Rimini - Lr Vicenza: il buono, il brutto e il cattivo

Mister Di Carlo mantiene la parola: il suo è un Lane dove cervello, cuore e gambe si sono fuse in un'alchimia vincente

In attesa della contromossa da parte della Regia, il Lane ha dato un’altra mazzata al campionato, allungando a +9 sul Carpi. Un uomo solo al comando, chioserebbe un commentatore di ciclismo, non fosse che gli uomini sono 11 e che la salita da scalare non è lo Stelvio ma la rampa per la serie B. Mezzora è bastata per archiviare la pratica Rimini.

Trenta minuti persino imbarazzanti, tanto evidente appariva la disparità delle forze in campo e questo nonostante la squadra romagnola abbia buttato sul green del Neri tutto quanto aveva in questo momento: grinta, corsa e buona disposizione sul campo. La qualità no, perché quella, come il coraggio di don Abbondio, o ce l’hai o non te la puoi inventare. Troppi errori individuali, troppe amnesie per i padroni di casa, il che, contro il Vicenza capolista, ha significato pagare pesantemente dazio con una figuraccia grama. Almeno nel primo tempo.

Nella ripresa, in verità, la mano di Colella si è vista, con una prestazione più dignitosa, giustamente coronata dal gol della bandiera. Dopo sette sconfitte in otto gare, tuttavia, la sorte dell’ex allenatore biancorosso è apparsa subito segnata. Colella se ne torna a Treviso, accompagnato dagli improperi del pubblico di casa (che ci stanno, quando non sono inutilmente volgari) che l’aveva accolto come il salvatore della patria. E da quelli di qualche nostro conterraneo cui il tecnico non era mai andato giù nella sua permanenza in via Schio (nonostante alla fine abbia raggiunto l’obiettivo assegnato dalla società e cioè il raggiungimento dei play off).

Va detto che la maggioranza dell’opinione pubblica berica non ha dimenticato quanto di buono è stato fatto l’anno passato, pur con un licenziamento inutile di mezzo. Ma Colella è il passato, mentre Di Carlo il presente e anche il futuro. Ricordate le promesse di Mimmo il giorno della sua presentazione ufficiale al Menti? Assicurò che avrebbe costruito una squadra a sua immagine e somiglianza: operaia come quella di Ulivieri, coraggiosa come quella di Reia e coesa in spogliatoio come quella di Guidolin. La sua, insomma.

Quella condivisa con Praticò, Viviani e Murgita. Quelle parole risuonano oggi come un mantra profetico, osservando le cosiddette riserve entrare in campo col piglio da veterani e la voglia di bruciare l’erba alla ricerca di un posto da titolari. Perché questo Lane non è solo l’espressione di Padella, Cinelli, Vandeputte o Marotta ma anche (e forse soprattutto) quella di Pasini, Pontisso, Tronco o Guerra. E’ il ritratto di una squadra che, come impone il suo timoniere, non vuol sentir parlare di scalette promozione ma intende giocarsi il destino partita per partita. Con le grandi come con le piccole.

E in questo modo guarda al mercato. I miei lettori ricorderanno che avevo informazioni certe che Ardemagni non sarebbe arrivato in biancorosso, anche quando in tanti lo davano come cosa fatta. Ma credo che, alla fine, almeno un rinforzo ci sarà: forse non Di Mariano ma Furlan, più difficilmente una punta, tipo Melchiorri, viste le quotazioni in rialzo di Simone Guerra. Renzo Rosso non lascerà niente di intentato. In società ci si rende perfettamente conto che questa è l’annata giusta e che difficilmente la storia potrebbe concedere un’altra stagione così favorevole al salto di categoria.

La dirigenza è quindi disposta ad allargare i cordoni della borsa, a patto che Magalini individui giocatori in grado di far fare davvero il salto di livello all’organico. Per questo i giorni prossimi saranno frenetici e densi di consultazioni, in attesa del botto. Chiudiamo tornando ancora all’incontro di ieri. Complimenti ai 300 supporters del Lane presenti sugli spalti de Neri (anche se francamente mi attendevo una maggiore partecipazione) e complimenti anche per quelli del Rimini, i quali, pur di fronte ad una specie di Waterloo calcistica non hanno mai smesso di incitare i propri colori dal primo minuto all’ultimo. Sono queste le cose che emozionano in un mondo del calcio nel quale ormai si parla solo di margini economici, di brand, di mission e di asset.

Benedetti i tifosi, ragazzi. Senza di loro, senza il popolo del Menti, le partite sarebbero roba da Barbara D’Urso… Amen.

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