Sacchi cancerogeni lungo la Pedemontana

Si moltiplicano i timori nel piccolo centro della valle dell’Agno dopo il ritrovamento di una distesa di involucri di materiale nocivo

I sacchi depositati al centro del cantiere della Pedemontana (foto Marco Milioni)

Una distesa di sacchi bianchi contenenti rifiuti «cancerogeni» sulla cui origine non si sa nulla. È questo lo spettacolo al quale in queste ore assistono i passanti che camminano lungo l’argine dell’Agno a Trissino comune dell’Ovest Vicentino, a ridosso del cantiere della Pedemontana veneta a pochi passi dalla chiesetta di San Rocco: al momento il sindaco non fornisce spiegazioni al riguardo.

PRESENZA ALLARMANTE

Da alcuni giorni chi passeggia lungo la strada sterrata che in direzione nord costeggia il torrente Agno ha potuto notare una distesa di sacchi bianchi, svariate centinaia centinaia, dislocati proprio lungo il sedime della Superstrada pedemontana veneta, nota come Spv, da tempo in costruzione. Il cantiere è quello vicino alla chiesa agreste di San Rocco a pochi passi dal nuovo ponte che a breve, proprio in quella zona dovrebbe attraversare il corso d’acqua, in queste ore gonfio a causa delle abbondanti precipitazioni. I residenti in più di una occasione avrebbero manifestato la propria ansia e la propria inquietudine per una situazione dai contorni ancora poco chiari. Basta un po’ di zoom con una macchina fotografica per leggere in bella vista su alcuni sacchi un codice identificativo che parla da solo: «Cer 170503* Hp 7». Si tratta di un codice, noto agli specialisti come codice Cer, che pone le sostanze identificate tra «la terra o le rocce contenenti sostanze pericolose». Di più la categoria di appartenenza, nota gergalmente come «Caratteristica di pericolo» è ascrivibile al gruppo 7, o meglio Hp7 ovvero quella di «cancerogeno» ovvero di «rifiuto che causa il cancro o ne aumenta l'incidenza».

IL SILENZIO DELLA GIUNTA

Il sindaco leghista Faccio, a capo di un esecutivo di centrodestra, al momento pur interpellato non ha rilasciato dichiarazioni. A parlare invece è l’architetto Massimo Follesa, portavoce del Covepa, il coordinamento che da anni si batte contro la Spv.

L’AFFONDO DEL COVEPA

«Effettivamente da alcuni giorni a questa parte giravano alcune voci in paese tanto che da un breve sopralluogo effettuato ieri nella zona di San Rocco abbiamo potuto constatare la presenza dei sacchi. A questo punto - prosegue il portavoce - immagino che la Sis abbia agito in modo più che corretto mettendo in sicurezza il materiale, sottoponendolo ad uno screening ed insacchettandolo, mi si passi il termine, in attesa di uno smaltimento a regola d’arte. Questo posso immaginare anche se non conosco a menadito la norma di riferimento. Ma non è questo il punto - continua l’architetto - il punto è che vogliamo sapere dove sono stati trovati quei rifiuti, come mai erano lì e da quanto tempo. E soprattutto sarebbe arrivato il momento di sapere dove siamo davvero vissuti in questi ultimi quarant’anni in questo maledetto Veneto».

«VENETO MALEDETTO»

Follesa si riferisce al fatto che l’avanzare della Spv da sola «ha portato o riportato alla ribalta almeno sei o sette siti contaminati. Poi, tra le altre, c’è il caso Miteni, nonché il caso delle sostanze nocive, ovvero i temutissimi Pfas, sotto le scuderie della villa Marzotto risalenti all’epoca Rimar. «E adesso, tanto per finire in bellezza, scopriamo materiale che sembra essere cancerogeno. Che caspita di posto è mai questo» si interroga Follesa. Il quale non solo chiede al primo cittadino «di pronunciarsi con urgenza in merito ai ritrovamenti di queste ore» ma si domanda se non sia il caso di chiedersi che cosa sia stato eventualmente rinvenuto sotto il bacino di contenimento per le esondazioni dell’Agno che in questi anni la Regione sta realizzando tra Trissino e Arzignano: «Un’altra grande opera dall’incidenza ambientale rilevante sulla quale da troppo tempo è calata una coltre di silenzio imperforabile».

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