«Sovranismo? Un grande equivoco. Sono ben altri gli strumenti di dominio della finanza»

Mercoledì sera al teatro San Marco di Vicenza un lungo dibattito con l’economista Malvezzi ha affrontato il tema del potere dei mercati finanziari. Si è discusso anche dell’oro italiano in mano agli Usa

da sinistra a destra Dragoni, Rinaldi, Malvezzi e Monaco (foto M. MIlioni)

Trecento persone mercoledì hanno riempito quasi tutto il parterre del teatro San Marco a Vicenza per ascoltare Fabio Dragoni, Valerio Malvezzi e Antonio Maria Rinaldi.

Il primo è un imprenditore euroscettico, columnist del quotidiano La Verità, divenuto noto al grande pubblico per le sue articolate posizioni euroscettiche. Il secondo è un economista e un imprenditore specializzato nel ramo della consulenza bancaria che da anni lavora con le piccole imprese affinché «aumentando il loro bagaglio formativo non diventino sistematicamente un boccone per i grandi istituti di credito divenuti ormai un oligopolio». Il terzo è un altro economista, docente universitario, è conosciuto al grande pubblico sia per essere tra i fondatori del portale Scenarieconomici.it, una delle bibbie euroscettiche e sovraniste del Belpaese, sia per la sua vicinanza a Paolo Savona, attuale ministro per gli affari europei in procinto di passare alla Consob. A moderare gli interventi c’era il giornalista Vito Monaco, uno dei volti noti di Canale Italia. Per il convegno, organizzato da Win the bank, il gruppo di consulenza bancaria che vede appunto Malvezzi tra i soci, è stato scelto un titolo eloquente: «La città che vogliamo, l’Europa che vogliamo, la moneta che ci serve».

IL PROLOGO

In realtà la serata ha avuto un lungo cappello introduttivo con la prolusione del padovano Francesco Fiore che nella sua veste di amministratore delegato di Venetex, un circuito regionale di credito commerciale, ha parlato della introduzione anche nel Nordest della moneta complementare. «In attesa che in ambito monetario la politica ovvero le classi dirigenti europee ed italiane possano o vogliano ripensare un radicale cambio di paradigma - ha precisato l’amministratore delegato della società che ha contribuito alla organizzazione della serata - la moneta complementare fornisce un valido strumento per le imprese del territorio che possono aumentare un po’ del loro fatturato senza ricorrere a pagamenti in euro, mantenendo in loco questo valore».

MONETA COMPLEMENTARE

Per vero la moneta complementare, sebbene in Italia sia considerata una specie di alieno, è una realtà presente da almeno un secolo in Francia, Spagna e Svizzera in ambito sia pubblico che privato. Detta alla grezza altro non è che un circuito di scambio di beni e servizi che vede il fondatore del circuito stesso come garante delle transazioni «in modo che non ci siano insoluti e in modo che la ricchezza rimanga il più possibile sul territorio» ha sottolineato Fiore. Il suo intervento è stato molto applaudito da un parterre eterogeneo, senza troppi giovani peraltro, costituito da professionisti, imprenditori, attivisti vari, persone vicine alla politica di estrazione la più varia: da Fdi e pezzi della sinistra d’antan, da moderati come Tommaso Ruggeri, ex assessore al commercio quando a Vicenza governava il centrosinistra, fino a Gabriella Centomo, imprenditrice orafa della Vicenza che conta, già consigliere comunale centrista quando a metà anni Duemila in città regnava il centrodestra del primo cittadino Enrico Hüllweck. Nella lista non va dimenticata qualche presenza vicina a Casa pound, alla Lega, al Pd, al M5S, per non parlare della presenza del sindaco berico Francesco Rucco (civico a capo di una coalizione di centrodestra) che assieme al capo della ragioneria generale della municipalità ovvero Mauro Bellesia, un dirigente che conosce molto bene i meccanismi della spesa pubblica, ha ascoltato con attenzione l’intervento del padovano Fiore. Il quale per di più ha un passato nella sinistra alternativa e ambientalista della città del santo e da sempre inviso all’ala della stessa sinistra, la più ossequiosa verso il Pd.

«SOVRANISMO? GRANDE EQUIVOCO»

Ad ogni modo l’atmosfera si è scaldata quando ha preso la parola Rinaldi. Il quale ha parlato «di grande equivoco» alimentato dai media mainstream quando si bolla di anti- europeismo chi «come me si dichiara fieramente sovranista. In realtà sovranismo e europeismo sono la stessa cosa, sono due facce della stessa medaglia». L’economista ha spiegato questa sua posizione rimarcando che in entrambe le circostanze sia che si parli dell’ambito nazionale che di quello continentale l’idea di fondo è che le decisioni in ambito politico andrebbero sempre prese rispettando la volontà del popolo il quale «in ossequio alla nostra carta costituzionale è appunto sovrano». Un meccanismo che per Rinaldi è stato traviato da sedicenti europeisti che per europeismo intendono un esercizio del potere in via del tutto autoreferenziale. Il che, sostiene l’accademico romano, costituisce un artificio che mira al bene di pochi lasciando indietro gli altri.

