Covid-19 alla Triveneta cavi, i sindacati invocano la chiusura

In un esposto indirizzato alla prefettura berica Cgil, Cisl e Uil si dicono preoccupate per il caso di contagio riscontrato nella ditta dell'Ovest vicentino e ritengono che l'apertura decisa dai vertici aziendali vìoli il decreto per l'emergenza coronavirus

Uno scorcio della Triveneta cavi (per gentile concessione dell'archivio della Cgil di Vicenza)

La Triveneta cavi rimane aperta? Secondo i sindacati tale condotta vìola le indicazioni del decreto sull'emergenza Covid-19 e così inviano un esposto in prefettura. La novità è emersa oggi 26 marzo nel primissimo pomeriggio grazie ad una nota diffusa da Cgil, Cisl e Uil. E così la polemica sulle condizioni di lavoro all'interno dello stabilimento di Brendola si arroventa dopo le schermaglie dei giorni passati.

A giudizio delle tre sigle la società brendolana ha un codice attività «non compreso tra quelli autorizzati alla prosecuzione della medesima attività lavorativa». Ciononostante l'azienda «ha comunicato ieri ai dipendenti» dei tre stabilimenti e ai delegati sindacali interni ossia le Rsu «la decisione di proseguire le lavorazioni in deroga» al decreto di specie con la seguente motivazione: «la società ha espletato tutte le formalità necessarie presso le prefetture e può attualmente continuare l’attività ai sensi dell'articolo 1 lettera d del decreto del decreto del presidente del consiglio del 22 marzo 2020».

Ma la doglianza dei sindacati vergata dai delegati per il settore plastigomma (rispettivamente Stefano Garbin per Cgil-Filctem, Daniele Zambon per Cisl-Femca e Igor Bonatesta per Uil-Uiltec) ed indirizzata al prefetto berico Pietro Signoriello va oltre. «Riteniamo tale decisione immotivata, scorretta nelle modalità e gravemente improvvida. Nello specifico - si legge - la riteniamo immotivata in quanto non si ravvedono» le condizioni specificate proprio nel riferimento al decreto della presidenza del consiglio richiamato dall'azienda. «Ovvero l'azienda non produce materiali funzionali alle filiere definite essenziali in questa fase di emergenza».

La scelta dei vertici della ditta di proseguire con la produzione viene pertanto definita «scorretta in quanto dalla comunicazione ai lavoratori si evince che l'azienda ha utilizzato» la comunicazione alla prefettura nonché «la Prefettura stessa, come mero strumento per derogare automaticamente alle disposizioni del decreto». Si tratta di un passaggio delicato perché eventuali attestazioni mendaci alla autorità pubblica possono travalicare la sfera penale, basti pensare alle disposizioni dell'articolo 482 del codice penale in tema di falso.

L'esposto alla prefettura si conclude con un ultimo affondo nei confronti della società: «La decisione è, infine, gravemente improvvida poiché uno dei dipendenti... la scorsa settimana è risultato positivo al cosiddetto coronavirus, generando una condizione di elevatissimo timore tra tutti i lavoratori... Dalla direzione aziendale ci saremmo aspettati scelte ponderate, capaci di tenere in conto anche della situazione si pesantissimo stress in cui versano i lavoratori a causa del ritardato arrivo dei dispositivi di protezione» per non parlare poi «della mancata sanificazione della fabbrica a seguito dell'avvenuto contagio».

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In questo contesto i tre firmatari sottolineano in ultimo di temere «per la salute dei lavoratori... del gruppo Triveneta... lavoratori costretti ad una esposizione al rischio contagio assolutamente evitabile». Alla luce di tutto ciò la triplice chiede che venga effettuato il tampone a tutti i dipendenti, mentre parimenti si chiede la sospensione delle attività produttive degli stabilimenti del gruppo «così come previsto dal decreto del 22 marzo 2020».

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