiosità investigativa, uno scontrino che, diversamente ed in maniera inconfutabile, invece comprova l'acquisto non di buste bensì di dolciumi. Ecco, non vado avanti solo per non urtare la sensibilità di chi è debole di cuore. E ripeto questa non è che una delle mille contraddizioni da me riscontrate».

Lei però è stato pure accusato di avere preso parte ad una truffa ai danni della Safond, impresa al centro peraltro di uno scandalo ambientale di notevoli proporzioni. Tra le altre lei avrebbe agito senza scrupoli per fare in modo che la Safond si mettesse in pancia un prodotto industriale di nicchia come il «nickel wire», ossia nichel lavorato a filo, ad un prezzo ben maggiore del dovuto. Come giudica questa pesante accusa?
«In premessa per quanto ai reati ambientali, vorrei ricordare ancora una volta, che tale ipotesi è stata oggetto di tre miei diversi esposti: il primo dei quali depositato presso la Procura della Repubblica di Vicenza, il 4 dicembre 2017».

Quindi l'affaire Safond sul piano ambientale è scoppiato proprio a causa e in seguito alla sua denuncia alla magistratura vicentina?
«Taluni giornali hanno riportato ben altra ricostruzione degli eventi, ma c'è qualche testata che invece ha detto come stanno le cose».

Sì ma per il resto degli addebiti a suo carico?
«Per il resto l'accusa di malversazioni a mio carico rispetto alla vicenda Safond, la quale ovviamente non riguarda solo l'ambiente, è una accusa strampalata, campata per aria. Sono gli atti dell'inchiesta che dimostrano la cosa».

Più nel dettaglio lei è stato accusato anche di aver indotto la Safond a acquistare una partita di nichel lavorato, il «nickel wire» senza che ce ne fossero i presupposti. È vero?
«Come da sempre noto a tutti, compresa la pubblica accusa, io il nichel l'ho solo recuperato su formale incarico ricevuto della società interagendo con la Safond in questo senso solo dal giugno 2016, nel mentre l'acquisto risale ad anni precedenti. Tanto per parlare chiaro».

E poi?
«Poi c'è la parte tragicomica della vicenda. Di cui ho avuto contezza parziale, sempre dalle trascrizioni delle intercettazioni agli atti del fascicolo».

Può essere più preciso?
«Sono venuto in possesso dei brogliacci delle intercettazioni dalle quali si evince che Rino Dalle Rive, ex patron di Safond oggi scomparso, stava trafficando per vendere all'estero una ulteriore partita di nickel wire».

Una manovra pensata a che pro?
«Parrebbe per creare una provvista parallela al fine di riacquistare con l'aiuto di prestanomi proprio la Safond. La quale si trovava nel frattempo in procedura di concordato in cui i suoi manager l'avevano fatta finire e in cui la società ancora si trova. Nel frattempo con l'ausilio di molti, in sede giudiziale, si asseriva che il nickel wire valesse poco o nulla. Questo era il presupposto, chiaramente errato, con cui Dalle Rive asseriva di essere stato truffato».

Ripeto, con quale obiettivo?
«Ribadisco, probabilmente l'obiettivo era quello di asserire che nulla era dovuto dalla società. Quindi nulla era dovuto al sottoscritto in prima persona a causa della truffa che in qualche modo mi avrebbe visto comprimario: il tutto a beneficio di qualcuno che così avrebbe potuto avere una scusa per poter azzerare il credito da me legittimamente vantato e attivato proprio per aver recuperato quanto richiesto per l'appunto su incarico proprio della Safond Marini».

Che cos'altro emerge dalle intercettazioni?
«Dalle intercettazioni è emerso anche il lavorìo sotto traccia portato avanti da più soggetti per concertare una serie di testimonianze di cui non parlo in questa sede. E non è finita».

Cioè, in che senso c'è dell'altro?
«Sì. La cosa agghiacciante è che verosimilmente il tutto è avvenuto mentre alcuni avvocati che avevano a che fare anche con la procedura di concordato cui era sottoposta la Safond fossero verosimilmente a conoscenza di questa macchinazione da codice penale. Addirittura dagli atti della inchiesta viene riferito, non è dato sapere se o meno in via ipotetica, il nome di chi avrebbe verosimilmente indotto Dalle Rive a presentare specifica denuncia-querela nei miei confronti per estorsione solo nel febbraio 2018 ossia passati due anni dopo i fatti che mi vengono contestati».

Ma se le cose stanno così si tratta di condotte gravissime. O no?
«Insomma, veda un po' lei. Qui ce n'è per un legal thriller di John Grisham. E forse per l'affaire Safond cominciano a tremare molti palazzi in tutto il Veneto e non solo. Ad ogni modo questo è quanto emerge dalle intercettazioni».

Scusi ma lei che impressione ne ricava?
«Guardi si tratta di una sequela di obbrobri di cui sono ancora vittima, tutti denunciati sia alla procura di Vicenza, sia a quella di Trento, competente per eventuali reati commessi dai magistrati veneti. Poi c'è anche una chicca».

