Gli operai della Miteni parte civile nel processo Pfas

I lavoratori ingaggiano uno studio legale per tutelare i propri interessi al dibattimento e frattanto la Regione finisce sulle spine: controlli sanitari negati alle maestranze e asserite inerzie degli enti pubblici in tema di bonifiche sono al centro della contesa

Un presidio dei lavoratori della Miteni davanti alla fabbrica (archivio, foto di Marco Milioni)

Gli operai della Miteni sbarcano al processo penale per il caso Pfas che dovrebbe cominciare a giorni. L'annuncio è stato dato oggi 18 ottobre a mezzodì durante un breve incontro fra rappresentanti delle maestranze nella sede della Pro loco di Trissino, il comune sul cui territorio insiste appunto la Miteni, l'industria chimica, oggi fallita, finita al centro di un notissimo caso di contaminazione da derivati del fluoro.

Frattanto la galassia ecologista si scaglia contro il governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia. Quest'ultimo infatti ha chiesto che l'emergenza Pfas-Miteni venga riconosciuta a livello nazionale anche perché a suo dire la Regione al momento, stante la situazione normativa, non è in grado di assicurare la bonifica. Si tratta però di una lettura per nulla condivisa dalla galassia ecologista che per questo sta mettendo in croce l'inquilino di palazzo Balbi.

LA NOVITÁ
Una quarantina di operai della Miteni, «di fatto quasi tutti gli addetti alla produzione» ha incaricato uno studio legale affinché questi lavoratori siano parte civile nel processo per il cosiddetto scandalo Miteni, «un maxi processo» per inquinamento ambientale, che dovrebbe iniziare il 21 ottobre a Vicenza, salvo slittamento dovuto ad uno sciopero degli avvocati proclamato settimane fa. Ad annunciare la novità stamani c'erano Renato Volpiana, membro della rappresentanza sindacale aziendale (in gergo Rsu) di Cgil-Filctem ed il suo pari grado di Uil-Uiltec Denis Orsato. «La nostra iniziativa - fanno sapere i due è complementare a quella della Cgil che nel suo status di sindacato ha già annunciato di volersi costituire parte civile. I lavoratori che hanno aderito alla nostra iniziativa chiaramente agiranno come singole persone fisiche anche se tutti quanti saremo tutelati da un solo studio legale: la nostra attività sarà coordinata da un comitato spontaneo che abbiamo ribattezzato Colmi, ovvero Comitato lavoratori Miteni. Il nostro intendimento è quello di dare una chance per far valere i propri diritti anche nei confronti di coloro che non hanno tessera sindacale. Ci auguriamo che il giudice accolga la nostra richiesta».

SCREENING SULLA SALUTE E ARRETRATI BYE BYE
Ma durante l'incontro i due non hanno lesinato strali all'indirizzo della giunta regionale veneta. «In mille occasioni - spiegano i due - ci venne promesso dall'esecutivo che sarebbe partita nei nostri confronti una campagna di studio delle nostre condizioni di salute proprio in ragione del fatto che siamo tra i soggetti più contaminati al mondo da questi temibili derivati del fluoro noti come Pfas. Tuttavia da un anno e mezzo noi non siamo più sottoposti ad alcuno screening. La cosa - attaccano Orsato e Volpiana - suona come una beffa: proprio la Regione è stata la finanziatrice di un autorevole studio il quale comprova la straordinaria pericolosità di quelle sostanze giustappunto a danno delle maestranze». Orsato e Volpiana tra l'altro aggiungono che i lavoratori tra arretrati vari non pagati avanzano dal fallimento della ditta «oltre un milione e mezzo di euro». Si tratta di cifre «che per chi ha famiglia, per chi ha perso il lavoro contano dannatamente sul bilancio familiare».

Ma c'è di più. Durante l'incontro i due hanno anche diramato un ciclostilato in cui si scagliano contro la eventualità che il professore Angelo Moretto, già consulente della Miteni, nonché docente universitario alla Statale di Milano, possa diventare responsabile dell'istituto di medicina del lavoro presso l'Università di Padova. Proprio quella università che a giudizio dei lavoratori avrebbe potuto costituire un validissimo supporto «anche in termini di terzietà» allo screening medico. «Se la nomina di Moretto si avverasse e se il monitoraggio sulla nostra salute fosse affidato a quel professore non saremmo tutt'altro che tranquilli giacché lo stesso Moretto due anni orsono ebbe pubblicamente ad affermare che non sarebbe dimostrata la tossicità dei Pfas».

POLEMICHE PASSATE E PRESENTI
Nel febbraio del 2017 Moretto per quelle parole venne messo sulla graticola dai comitati ambientalisti e dal M5S: settori bypartisan della politica berica marcarono le proprie distanze da quella presa di posizione. Ad ogni buon conto la contrarietà dei comitati coordinati dall'attivista Alberto Peruffo fu così vibrante che un incontro organizzato a Montecchio Maggiore sull'argomento patì l'onta di una protesta di piazza così intensa che il promotore dell'iniziativa, la Confindustria berica, fu obbligato a tenere a porte chiuse la «lectio magistralis di Moretto» il quale per le sue tesi considerate dai manifestanti «di natura negazionista» fu sbeffeggiato per settimane.