MINI BOT

Differente è il piano in cui si è cimentato l’empolese Dragoni. Che in qualche maniera ha ripreso il filo del discorso di Fiore parlando di mini Bot. Per Dragoni questi strumenti, da introdurre per un controvalore pari a una settantina di miliardi, potrebbero essere una buona idea per «ridare ossigeno a quei soggetti che vantano credito d’imposta nei confronti dello Stato». Ma di che cosa si tratta nel dettaglio? Ogniqualvolta che un privato o un imprenditore maturano un credito verso l’Erario possono ottenere una parte di questo credito sotto forma di buoni immediatamente spendibili per pagare «imposte e contributi vari». Se a questo si unisce la possibilità per questi mini Bot di essere scambiati «saremmo di fronte ad uno strumento - fa sapere il toscano - che permetterebbe a molte persone, piccoli imprenditori in primis, di evitare di rivolgersi continuamente alle banche». Detto in altri termini si tratterebbe di una sorta di strumento compensativo che riduce pressoché all’istante i tempi in termini di azzeramento di crediti e debiti d’imposta. Tempi che di solito costituiscono un doloroso interregno durante il quale gli imprenditori per non rimanere allo scoperto in termini di liquidità sono ugualmente costretti a chiedere altro denaro in prestito pur a fronte di entrate in linea con le gestione corretta degli affari aziendali.

LAVORO DIMENTICATO

Ma l’altro cruccio di Dragoni è il lavoro. Non è pensabile, sostiene quest’ultimo, che tra gli obiettivi cari alla Ue, spesso formalmente avallati dai governi italiani, ci sia quello di una disoccupazione, che oggi veleggia sul 10%, che non scenda sotto la soglia del 9% «perché in questo caso si rischierebbe di aumentare l’inflazione. Ma è mai possibile - ha attaccato l’imprenditore - che un governo si possa auspicare che nel proprio Paese ci possano essere tanti disoccupati perché una soglia ben più bassa potrebbe, secondo lorsignori, comportare un rischio inflattivo? È normale una cosa del genere?». L’imprenditore toscano poi ha ricordato che in Italia oltre ai 2,5 milioni di disoccupati ufficiali ci sono altri tre milioni «di scoraggiati» che pur desiderando di lavorare non compaiono nelle liste di disoccupazione perché di fatto hanno smesso di cercare un impiego. Per non menzionare, «ed il che delinea uno scenario sociale allarmante, i «cinque milioni di italiani che versano in povertà assoluta».

IL TABÙ DELL’ORO ITALIANO IN MANO AGLI USA

Dragoni nel suo lungo intervento ha cercato di smontare quello che per alcuni versi definisce il feticcio del debito pubblico italiano. Nello snocciolare le sue argomentazioni, oltre all’esempio del Giappone che ha un rapporto debito pil che supera il 200% e che è ben maggiore di quello italiano, il columnist de La Verità ha anche parlato «delle ben 2.5oo tonnellate d’oro di proprietà della Banca d’Italia» che in qualche modo stanno a certificare la solidità del sistema Paese. Oro che è stato acquistato grazie al surplus commerciale (la maggior quantità di beni e servizi esportati rispetto a quelli importati) che per decenni «ha contraddistinto il nostro Paese che rimane uno dei primi in termini di manifattura a livello europeo». In termini di riserve auree, quantomeno nel mondo occidentale, davanti all’Italia «ci sono solo Usa e Germania».

DOMANDA IMPERTINENTE

Ma quando dalla platea la Centomo, che come imprenditrice orafa conosce bene l’argomento, ha chiesto dove fosse materialmente conservato tanto bendidìo, Dragoni, con l’espressione di chi sa di avere aperto un vaso di Pandora, ha spiegato che «ben il 40%» è detenuto presso i forzieri della Fed, la banca centrale americana e che non ci sono certezze assolute che qualora chiedessimo quell’oro gli statunitensi ce lo restituirebbero. Si tratta in realtà di un argomento, spinosissimo, noto da tempo ma solo ad una cerchia ristretta di specialisti. Una materia che rimanda addirittura agli accordi, molti ancora segreti, sottoscritti tra Usa e Italia dopo il secondo conflitto mondiale che ha visto l’Italia rovinosamente sconfitta in guerra. Poco dopo nella sala si sono sentiti parecchi brusii. Qualcuno tra il pubblico ha bisbigliato una battuta: «Potremmo prendere in ostaggio qualche migliaio di soldati Usa di stanza nelle basi vicentine». Appreso è arrivata la risposta di Dragoni con un’altra battuta al vetriolo: «Sarebbe una tecnica non convenzionale di riscossione del credito». Poi la sala si è abbandonata ad un lungo applauso e a una lunga risata.

