«Il calcio è un rito: troppa economia lo distrugge»

Il giornalista Massimo Fini, nel suo libro "Storia reazionaria del calcio", scritto con Giancarlo Padovan, traccia un impetoso quadro sullo stato attuale dello sport più amato. E sull'LR Vicenza dice: «Renzo Rosso non lo conosco ma mi sembra che usi la squadra come fece Berlusconi col Milan»

E' una sorta di storia d'Italia vista attraverso il mondo del calcio. Il calcio è uno specchio della società e attraverso il calcio si possono vedere i cambiamenti. E' la società che cambia il calcio, non viceversa. Pensiamo all'Olanda degli anni '70: il suo gioco era lo specchio di un'epoca, era un calcio "hippy"

Così Massimo Fini esordisce nella nostra chiacchierata sul suo ultimo lavoro, "Storia reazionaria del calcio", scritto con Giancarlo Padoan ed edito da Marsilio editori. Storico tifoso del Torino ed orogogliosamente antimoderno, il giornalista ha messo nero su bianco la summa della sua visione dell'Italia pallonara contemporanea, ovviamente "politicamente scorretta". Hanno fatto molto discutere le sue posizioni contro il calcio femminile e pro ultras, considerati come l'ultimo baluardo del rito romantico che è il calcio allo stadio. 

I tifosi

Il denaro, la televisione, ora anche il Var, hanno profondamente cambiato il fenomeno calcio, che nasce allo stadio, un luogo che univa tutto, il tempio dove celebrare il mito.

C'era un giorno deputato al pallone, la domenica. Si andava allo stadio tutti insieme, stipati nei settori popolari; le trasferte organizzate sono nate proprio dall'esigenza di dividersi i costi, o perchè si saliva sullo stesso vagone di terza classe. La partita era al centro di tutto.

Io non sono mai andato allo stadio con una fidanzata: o ti sbaciucchi o guardi il campo. Gli spalti erano anche un luogo di libertà, di sfogo; lo sfottò, anche becero, anche violento, era un modo sia per affratellarsi sia per sfogarsi contro il nemico comune di quella domenica.

Non mi piace tutto questo fair play, non fa bene. In questo senso, gli ultras sono gli ultimi paladini anti modernità: vivono lo stadio, sono contro le pay-tv, discriminanti, sono i tenutari del rito come è nato. Tra l'altro nel 2003 ho assitito alla grande manifestazione a Milano, in difesa di questi valori: un centinaio di tifoserie da tutta Italia, unite per difendere la tradizione. Una manifestazione correttissima, commovente. 

Lo "spezzatino"

Ora abbiamo l'overdose di calcio, partite quasi ogni giorno. Si perde il valore, come fa perdere valore l'eccessiva enfasi di telecronisti e opinionisti. Ogni gol è straordinario, ogni parata è un gesto eccezionale: in questo mare magnum tutto si dissolve. Infatti mancano eredi di Gianni Brera, grande maestro nel rendere l'epica delle partite. 

La perdita dell'identità

Il calcio è anche un fenomeno identitario, altra dimensione che va polverizzandosi, dalle divise ai giocatori. Ormai le squadre cambiano tre maglie ogni anno, per motivi di sponsor, e accade sempre più spesso che 9/11 dei giocatori in campo siano di colore, oltre a cambiare casacca ad ogni sessione di mercato.  Difficile identificarsi, come accadeva fino a qualche anno fa. 

A proposito del Vicenza

Renzo Rosso non lo conosco ma mi pare di capire che ricalchi il modello Berlusconi, che ha usato il Milan prima per ottenere vantaggi prima come imprenditore poi come strumento di propaganda politica.

Non mi piacciono questi stadi che devono diventare bomboniere, discoteche e chissà che altro. Il calcio, ripeto, è un rito e come tale non va cambiato o lo si distrugge. 

E infatti così Fini scriveva nel suo blog già 20 anni fa: 

Bisogna dire che Berlusconi, uomo nefasto ovunque metta lo zampino, una specie di Mida alla rovescia, ha dato una grossa spinta a questa razionalizzazione estrema del calcio nel senso dello show-business e della rappresentanza di motivi e di interessi che col calcio non hanno nulla a che vedere. (E non mi si accusi di essere prevenuto, lo scrissi subito, nell'86, in tempi non sospetti: «O il calcio distruggerà Berlusconi o Berlusconi distruggerà il calcio»). È stato Berlusconi a dire: «Il Milan vince perché adotta la filosofia Fininvest». Da anni il Milan non è più una squadra di calcio di Milano, ma il settore pubblicitario trainante della Fininvest. Se lo cercate sull 'elenco telefonico non lo trovate sotto Milan ma alla voce Fininvest (o Mediaset). E il Cavaliere ha completato l'inquinamento mischiando calcio e politica, per cui uno non sa più se sta tifando per il Milan o per le fortune parlamentari dell'onorevole Berlusconi. 

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