Istruzione del Nord autonoma? Aumenteranno le disparità

È questa la critica che lo storico Cardini rivolge alla riforma costituzionale dell'insegnamento allo studio del governo: e in politica estera il professore, grande conoscitore del Medioriente, bacchetta l'approccio ostile all'Iran da parte degli Usa rispetto ai quali Italia e Ue avrebbero un rapporto di sudditanza anche per le servitù militari vicentine

Una veduta della base Usa Del Din a Vicenza

Lo storico fiorentino Franco Cardini, uno degli studiosi del medioevo tra i più autorevoli del panorama internazionale, pochi giorni fa sul suo blog, ha puntato l'indice contro la riforma costituzionale in senso autonomista che in queste settimane è oggetto di una dura disputa anche in seno al governo gialloverde che da mesi l'ha avviata. Più segnatamente Cardini tocca un argomento molto sensibile nel Veneto, quello della «regionalizzazione della scuola, nell'ambito della legge sull'autonomia differenziata» che a giudizio dello storico «appare di una gravità incredibile»: soprattutto perché il testo all'articolo 12 prevede l'assunzione diretta dei docenti attraverso concorsi regionali, ovvero «la fine dello status giuridico omogeneo dei docenti». La querelle peraltro sta riempendo le pagine di tutti i quotidiani veneti perché è proprio nel Veneto che l'argomento è particolarmente sentito.

Professore come mai lei così critico nei confronti di questa riforma?
«Io credo che questo processo di regionalizzazione porterà con sé una ulteriore conseguenza. Quella della inevitabile privatizzazione di pezzi importanti della scuola pubblica stessa».

Ma lei come argomenta tutto ciò?
«Chi investe nella scuola può essere il più bravo e il più lungimirante degli imprenditori, ma ricordiamo che ovviamente ha una gerarchia di scopi rispetto alla quale al primo posto c'è il profitto. Di qui non si scappa. In certi campi in cui l'economia tocca da vicino le sfere della morale nonché il funzionamento profondo della cosa pubblica, come la scuola, la sanità, il che accade per certi versi pure per i monopòli naturali e le telecomunicazioni, io vedo molto male il prevalere dell'iniziativa privata».

Perché?
«Perché questa in sé è gioco forza assoggettata a logiche di profitto che chiaramente non collimano con le priorità della collettività».

Sì, d'accordo, ma con quali conseguenze?
«In pratica, come ho spiegato sul mio blog, avremo in Italia scuole di serie A, di serie B, magari di serie C, sulla base di provvedimenti che finiranno per favorire non la qualità dell'insegnamento e dell'apprendimento, bensì l'arbìtrio delle regioni più ricche e il distanziamento qualitativo e forse disciplinare rispetto alle più povere. Per cui una domanda nasce spontanea».

Quale?
«Una riforma così concepita a fronte di una ricchezza che si concentra in mani sempre più ristrette e potenti, non finirà per aumentare ancor più le diseguaglianze?».

Lei crede davvero?
«Mi scusi, ma che razza di scuola può venir fuori da un modello del genere?».

Lei che risposta si dà?
«Viene fuori una scuola che finisce per seguire il trend economico. Il che significa che dovremo fare i conti con una istruzione che a certi livelli e in certe regioni diventerà sempre più costosa ed elitaria per i pochi che potranno permettersela, lasciando indietro una classe media e un ceto per così dire proletario, che verranno spinti sempre più verso il basso della piramide sociale. Si tratta di un contesto in cui la scuola pubblica potrebbe fare la fine del trasporto pubblico».

Può fare un esempio?
«Chi è disposto a pagare per un Freccia rossa può godere di un servizio buono, o quanto meno d'un servizio che diventa negli anni, mi si passi l'espressione, sempre meno peggiore: mentre i treni dei poveri pendolari versano nelle condizioni che tutti conosciamo».

E tuttavia nel dibattito sul federalismo, in primis in quello sulla scuola, i sostenitori di questo cambio di paradigma, specie in Lombardia e nel Veneto, spiegano come in realtà si tratti di una riforma che avvicina la gestione della istruzione ai territori. Di più, nel campo leghista per esempio non mancano coloro che nel rivendicare la bontà di un percorso del genere richiamano gli insegnamenti di Carlo Cattaneo, un esponente di primissimo piano del pensiero repubblicano federalista dell'Ottocento. Lei come la mette?
«Guardi, le parole di chi richiama alla memoria Cattaneo sono parole in libertà, parole non ancorate alla sostanza dei fatti. Per cortesia, lasciamo perdere il filosofo milanese».

Sì, ma perché lei è così trachant?
«A me pare che l'opera di Cattaneo ultimamente stia facendo la fine che hanno fatto la Bibbia ed il Mein Kampf di Adolf Hitler: Cattaneo meno viene letto e più viene citato. Il che mutatis mutandis avviene con gli esponenti del liberalismo classico che mai e poi mai avrebbero presunto uno Stato debole se non inesistente come fanno i neo-liberisti in una con gli alfieri del turbo-capitalismo».