In questi giorni sulla pagina Facebook di PfasLand (uno dei coordinamenti più attivi sul dossier della contaminazione da derivati del fluoro) è stato proprio Peruffo a vaticinare l'incarico padovano per Moretto. E nuovamente l'attivista ha rivolto la sua penna al curaro (Peruffo infatti è uno scrittore ed alpinista molto conosciuto nel Veneto) nei confronti del docente universitario. 

LA REGIONE SI MUOVE
Frattanto però la Regione si muove. Il 16 ottobre il governatore Zaia ha inviato una lunga lettera al premier Giuseppe Conte. Nella quale sostanzialmente chiede l'intervento dello Stato affinché nomini un commissario governativo per l'emergenza Pfas, perché con le attuali leggi in vigore la Regione Veneto non sarebbe in grado di procedere con la bonifica del sito della Miteni anche alla luce del fallimento di quest'ultima. «Nonostante l'impegno profuso dalle amministrazioni pubbliche coinvolte - precisa il presidente della giunta regionale in una nota al riguardo diramata due giorni fa - sinora non si è registrato un concreto ed esaustivo intervento delle operazioni di bonifica e le azioni di messa in sicurezza di emergenza attuate dai soggetti interessati non sono pienamente efficaci per bloccare la diffusione della contaminazione delle acque sotterranee. Si ha ragione, pertanto, di ritenere che le operazioni di bonifica non potranno verosimilmente procedere con la dovuta celerità».

J'ACCUSE AL GOVERNATORE
Tuttavia le parole di Zaia non sono passate inosservate. Stamani il Covepa, il coordinamento che si batte contro la realizzazione della Superstrada pedemontana veneta, nota come Spv, e che sul tema dei Pfas si è speso più volte anche per ragioni di sovrapposizione del tracciato dell'opera con la porzione di territorio regionale interessato dalla contaminazione, ha sparato una bordata all'indirizzo di Zaia, ma anche del Comune di Trissino. «Abbiamo capito perfettamente - scrive il Covepa in una nota diramata stamani - come Zaia punti ad ottenere che lo Stato... che solitamente è il bersaglio della libido autonomista del governatore e che invece in questo caso viene visto come mamma caritatevole... si accolli del problema dichiarando l'area come Sin ovvero Sito di interesse nazionale per ragioni ambientali. Ci sono ragioni - si legge nel dispaccio firmato dal portavoce del Covepa Massimo Follesa - alcune sostanziate molte altre invece assai poco nobili e strumentali». Altre ragioni sempre secondo il Covepa sono di natura prevalentemente economica motivo per cui il governatore starebbe puntando proprio in quella direzione. Tuttavia sul piano giuridico l'assunto di Zaia per cui la norma vigente non consente agli enti pubblici locali di marciare verso la bonifica «è una fesseria sesquipedale, ma tant'é questa è la condizione in cui si è ridotto il Veneto». Il motivo? Follesa per spiegarlo non usa la diplomazia: «Il problema... è un altro. Dallo scoppio dell'emergenza Pfas nel 2014, emergenza che fu messa nero su bianco da Arpav, il Comune di Trissino in primis e in subordine Provincia di Vicenza e Regione Veneto, avrebbero dovuto procedere indirizzando alla Miteni un preciso ordine di bonifica ben prima che la società fallisse. Per certi versi lo stesso avrebbe potuto fare l'autorità giudiziaria. In realtà quella di Zaia è una vergognosa manfrina con cui il governatore, in modo penosamente goffo, cerca di occultare queste responsabilità. Per questo motivo le mamme no Pfas saranno a Venezia questa domenica: proprio per tirare le orecchie ad uno Zaia il cui naso da pinocchietto al Prosecco è giunto dalla laguna sino alla valle dell'Agno», comprensorio in cui appunto sorge la Miteni.

TRISSINO TERRA INQUINATA
E non è finita. Follesa, che è di Trissino dove è stato pure consigliere municipale, al suo comune rivolge una attenzione particolare. Il riferimento è alla inerzia che secondo il Covepa avrebbe contraddistinto le istituzioni che avendo preso in scarsa considerazione la norma, non avrebbero ordinato la bonifica per la Miteni: una condotta simile, mutatis mutandis, il portavoce la affibbia proprio alla amministrazione trissinese retta da una maggioranza del Carroccio.

La vicenda è quella di un altro episodio da contaminazione di derivati del fluoro che da decenni avrebbe colpito il comune e che vede il suo epicentro in un antico impianto di proprietà della famiglia valdagnese dei Marzotto, una delle casate industriali più note d'Italia, impianto collocato nella parte vecchia di Trissino.

«Lo stesso modus operandi - attacca il Covepa - lo stiamo riscontrando per la contaminazione ascrivibile al vecchio sito Rimar nella Trissino alta. Qui non ci sono scusanti: la giunta comunale, prodiga di vernissage al cemento... oltre a sbertucciarsi da sola, dovrebbe invece comunicare solennemente alla cittadinanza di avere avviato la procedura per ordinare ai proprietari del sito Rimar, alias loro maestà i Marzotto, una bonifica che pure questa, sta verminosamente passando in cavalleria».

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