Tra fede incrollabile e "aura di negatività"

Qualche riflessione sull'ennesimo pareggio dei Colella boys

Screenshot da Eleven Sport

Vogliamo arrampicarci sugli eufemismi e dire che quello messo in scena al Bonolis di Teramo è stato uno spettacolo che non passerà alla storia del calcio?

I quasi 120 tifosi del Lane che si sono sciroppati 1000 chilometri di viaggio al fine di assicurare alla squadra la consueta “aura di negatività” (sto facendo dell’ironia, lo dico per quelli che non sono ammaestrati a certe sottigliezze) magari non userebbero tanti virtuosismi linguistici per descrivere 95 minuti di noia cosmica e pressapochismo pallonaro.

Merito, anzi demerito, di entrambi i contendenti, intendiamoci.

Colella, da quando ha ripreso il suo posto in panchina, ha ben avvertito tutti: questo è quel che può dare il Lane in questo momento. Pochino, quindi… Perché la retroguardia è quel che è: affidabile in generale ma incapace di liberarsi dalle amnesie che spesso condannano i biancorossi a scialare per distrazione quel che hanno costruito con il gioco. Un Vicenza formato Penelope, che mal si attaglia al vertice della graduatoria.

Quanto alle corsie esterne, alzi la mano chi ha capito il senso dell’operazione di lasciar andare alle sue voglie Andreoni (il quale giustamente si sorbisce adesso la panchina ad Ascoli, per la serie “i fenomeni non esistono”), rinunciando nel contempo pure a Solerio (che al contrario sta mettendosi in luce all’Erminio Giana). Due venticinquenni giubilati a beneficio di due ultratrentenni, Martin e Salviato, che saranno pure stati fior di giocatori in carriera, ma che sin qui a Vicenza sono stati iscritti a furor di popolo al club dei ghostbuster.

Aggiungiamoci un attacco nel quale il capocannoniere dell’anno passato, Guerra, sbandierato come il colpo di mercato invernale, è rimasto per ora col colpo in canna proprio mentre l’altro bomber, Arma, conferma ciò che i tabellini storici avevano già evidenziato: realizzatore spietato nel girone di andata e poi in letargo in quello di ritorno. In questo contesto, essere ancora ben dentro il range delle squadre in odore di play off è già un successo, ma è chiaro che se non si vuole che l’avventura di maggio possa risolversi un una malinconica comparsata, l’undici berico dovrà cambiare al più presto d’abito.

Il salto di qualità, ancor più che sul piano della manovra è richiesto su quello mentale. Perché questo Vicenza è troppo psicolabile, calcisticamente parlando. L’incapacità cronica a mantenere il risultato è incompatibile con un’over season che vedrà come avversarie compagini ciniche ed esperte come Triestina, Feralpi o Monza.

E’ su questo piano che deve avvenire il salto di qualità, magari senza aspettare i play off ma già nelle restanti gare da disputare: col Gubbio, a Ravenna, col Fano e a Bergamo con l’Albinoleffe. Saranno le prove generali per capire se gli uomini di Colella hanno abbastanza apparato riproduttivo per affrontare l’inferno degli spareggi oppure se intendono arrivare all’appuntamento decisivo con il solito braccino corto e cuore tremolante.

C’è da essere ottimisti o pessimisti? Diciamo che il sentimento propende per la prima ipotesi, la ragione per la seconda. Tra fede incrollabile ed “aura di negatività” sarà una lotta incerta fino all’ultima giornata? Oppure i protagonisti in campo decideranno che è arrivato il momento d’essere campioni non solo in conferenza stampa? 

Magari a loro sembrerà strano, ma i più felici di essersi sbagliati nei giudizi sarebbero proprio gli stessi tifosi che oggi mugugnano… Perché alla fine è sempre l’amore ad essere più forte della rabbia.

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