Professore, recentemente un altro storico, ossia Salvatore Settis, su Il Fatto quotidiano ha espresso molta apprensione in merito agli aspetti della riforma federalista che riguardano la tutela dell'ambiente e del paesaggio. Detto in estrema sintesi Settis ritiene che la riforma porti con sé il rischio concreto di una ulteriore deregulation sul piano della salvaguardia dei territori nonché del patrimonio culturale, specie in due regioni come Veneto e Lombardia che quanto ad inquinamento e a consumo di suolo sono al vertice nazionale. Lei condivide questa preoccupazione?
«Sì. E credo che Salvatore, il quale stimo e del quale sono amico da tempo, abbia sostanziato molto bene le sue argomentazioni, sia sul piano storico che giuridico. Tuttavia bisogna  fare una considerazione aggiuntiva».

Sarebbe a dire? 
«Siamo sicuri che se al Paese fosse proposta, magari da Settis stesso che ha i numeri per essere un brillante uomo di governo, una normativa ben più stringente sul piano ambientale e della tutela del paesaggio, l'opinione pubblica l'accetterebbe?».

Può essere più esplicito?
«Non possiamo dimenticare che intervenire in tal senso significa dover fare alcune piccole grandi rinunce sul piano economico e soprattutto sul piano esistenziale. Siamo disposti a tutto ciò? Lo è il grande imprenditore che potrebbe vedere ristretto il raggio del suo business? Lo è l'operaio che vedrebbe ridotta la possibilità di riempire il carrello di una spesa, paradossalmente sempre meno frugale di chi è davvero benestante, una spesa magari rigonfia di prodotti a basso costo, ma dall'elevato impatto ambientale? Al tutto però va aggiunta una postilla».

Di che si tratta?
«Trent'anni fa questa discussione in Italia nemmeno la si sarebbe potuta intavolare perché nella dialettica tra sviluppo e ambiente i fan del primo dominavano la scena. Perciò sarebbe scorretto affermare che ad oggi il quadro non sia mutato nell'ottica di una maggiore sensibilità ecologica».

Cardini, lei, sempre sul suo blog, ha acceso un riflettore nei confronti della politica estera Usa. Ha parlato di quanto sta accadendo in questi mesi nel Vicino oriente ed in Medio oriente. Ne esce una analisi in cui domina l'apprensione. Come è giunto a queste conclusioni?
«Usa, Israele ed Arabia saudita stanno propugnando una politica fatta di pressioni inaudite nei confronti dell'unica realtà sciita di quello scacchiere, ovvero l'Iran. Sia con le sanzioni economiche sia con altri strumenti, queste tre potenze, con un certo qual appoggio da parte dell'Egitto, stanno cercando di spingere l'Iran affinché in quel Paese vada al governo una compagine molto più radicale di quella moderata che c'è adesso».

Detto in termini semplicistici gli Usa e gli altri starebbero brigando affinché al governo della repubblica iraniana vadano forze molto più ostili agli stessi Usa?   
«Sì».

Ma non è un controsenso?
«Eh no. Ed il motivo è presto detto. Se un disegno del genere prendesse corpo, la radicalizzazione della politica iraniana darebbe il destro agli Usa per far balenare concretamente anche una opzione militare nella regione. Non è la prima volta che succede, il giochino è piuttosto vecchio».

Ed è una strada pericolosa?
«Assolutamente sì. È come se uno si presentasse ad una partita di scopone scientifico con la pistola. Non si va a giocare a carte con una rivoltella, a meno che uno non abbia in mente secondi o terzi fini».

In questo senso Italia ed Europa che fanno? Quale è la loro politica estera?
«Partiamo da un assunto, cinico quanto vogliamo, ma corroborato dalla storia. Un Paese non può avere una politica estera se non ha una potenza militare adeguata. Dico di più. La politica estera è l'effetto della politica militare nonché del potenziale bellico e strategico di un dato Paese».

In Italia per esempio ci sono molte basi Usa tra cui quelle di Vicenza che operano direttamente nel teatro mediorentale, mediterraneo o africano. L'Italia quindi di quanta autonomia gode, anche in ragione di queste servitù militari?
«Questo è uno dei punti dirimenti. Provi a pensare ad un politico che tutto sommato rispetto come Giorgia Meloni, il leader di Fdi. Recentemente quest'ultima ha rimarcato che pur essendo Cina e Russia due partner commerciali importanti, il nostro Paese non può mettere in discussione i patti e gli accordi strategici con gli attuali alleati. Che gira e rigira sono quelli della Nato, tra cui in primis svettano gli Stati uniti. Sicché è evidente di quanta autonomia noi davvero godiamo».

E quindi tutto quello che si dice in termini di sovranismo, di Italia che deve essere in qualche modo più padrona del suo destino? Tutto ciò non rischia di essere solo un bluff, uno strumento di marketing politico?
«Beh, veda lei. Io dico che in un Paese in cui di riffa o di raffa per nominare il presidente del consiglio serve il placet americano, in un Paese in cui da sempre una buona parte della riserva aurea è in mani anglosassoni, parlare di sovranità è un tantino esagerato».

In questo quadro l'Europa dove si colloca? Quest'ultima è una potenza ancillare al cospetto di Stati uniti e Nato?
«L'Europa non è una potenza. Punto. E la cosa, da europeista convinto quale io sono, mi duole non poco. Io credo che quando Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman provarono a cospargere i primi semi del progetto europeo appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale, pur timidissimamente, pensassero ad un graduale e prudente affrancamento dalla monolitica alleanza con gli americani. Però, per una serie di ragioni che gli italiani, tanto digiuni di storia, ignorano, le cose poi sono andate assai diversamente».

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