La Corte dei Conti "boccia" la Pedemontana: intervista a Marco Milioni

I magistrati erariali, chiamati per legge a stendere una sorta di pagella sulla superstrada che dovrà connettere Montecchio Maggiore nel Vicentino a Spresiano nel Trevigiano, "hanno emesso un verdetto che suona come una pesantissima bocciatura". Ne parliamo con l'esperto inchiestista Marco Milioni

In queste ore la versione definitiva della relazione della Corte dei conti sulla Pedemontana Veneta è giunta sui tavoli dell'amministrazione regionale. E per palazzo Balbi, come per il commissario governativo delegato alla supervisione dell'opera (l'ingegnere Silvano Vernizzi) sono dolori. Perché i magistrati erariali, chiamati per legge a stendere una sorta di pagella sulla superstrada che dovrà connettere Montecchio Maggiore nel Vicentino a Spresiano nel Trevigiano, «hanno emesso un verdetto che suona come una pesantissima bocciatura» spiega Marco Milioni, il giornalista vicentino che da anni segue l'insidioso versante delle grandi opere venete, attualmente su Vvox.it. E così si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe quando rimarca che fino a qualche tempo fa troppi addetti ai lavori «tra amministratori, professionisti, politici, ma anche giornalisti» hanno minimizzato la portata della questione, che si è ingigantita quando ha cominciato a accuparsene la magistratura.

Allora Marco, tu da tempo hai aperto una finestra fissa sulla Pedemontana visto che ci hai anche dedicato un libro. È solo una questione di conti traballanti o c'è di più?
La partita finanziaria è una delle più importanti. Sia perché negli anni i costi sono cresciuti, sia perché fino ad oggi sono solo gli enti pubblici, Stato e Regione Veneto ad avere messo mano al portafoglio. Va ricordato a tutti comunque che l'approfondimento varato dalla corte dei conti non è un provvedimento giudiziario che cassa o blocca l'opera, ma una sorta di check-out che ne valuta dettagliatamente luci ed ombre. Dove queste ultime sorpassano le prime.

Ma l'opera non è costruita in project financing, ovvero quel meccanismo finanziario che vede il principale intervento in capo al privato liberando l'ente pubblico da alte spese?
Appunto. All'oggi però il privato, ovvero il consorzio Sis-Spv, non ha ancora spiegato dove troverà il miliardo e mezzo abbondante sui 2,5 previsti come necessari per finire un'opera che rischia di non ripagarsi con gli scarsi flussi di traffico che la crisi prefigura all'orizzonte. Una superstrada che rischia di vedere lievitati i costi fino a tre miliardi. In realtà come ribadisce alla nausea il professor Marco Ponti ordinario al Politecnico di Milano, il project altro non è che un mezzuccio per sottrarre le grandi opere, le quali oltre ad essere impattanti e costosissime sono pure fuori da ogni logica di mercato, al conteggio del debito occulto. Giorgio Meletti su Il Fatto ha calcolato in 200 miliardi, il 10% dell'intero pil, la cifra monstre che nel nostro Paese corrisponde al debito occulto ancora non censito generato dai project.

E sul piano ambientale come stiamo messi? Anzitutto la Spv si snoda lungo tutto il fronte delle risorgive dell'area pedemontana. Questo nastro di asfalto che in parte è pure sotterraneo rischia di peggiorare i fenomeni di siccità e di amplificare quelli dovuti alle inondazioni perché contribuisce a scassare la capacità di assorbimento in un territorio già urbanizzato, asfaltato e incappottato di cemento fino allo stremo. E poi c'è la questione pfas in Valle dell'Agno no? Sul quotidiano Vvox.it abbiamo dedicato molto spazio alla vicenda della sacca di inquinamento sotto la Miteni dovuta alle sostanze pfas, derivati del fluoro assai tossici. Tale sacca è così estesa che la Pedemontana ha dovuto cambiare il suo tragitto per evitare, mi si passi il termine grezzo, che il contenuto di quella specie di immane brufolo sotterraneo si spandesse ancor più massivamente verso il bacino dell'Agno-Fratta. Da questo punto di vista la Regione non ha informato i cittadini in modo esauriente.

Sì però la Pedemontana risale all'era Galan. Una affermazione del genere non carica di responsabilità un esecutivo, quello del governatore leghista Luca Zaia, che è venuto dopo?
Attenzione. È vero che la Spv fu decisa durante l'era dell'ex governatore azzurro Giancarlo Galan. Ed è vero che se non ci fosse stato un ricorso al giudice amministrativo da parte di Sis-Spv la commessa sarebbe finita alla galassia riferibile alla Mantovani spa e a Piergiorgio Baita, un tempo il nume di Galan in tema di infrastrutture. Ma è altrettanto vero che il Carroccio era in maggioranza. E poi c'è un'altra questione ancor più importante. Quale? La delibera di giunta che nel 2013 ha ratificato, anzi ulteriormente peggiorato, l'accordo tra pubblico e privato è stata approvata proprio dalla giunta Zaia. Quel documento con i suoi allegati è sempre stato tenuto nascosto in spregio alle leggi. Io l'ho scritto in mille salse. Alla fine lo ha anche spiegato bene proprio la Corte dei conti. Se quelle carte si fossero conosciute per tempo, poiché la legge impone la loro pubblicità, allora tante abnormità si sarebbero potute evitare.

