Il consigliere regionale Guarda: «La giunta Zaia chiarisca sull'affaire Montisci»

Le opposizioni a palazzo Ferro Fini sono sulle barricate dopo l'ennesima deflagrazione del caso politico-giudiziario che lambisce il responsabile di medicina legale di Padova e il segretario della sanità veneta, il vicentino Mantoan

Il consigliere regionale Cristina Guarda (archivio, Cristinaguarda.it)

Quando nell'agosto del 2018 deflagrò definitivamente il caso Montisci-Mantoan la sanità veneta andò in fibrillazione per l'ennesimo scandalo. Uno scandalo che aveva avuto il suo preludio nel 2016 allorché a Padova un'auto blu della Regione Veneto con a bordo il massimo burocrate della sanità veneta (il vicentino, più esattamente brendolano, Domenico Mantoan), a seguito di una manovra vietata, urtò il motociclista Cesare Tiveron

L'uomo morì. Su ordine della magistratura della città del Santo la perizia fu affidata all'«Unità operativa di medicina legale e tossicologia dell'ospedale di Padova». Il compito però non venne svolto dal medico di turno bensì a sorpresa si presentò il direttore del dipartimento, ovvero il professore Massimo Montisci. Dalla sua valutazione emerse una circostanza che scatenò l'ira dei familiari della vittima. Il motociclista non sarebbe morto a causa dell'urto dell'auto blu condotta da Giorgio Angelo Faccini, l'autista di Mantoan (Mantoan peraltro non è indagato), bensì a causa di un malore cardiaco avvenuto qualche istante prima dell'impatto. Di fronte ad una situazione del genere il pubblico ministero patavino Cristina Gava, con una decisione che fece clamore, decise di non avvalersi di quella perizia. Dopodomani al tribunale di Padova ci sarà un passaggio fondamentale del procedimento a carico di Faccini e non è da escludere che i legali della vittima diano ancora battaglia.

«Non c'è da stare allegri per questa vicenda - spiega la leonicena Cristina Guarda consigliere regionale veneto del gruppo Cpv - soprattutto adesso che dai media apprendiamo che la perizia la quale aveva certificato la morte del motociclista per un infarto sarebbe falsa e quindi non per una causa naturale come sostenuto in precedenza». A questo punto sul piano dell'accertamento dei fatti la posizione dell'autista, ma soprattutto quella di Montisci, si aggravano. Ma sul piano politico si aggrava anche quella di Mantoan visto che le minoranze chiedono di sapere come quest'ultimo abbia interpretato la vicenda, soprattutto se da segretario generale della sanità abbia, per esempio, proposto una indagine amministrativa sull'accaduto.

Consigliera Guarda recentissimamente voi avete indirizzato alla giunta regionale una interrogazione rispetto alla vicenda Mantoan Tiveron Montisci. Come mai? Più nel dettaglio che cosa vi preoccupa?  
«L'interrogazione è stata redatta assieme ai colleghi consiglieri del Coordinamento Veneto2020, ovvero Pietro Ruzzante di Padova e Patrizia Bartelle di Rovigo. Personalmente sono assai preoccupata dalle vicende giudiziarie che riguardano Montisci».

Come mai?
«Queste vicende lasciano intendere un comportamento che l'azienda ospedaliera deve necessariamente verificare, si adal punto di vista professionale che umano. Parliamo di un medico, che deve peraltro sottostare ad un codice di deontologia che non ammette sbavature, un medico che oltre ad essere un docente universitario è pure direttore dell'Unità operativa complessa di medicina legale e tossicologia di Padova. Montisci non solo è indagato penalmente, in un altro caso per vero,  ossia per presunte analisi contraffatte in casi di riassegnazione della patente ad automobilisti con problemi di droga, cosa assai grave visto il drammatico dato veneto di morti e feriti per incidenti stradali, ma addirittura ora viene ufficialmente smentita l'autopsia con cui lo stesso Montisci aveva dichiarato che Tiveron non morì per l'impatto con l'auto blu del segretario generale della sanità del Veneto, bensì per cause naturali».

E quindi?
«Ora io mi domando. Non sono forse coincidenze agghiaccianti? Lo sono tanto più se consideriamo che Montisci ricopre ancora la carica di direttore: ciò obbliga tutti noi ad interrogarci sul perché il servizio sanitario pubblico debba essere condotto e gestito da persone con trascorsi evidentemente così compromessi. Forse i vertici della sanità veneta e della politica leghista che regge l'amministrazione regionale non conoscono validi professionisti senza macchie così scure sul proprio curriculum vitae, a cui affidare la corretta gestione dei servizi destinati ai cittadini veneti? È questo che ci meritiamo?

Voi consiglieri rispetto all'intera vicenda avete avuto dalla giunta risposte adeguate? 
«Assolutamente no. È stata data risposta solamente ad una delle quattro interrogazioni depositate da Ruzzante. E la giunta capitanata dal leghista Luca Zaia, rispetto all'affaire Montisci, si è limitata a dire che la responsabilità disciplinare è in carico alla azienda ospedaliera di Padova. Come se l'amministrazione regionale non potesse dare impulso a accertamenti di natura amministrativa».

E come valutate il tutto?
«È facile indovinare. Abbiamo chiesto ciò che normalmente qualsiasi realtà pubblica o privata avrebbe fatto, per onestà nei confronti dei propri concittadini: la verifica dei fatti e procedimenti disciplinari o cautelari nei confronti di chi non ha svolto con onore il proprio compito, tanto più se le accuse scaturiscono da perizie tecniche del tribunale e nell'ambito di indagini penali. Non so se mi spiego».

Secondo voi il segretario generale della sanità Mantoan dovrebbe venire a riferire in aula?
«È uno strumento che abbiamo a disposizione, ma ammetto che fino ad oggi queste occasioni non hanno giovato ai veneti: si finisce per ascoltare delle dichiarazioni di circostanza, si ribatte ma non si conclude alcunché».

Perché?
«Questo accade per assenza di una volontà politica forte, capace d'essere reale garanzia dei servizi dedicati alla comunità veneta. Preferiremmo che dalle dichiarazioni di circostanza la giunta leghista passasse ai fatti, così da non dimostrarsi inetta di fronte al rischio di compromissione dei servizi pubblici di responsabilità dell'istituzione regionale diamine».

Dopo che della vicenda si è occupata pure la stampa nazionale sui social network l'opinione pubblica ha mostrato un certo risentimento nei confronti di un caso dai contorni definiti poco chiari. Come mai secondo voi? 
«È doveroso indignarsi di fronte a questioni di tale gravità: sono fatti che contribuiscono ad instillare ancora più sfiducia nelle istituzioni, sia nella loro parte politica che tecnico-professionale. Non possiamo più permetterci di accettare passivamente che la nostra regione sia condotta da politici che accolgono con una calma surreale, aliena verrebbe da dire, fatti di tale gravità, come se non li riguardassero direttamente».

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