Quale chicca?
«Persino un pubblico ministero vicentino ha dovuto mettere nero su bianco che io sia stato intercettato anche in assenza di copertura dei decreti di convalida del Gip che lo autorizzassero. Un altro pubblico ministero mi ha persino detto, all'atto di un interrogatorio, che esteticamente sono sgradevole. Siamo addirittura agli apprezzamenti estetici sul sottoscritto. Ma si rende conto? Altro che legalità e rispetto della dignità di quanti proprio malgrado hanno a che fare con la macchina della giustizia. E ripeto non sto qua ad elencare tutti gli abusi cui sono stato sottoposto, perché dovrei scrivere La storia infinita di Michael Ende».

Può fare una eccezione?
«Ho dovuto persino fare i conti con una persona imputata al processo per la presenza della mafia campana a Eraclea nel Veneziano, persona da me mai conosciuta peraltro, che platealmente si è fatta avanti, con un terzo soggetto, per riferire fatti, paradossalmente smentiti dagli accertamenti successivi, ma immediati, espletati dalla polizia giudiziaria della Gdf berica. Accertamenti che verosimilmente sono, se del caso, atti ad integrare un eventuale reato di calunnia da me patito. Ora visto che tutto è provato, vorrei sapere se queste persone siano state, quantomeno, perseguite come prevede il codice penale: visto che di questa storia c'è pure una traccia importante sui media».

E quindi ora che cosa si chiede?
«Chi di dovere sta perseguendo tutti questi gravi reati di cui sono stato e sono tuttora vittima? Si tratta di una sequela di verosimili abusi e di verosimili omissioni di proporzioni ciclopiche».

Sindoca, chiaramente a partire dal piano penale le sue sono accuse pesantissime. Il quadro nel suo insieme le fa pensare a scenari oscuri? Oppure, lei sta prendendo un abbaglio? Oppure sta cercando semplicemente di difendersi come può?
«Guardi che sono le carte a dare confermare ciò che dico. Quindi si regoli un po' lei. A mero titolo di esempio, in riferimento alle intercettazioni non autorizzate, in quanto come evidenziato non coperte da decreto di autorizzazione, il responsabile o è il pubblico ministero o la squadra di polizia giudiziaria operante presso la procura berica. Oppure...».

Oppure?
«Sono responsabili entrambi. Quindi mi domando. Chi è o chi sono i veri responsabili?».

Ma lei è proprio sicuro di avere denunciato la cosa?
«E me lo chiede? Certo che sì, ci mancherebbe altro. Io ho sempre dato notizia con perizia e diligenza alla Procura della repubblica di Trento e non solo a quegli uffici giudiziari».

Con quale esito?
«Ad oggi il silenzio per quanto mi sia dato sapere. Come permane il silenzio su diversi ed innumerevoli aspetti da me oggetto di denuncia-querela che afferiscono alla procedura di concordato che interessa la Safond. Sulla cui vicenda da quanto ho appreso dai media a fine 2021 è stato presentato anche un esposto penale dal coordinamento ambientalista Covepa. Esposto che delinea scenari inquietanti, se accertati».

E la politica è interessata ad approfondire il contenuto di queste denunce secondo lei?
«La politica sembra interessarsi poco o nulla: segno che, se del caso, quella magagna ambientale che compete al Comune di Montecchio Precalcino in cui si trova lo stabilimento Safond e poi alla Provincia e alla Regione Veneto, per alcuni rappresenta un tabù. Per carità di patria poi non dico nulla di più di quanto ho appena riferito sulla vicenda, di cui ha parlato solo Vicenzatoday.it, circostanza che per l'appunto riguarda alcuni inquietanti collegamenti tra la presenza camorristica a Eraclea nel Veneziano e certi personaggi che, con risultati fantozziani, ma pur sempre da codice penale, avrebbero cercato di addebitarmi condotte illecite proprio in ragione della mia conoscenza di alcuni uomini d'affari legati alla Safond».

E quindi?
«Parlo in generale. Diciamo che, quando si vuole, le autorità preposte forniscono ricchi dettagli alla stampa, pur con i limiti della nuova normativa. In altri casi, quelli che coinvolgono il potere, pare si preferisca un più rassicurante e silenzioso muro di gomma».

Tirando le somme perché allora lei sarebbe il bersaglio di questa macchinazione?
«Forse, principalmente per due motivi. Anzitutto perché mi sono permesso di chiedere alla Safond e a Dalle Rive, un uomo molto influente, il compenso pattuito, ossia cinque milioni di euro, per la mia attività di consulenza nel recupero crediti: conclusa con successo peraltro».

E in seconda battuta?
«Perché probabilmente ho scoperchiato una magagna ambientale relativa alla Safond che per qualcuno doveva invece rimanere occultata sotto terra».

Lei non va molto per il sottile, vero?
«Ma insomma, guardiamo in faccia alla realtà. Non dimentichiamoci che la Safond è una ditta strategica perché tratta gli scarti di fonderia. Ora chi lo abbia e come lo abbia fatto magari lo sa solo il cielo. Evidentemente se quel sito smette di lavorare immaginate che cosa possa succedere, per esempio, ad alcune acciaierie che si affidano alla Safond. E nulla dico sul tema dei macinati che, può darsi, potrebbero finire, per esempio, nei sottofondi stradali. Ricordiamoci poi che il caso Safond sul piano ecologico potrebbe costituire un rischio potenziale per la falda di Novoledo che poi alimenta gli acquedotti di Padova e Vicenza. Ripeto. Non scordiamoci di questo fatto».

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