Tu però nel tuo libro «Strada chiusa» già avevi ipotizzato un accordo molto sbilanciato sul privato. Non è una soddisfazione?
In astratto sì. Da cittadino è una sconfitta dello stato di diritto. E mi sono anche scocciato di fare la cassandra. Come mi sono stufato di quei politici o di quei colleghi che quando delinei un mosaico pieno di tessere che non combaciano ti danno del complottista; salvo poi cambiare opinione non appena cambia il vento con la postilla che ormai è troppo tardi per fare qualcosa e che occorre comunque andare avanti. È con questo perverso nonché banale gioco dei bussolotti che lor signori la sfangano, quasi, sempre. Si può menzionare un caso tipo di quelli che sembrano essere interessi trasversali? Quando durante il governo Monti il parlamento votò una discreta legge che sfrattava definitivamente i carrozzoni dei commissari straordinari come Vernizzi, i parlamentari veneti di Lega, Pdl, i centristi e il Pd, si schierarono a ranghi serrati per emendare la medesima legge e lasciare il commissario in vita. Segno che dietro apparenti divisioni spesso si celano, appunto, interessi convergenti.

Quali?
Quelli delle grandi imprese che operano in un regime di monopolio protetto dal pubbico. Quelli della finanza che presta i soldi ad interesse. Quelli della pianificazione e della progettazione anzitutto. Sui miei due blog, nei miei servizi, ma anche nel libro «Strade morte», del quale sono coautore, questi meccanismi criminogeni sono descritti con dovizia di particolari.

C'è stato quindi uno scarso controllo da parte delle autorità?
La relazione della Corte dei conti parla chiaro. Verrebbe da dire che pure la magistratura penale veneta non ne esce proprio bene. Io vorrei capire che fine hanno fatto gli esposti presentati a più riprese da cittadini e comitati. Io sono convinto che diversi illeciti ci siano stati. Altro conto è capire se siano perseguibili. O se li si voglia perseguire. Basti ricordare, nel caso Mose, il reticolo di protezioni istituzionali di cui ha potuto godere la cricca che orbitava attorno a Galan e a Renato Chisso. Ma anche l'opinione pubblica è poco sensibile.

Un esempio?
Quando tre anni fa su Vicenzapiu.com scrissi del coinvolgimento di una misteriosa impresa riferibile al cognato di Galan nel quadro dell'inchiesta dell'Antimafia sui rifiuti sotto la Valdastico sud, quella notizia nel Veneto, non suscitò alcuna reazione. Con l'eccezione di una successiva interrogazione parlamentare del M5S e una citazione dell'accaduto su Il Fatto. È la dimostrazione che anche le persone comuni, non solo informazione e politica, debbono farsi un esame di coscienza.

Altre nubi all'orizzonte?
C'è un pericolo concreto che negli appalti o nelle speculazioni fondiarie annesse al tracciato della Spv si occultino capitali mafiosi. I veneti non hanno gli anticorpi per difendersi o protestare. La poca effervescenza dopo il caso delle banche popolari è un segnale eloquente. Per non parlare di quei veneti, caso Aspide docet, che nel capitale del crimine organizzato non vedono altro che un modello vincente di business. Tra l'altro la vicenda Spv ha anche un risvolto fantozziano.

Sarebbe a dire?
Per anni i sindaci hanno ammansito i loro cittadini, le loro plebi sarebbe un termine più adatto, con il mantra della grande opera che porta lavoro ai veneti, che porta “schei”, che si fa in fretta e più economicamente perché c'è il commissario e che per qualche anno i residenti non avrebbero pagato. Un'infrastruttura sì d'impatto, che però viene mitigata da opere accessorie e complementari come bretelle e complanari. E invece...

E invece?
E invece il castello di carte è venuto giù d'un botto. Come ha confermato la Corte, la struttura commissariale ha allungato i tempi, le spese sono cresciute, le esenzioni ci sono solo per neopatentati e ottuagenari, molti lavoratori vengono dal sud, alla faccia dei proclami leghisti; le imprese locali vengono pagate a singhiozzo e comunque vengono de facto pagate coi soldi pubblici che sarebbero dovuti in primis agli espropriati. E dulcis in fundo i quattrini per le opere accessorie non ci saranno. Nonostante la fiducia tradita, nonostante la trapanata rimediata dal commissario i sindaci sono andati in processione a Roma davanti alla Corte dei conti, rimediando una figuraccia, a far professione di fede su quanto sia stato magnanimo Vernizzi. Un po' come fa Fantozzi quando al grido di “come è umano lei” deve ringraziare il mega direttore laterale per averlo umiliato.

Fuor di metafora?
Tutti o quasi tutti i sindaci dell'asta della Pedemontana hanno finito per fare i becchini dei loro territori.

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