«Troppa inerzia dalla Regione Veneto per il caso Pfas»

Il M5S interviene sulla polemica relativa al presunto malfunzionamento della barriera che dovrebbe contenere l'inquinamento addebitato alla Miteni. E spiega: i controlli sul GenX arrivarono «con almeno tre se non cinque anni di ritardo»

Manuel Brusco, consigliere regionale veneto del M5S (foto Marco Milioni)

A metà aprile era andato in scena un vero e proprio battibecco tra l'Arpa veneta, la quale sostiene che non ci siano grossi problemi ai pozzi barriera della Miteni (la fabbrica trissinese al centro del cosiddetto scandalo dei derivati del fluoro, i Pfas), quelli che contengono un ulteriore inquinamento appunto da Pfas in falda e i comitati ambientalisti: i quali affiancati da una parte della opposizione in consiglio regionale veneto sostengono il contrario. Ora a dare manforte a questi ultimi è sceso in campo anche il Movimento cinque stelle veneto che con una nota pubblicata ieri 20 aprile attacca ad alzo zero palazzo Balbi.

Il dispaccio porta la firma di Enrico Cappelletti (già senatore, sarà il candidato governatore del M5S alle prossime regionali), di Erika Baldin e di Manuel Brusco (i quali in Regione Veneto seggono tra i banchi della minoranza), nonché quella di Sonia Perenzoni, già consigliere comunale pentastellato a Montecchio Maggiore nel Vicentino, la quale è in predicato di candidarsi per un posto a palazzo Ferro Fini proprio in vista delle prossime regionali.

Ma più nel dettaglio quali sono gli addebiti che i quattro imputano alla amministrazione regionale? Il preambolo va appunto ricercato nella querelle dei giorni scorsi quando i media parlarono di una comunicazione che la attuale proprietà di Miteni aveva inviato proprio alla amministrazione regionale. Comunicazione nella quale si spiegava che i lavori propedeutici alla bonifica (ossia quelli relativi alla messa in sicurezza operativa, in gergo Miso) sono in stallo poiché i carotaggi sarebbero rallentati dalle difficoltà intrinseche che le imprese del settore stanno incontrando a causa del Covid-19.

Questa lettura però non è contestata solo dagli ambientalisti e da Guarda, ma pure al M5S il quale ieri senza tanti giri di parole ha acceso i suoi riflettori su un altro aspetto della querelle: «Se la Regione Veneto avesse cercato almeno il GenX dal 2013 molto probabilmente la Miteni avrebbe smesso di inquinare per quel tipo di sostanza, ben prima del 2018. Detto in soldoni Cappelletti, Baldin, Brusco e Perenzoni ritengono che de facto i controlli delle autorità regionali siano arrivati con «almeno tre anni di ritardo se non cinque». Tanto che «oggi saremmo sicuramente in uno stadio più avanzato nell'ottica di una bonifica. Ne consegue inoltre un'altra domanda: quante altre sostanze - si legge nella nota - ci potrebbero essere che la Regione ha autorizzato, ma che le autorità deputate non hanno mai cercato?». L'accusa del M5S in questo caso più che ai derivati del fluoro di vecchia generazione si riferisce ad alcune sostanze cugine, note «come GenX e C6O4» che sono tra le «new entry» rispetto al canestro delle sostanze che la fabbrica dell'Ovest vicentino, a causa di una condotta irriguardosa nei confronti degli standard di sicurezza ambientale, avrebbe fatto finire nell'ecosistema.

Per vero la polemica sul ritardo con cui gli organismi regionali avrebbero agito nei confronti di GenX e C6O4, autorizzandone la lavorazione ma non controllandone eventuali dispersioni, era già deflagrata diversi mesi fa. Tuttavia il M5S nel ricordare a palazzo Balbi «i dubbi, gli interrogativi inevasi e la grande preoccupazione dei residenti del Veneto centrale potenzialmente contaminati tra il Veronese, il Vicentino ed il Padovano» ieri ha aggiunto un tassello ulteriore alle accuse mosse a palazzo Balbi.

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I quattro infatti hanno reso noto un vero e proprio dossier nel quale ribadiscono un concetto molto chiaro: poiché la legge nazionale stabilisce che lo stress ambientale causato da un sito produttivo che si trovi in prossimità della falda vada rimosso sia che tale stress si manifesti realmente sia che si manifesti come rischio potenziale, da questo punto di vista su palazzo Balbi pende lo spettro dell'inerzia. Il motivo? La disciplina che impone questo margine di sicurezza risale addirittura a sei anni fa. «È tutto scritto nero su bianco - sottolineano i quattro - nell'articolo 121 del decreto legislativo 153 del 3 aprile 2006. Ovviamente - aggiungono ancora gli esponenti del M5S noi non ci fermiamo e continueremo a cercare i documenti per capire come mai la Regione negli anni si sia comportata così».

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