MALVEZZI: ATTENTI ALLE BANCHE

E in una serata così lunga non poteva mancare l’intervento di Malvezzi, che è nativo di Alessandria. Che nella prima parte è stato molto tecnico. L’economista ha spiegato che le banche stanno cambinado. «Stanno diventando un oligopolio». L’idea romantica del piccolo imprenditore che va dal direttore di banca del paesello non c’è più. Chi fa impresa, «anche le pizzerie» deve sapersi rapportare con istituti di credito che istruiscono le pratiche in modo sempre più standardizzato. Pratiche, sostiene Malvezzi, tese a vendere al cliente il proprio prodotto finanziario che sia «un leasing, un prestito, un mutuo o chissà cos’altro» che spesso e volentieri non è quello di cui ha bisogno l’imprenditore. Il quale però «deve cominciare a ragionare in termini startegici e non limitarsi ad andare in banca» solo quando ha bisogno di soldi. «So che questo non è il mondo che vorrei - ha spiegato il docente piemontese - ma oggi le cose stanno così». Ad ogni buon conto Malvezzi, proprio nel ragionare in termini di prospettiva non si è tirato indietro. E davanti alla platea ha letto integralmente la sua lettera ai potenti della Terra: un vero e proprio manifesto in cui nero su bianco viene scritto che l’economia, in una con il suo alter ego ovvero la tecnica, deve essere subordinata alla politica e questa a sua volta deve essere subordinata alla filosofia e alla morale.

La video-sintesi

SCELTA RADICALE: IL MANIFESTO DEL PROFESSORE

«Non è un cazzo vero - ha attacato Malvezzi in quello che è stato il culmine della serata che la soluzione alla miseria dei popoli, alle sperequazioni - sta in un nuovo approccio tecnico con la moneta o col credito. Solo con un nuovo ordine di valori che rimetta l’umanità al centro ne usciremo indenni e per questo parlo di nuova economia umanistica». Tanto che nel portare avanti il suo ragionamento Malvezzi ha miniminizzato i termini della portata del dibattito euro sì euro no. «Ma voi credete davvero che se avessimo la lira risolveremmo tutti problemi di cui abbiamo parlato? Ma voi avete la minima i dea di quanti strumenti disponga il potere finanziario» per perpetuare la sua presa sull’economia e quindi sulla società? Per questo sostiene Malvezzi c’è bisogno che l’economia ritorni ad essere uno strumento governato con saggezza dalle mani dell’uomo.

LA VERA QUESTIONE

In realtà il professore alessandrino in questo modo spalanca le porte ad una discussione tanto sterminata quanto profonda e dirimente perché pone in discussione l’essenza stessa del modello di sviluppo così come lo si conosce dopo la rivoluzione industriale. Si tratta di un percorso che pur da versanti culturali e politici distantissimi è già stato iniziato, tra i tanti, da personalità di alto spessore quali John Dewey, Ezra Pound, Noam Chomsky, Gary Snyder per stare negli Usa. Con loro, dalla Francia, ci sono Alain De Benoist e Serge Latouche mentre in Italia si possono citare Pierpaolo Pasolini e lo scrittore Massimo Fini.

ASPETTO MEDIATICO

Dalla serata di mercoledì però emersa anche una curiosità sul piano mediatico. La discussione infatti non è rimasta circoscritta a Vicenza perché l’evento è stato trasmesso in diretta web, ed è già disponibile in versione integrale , da Byoblu.com, il poplare canale Youtube fondato dal blogger Claudio Messora (del quale sono le immagini dei momenti salienti della serata che Vicenzatoday.it ha selezionato per una breve videosintesi). «Al di là di come la pensino le persone che erano presenti in sala è bene che idee del genere possano circolare perché di una una informazione pluralista abbiamo un bisogno straordinario» ha detto Andrea Costenaro, uno dei promotori della iniziativa. Sulla stessa linea c’è anche un altro promotore, Flavio Vezzaro. Il quale oltre a felicitarsi «per la riuscita dell’evento» si è auspicato che l’opinione pubblica un po’ alla volta «possa andare oltre gli steccati ideologici di destra-sinistra che sono categorie ottocentesche spesso inadatte a comprendere le sfide che attendono la nostra società».

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