Il punto di Alberto Belloni: Rucco, Rosso e l'erba del Piave

Menti in mano alla famiglia del patron della Diesel? In attesa di una conferma ufficiale, qualche riflessione sullo stadio di Vicenza

Qualche giorno fa, ai microfoni di un’emittente radiofonica padovana, il sindaco di Vicenza Francesco Rucco ha avanzato l’ipotesi che, al termine dell’emergenza Corona Virus, il Comune di Vicenza possa avviarsi verso la strada di una cessione del “Romeo Menti” alla famiglia Rosso. In attesa di conferme ufficiali sulle intenzioni della Giunta berica, val la pena di tornare con qualche annotazione sull’argomento stadio e sul futuro di un nuovo impianto.

Chi mi segue con attenzione, ricorderà la mia battaglia, una decina di anni or sono, quando la prospettiva più concreta dell’allora proprietà era quella di un trasferimento dell’impianto di via Schio nella zona Est della città. Basavo allora la mia posizione su tutta una serie di considerazioni di natura economico/finanziaria, nonchè storico/affettive. Col passare del tempo e parlandone con molti manager del calcio, mi sono reso conto che la mia battaglia somigliava sempre più a quella dell’eroe della Mancia contro i mulini a vento. Tutto, dal crack del calcio e delle televisioni fino all’ombra lunga del Corona Virus, sembra spingere incontro ad un trionfo del calcio moderno rispetto allo sport romantico che ha avvinto i nostri cuori più o meno attempati.

Non insisto sulle mie passate motivazioni, che ormai sono quelle dell’ultimo soldato giapponese nascosto nella giungla delle Filippine. Mi limito ad una sola, estrema considerazione. Quella del pallone non è solo un’azienda ai fini di lucro. Non solum, sed etiam, come ci hanno insegnato i nostri professori di belle lettere. Il calcio è un’impresa che deve far quadrare i conti e magari consentire agli investitori anche qualche onesto guadagno. Ma è anche (soprattutto?) tradizione, sentimento ed empatia con i tifosi. So che stiamo andando in altra direzione, me l’hanno inculcato a suon di numeri, diagrammi e budget diacronici. Ma per tanti come me il business non è l’unico dogma possibile.

Il calcio per noi è ancora rumore, colore, odore, sapore e stupore. E’ il rumore dei tacchetti che battono sul cemento a bordo campo, prima di iniziare la partita. Il colore di una striscia bianca, che non è pista di coca ma il segno appena tracciato dal carrettino del pensionato tuttofare. L’odore di una maglia sudata, di quelle di lana che dopo la pioggia pesano sulle spalle come un’armatura. Il sapore del te annacquato, bevuto nello spogliatoio mentre l’allenatore smadonna per il gol beccato inopinatamente. E lo stupore del ghiaccio, che la mattina presto attanaglia i terreni di periferia ma non ferma la voglia di giocare di un sognatore quindicenne. Sta arrivando il calcio digitale, lo so bene. Incontri simulati e giocatori davanti al computer. Una partita vera sul green e magari decine di altre, virtuali, giocate all’interno di stadi che sono contemporaneamente alberghi, ristoranti, binghi, supermarket, kinderheim, sale scommesse, negozi di cianfrusaglie e internet point. La gente al botteghino, che già oggi conta nel bilancio societario come il due di spade (quando la va a denari), diventerà ancora più accessoria. Giusto quel tocco di simpatica euforia per incartare meglio il prodotto finale. E la partita in sé, il risultato agonistico in senso stretto, resterà giusto giusto la corsia per accedere a coppe e promozioni. Un fatto statistico più che una festa popolare.

Perché mai dunque tutta questa filippica ormai antistorica e forse persino surreale? Perché dopo le parole del nostro Primo Cittadino, sto già pensando al teatro in cui mi toccherà, probabilmente, seguire le ultime partite della mia ultrasessantenne carriera di tifoso e quasi quarantennale di giornalista. Spero che il Lanerossi Vicenza del patron Diesel, nella sua scalata verso una dimensione organizzativa e gestionale degna dei massimi palcoscenici, riesca a serbare nel suo DNA almeno un po’ di quella componente sentimentale che ha reso questa pratica sportiva sport nazionale in Italia e maggioritario nel mondo. Quella sfera di stracci, rincorsa dal negretto in Burkina Faso, come dallo straccione della favela di Rio, dall’universitario di Harvard e dal ragazzino di Damasco. Una componente sentimentale che forse non incide molto sul ROI ma che fa la differenza tra una realtà economica che si occupa, che so, di bulloni metallici e una che invece tocca il cuore della gente.

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E vengo al dunque… Spero che, in questo processo evolutivo (involutivo?) ci lascino almeno lo stadio dove sta ora. Magari ipertecnologico, multifunzionale, rutilante nei suoi effetti speciali, ma sempre lì, sul terreno vicino al fiume dove già dal 1911 (e fino al passaggio a S. Felice, per poi ritornarvi nel 1935, secondo quanto attestato dalla storica Anna Belloni nel suo libro “Le due divise”) le casacche biancorosse hanno tenuto alto il nome della città. Non sarà molto, ma almeno un pezzo di storia l’avremo difeso contro il mondo che cambia. Perché per noi, inguaribili romantici "figli del Lane", quel rettangolo erboso è, calcisticamente, come la terra del Piave. Sacro.  Pensaci, Renzo… Be brave!

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