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Val d'Assa: un milione di alberi abbattuti, lo shock di abitanti e turisti

Il video reportage sul disastro provocato dall'uragano del 29 ottobre

 

Un sole anomalo, tiepido, sfasato ci accoglie quando alle dieci e mezzo del mattino arriviamo sull’Altopiano di Asiago. La strada che da Fara, passando per Lugo e Lusiana è piena di persone che camminano in maniche corte. È il 3 novembre sabato, ma il caldo è quello della primavera inoltrata. Dopo aver letto degli sfracelli che a metà della settimana scorsa si sono abbattuti sulla terra di Mario Rigoni Stern uno si aspetta che dopo l’ultima curva, dopo l’ultimo eco della pianura, la devastazione del vento e della pioggia si appalesi subito.

E invece no.

I primi segni sono il grande piazzale adibito a ricovero di una primissima parte dei tronchi tirati giù dalle intemperie. E poi ci sono i cubi di metallo, i generatori ausiliari di Enel che hanno garantito che l’intero comprensorio non rimanesse al buio. La strada che porta a Marcesina, il pianoro situato in gran parte nel comune di Enego e che probabilmente è stato il più stravolto dalla furia degli elementi di sette giorni fa è bloccata. Occorreranno giorni, settimane, solo per capire l’ammontare dei danni. Gli alberi abbattuti sono migliaia e migliaia.

Come pesantissimo è il bollettino dei danni che i quotidiani locali e nazionali aggiornano ormai costantemente. Ma c’è un altro luogo sul quale la potenza di vento e pioggia ha fatto sentire il suo effetto dirompente. È la Val d’Assa. Siamo a nord ovest rispetto ad Asiago. La strada è uno dei paradisi dei motociclisti che dai Sette Comuni vogliono proseguire verso settentrione per raggiungere Levico e poi Trento. Man mano che il tempo passa il sole si fa ancora più vivo. Dai finestrini entra un’aria appena appena ingentilita da un sapore di resina.

La luce e la temperatura ingannano, sembra il preludio d’estate.

E invece dopo qualche curva finisce che il sole di mezzogiorno ti gela il sangue. I cadaveri di abeti rossi cominciano a stagliarsi sui fianchi dei rilievi che costeggiano la strada. Sembra che il fortunale nell’abbatterli sia andato con ordine tanta è la cura con cui quei tronchi, che sembrano tutti uguali, sono finiti per terra: come mazzi di stuzzicadenti ammassati con cura. Invece quelle vite spezzate hanno patito la furia del vento e della pioggia. I minuti passano io e il mio compagno di viaggio Enrico prepariamo l’attrezzatura: macchina fotografica e videocamera sono adagiate sul sedile posteriore dell’auto mentre fuori il tempo comincia a cambiare. Sale il vento. Le stesse curve, le stesse distese di piante martoriate entrano più e più volte mentre percorriamo avanti e indietro la strada tra il passo Vezzena che è in Trentino e Camporovere che si trova più a sud nel Vicentino.

La gente passa in auto, in moto, a piedi, in bici.

Gli spiazzi dai quali meglio si osserva l’effetto della bufera che una settimana fa si è incuneata in questa valle sono pieni di gente: telefonini, macchine fotografiche, telecamere, binocoli, cannocchiali e tutto ciò che la tecnologia mette a disposizione per aumentare i sensi umani viene utilizzato per scrutare le carcasse arboree e le radici divelte: ora fragili come coni gelato sotto-sopra. Bisognerà capire se la tecnologia da sola riuscirà a spiegare le cause profonde di quanto accaduto. O se da sola sarà invece capace solo a confondere i sensi. Le persone del posto parlano di quelle ore terribili. «Sulle prime nemmeno ci eravamo accorti di quello che stava capitando - spiega Paolo Gorda di Cesuna - poi è venuto giù di tutto». I racconti si assomigliano, l’ansia per il futuro e il sollievo per il fatto «che le cose potevano andare molto ma molto peggio» si alternano senza soluzione di continuità.

Chi è interessato a capire veramente che cosa è successo in questi luoghi dovrà tornarci più volte: ogni volta con uno sguardo diverso. Occorrerà interrogarsi su quanto abbia nuociuto la monocoltura boschiva da abete rosso che prese piede sull’Altopiano da dopo la Grande guerra. Bisognerà capire quanto questa coda estiva sia figlia del riscaldamento globale e che ruolo abbia giocato nei nubifragi che hanno spazzato il Veneto e non solo il Veneto. Bisognerà capire se la montagna, anche per l’insegnamento degli eventi di questi giorni, potrà tornare ad essere abitata veramente senza essere concepita come la dépendance un po’ più fresca e un po’ più folkloristica delle città.

Un primo primissimo banco di prova potrebbe giungere proprio da Marcesina.

Lì per anni i comitati si sono battuti per evitare che «un progetto di valorizzazione turistica» prendesse corpo e snaturasse coi suoi parcheggi e con le sue strade l’identità storica e quella naturalistica del pianoro. Chissà se qualcuno in questo momento starà pensando bene di rispolverare quel progetto. Magari con la scusa di fare uscire Marcesina dallo stato di desolazione economica in cui gli elementi l’anno cacciata. Difficile a dirsi. Lo il tempo potrà chiarire questo aspetto.

C’è però un elemento da considerare. Il 30 ottobre Luca Mercalli intervistato da Famiglia Cristiana ha detto: «Abbiamo già un pezzo di danno fatto: i fenomeni meteorologici che vediamo ora sono una spia di questo danno, sono influenzati dal cambiamento climatico, anche se è difficile dire nel caso del vento dei giorni scorsi quanto dipenda dal comportamento umano e quanto da fenomeni naturali, per questo dico che non dobbiamo focalizzarci sul singolo episodi, ma sulla sostanza: i dati sul lungo termine e su tutto il pianeta ci parlano di una terra che sta seguendo le previsioni che sono già di cento anni fa: si stanno tutte verificando e se non corriamo ai ripari consegneremo ai nostri figlio un mondo più complicato in cui vivere».

Argomenti del genere sono già spariti dai radar dell’informazione. Si corre il rischio così che le incredibili immagini aree della val d’Assa messa ko dagli elementi finiscano presto nel dimenticatoio senza aver suscitato una autentica riflessione. Una fine che potrebbero fare migliaia e migliaia di foto scattate in questi giorni nel Veneto orientale e settentrionale. Perché documentare senza una chiave di lettura è un’operazione arida come quella di chi ha una chiave di lettura non sorretta da alcun documento.

Ed è in quest’ottica che chi scrive, con la collaborazione di Enrico Rosa alla fotografia e di Giulia Guidi al montaggio, ha cercato di filmare e dare un senso ad una mezza giornata passata sull’Altopiano durante un sabato di novembre comunque difficile da dimenticare.

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