Omicidio e suicidio a Trissino: Scena, retroscena, bottega e retrobottega

5 colpi che hanno sconvolto un paese della tranquilla provincia berica: ma è stato davvero un fulmine a ciel sereno?

Foto Marco Milioni

Dopo l'omicidio-suicidio dell'altro giorno, Trissino tenta di ritrovare la via della normalità.

Ma la comunità dovrà scegliere se elaborare il lutto in modo collettivo, alla luce del sole. O se preferirà troncare i lamenti, sopire le voci discordi, lasciare i propri pensieri chiusi a doppia mandata dietro i catenacci delle abitazioni e delle anime: quasi si temesse il materializzarsi di qualche dubbio inconfessabile.

"Mi no so, mi no ghe xero"

Si parla a fatica e per raccogliere un piccolo quanto empirico riscontro di questo atteggiamento è bastato un breve giro quando, assieme al collega Pietro Rossi, a favor di video-ripresa, abbiamo provato la raccogliere non tanto una testimonianza, ma un pensiero da parte dei frequentatori dei bar della domenica. Il refrain più ricorrente è stato «non saprei che dire perché non c'ero» e «non mandate in video la mia faccia» come se il tragico evento di venerdì 27 luglio non meriti se non una analisi, quanto meno una riflessione anche per chi quel venerdì di color nero torrido, non si trovava davanti alle piscine comunali, luogo in cui l'orafo sessantenne Giancarlo Rigon per una presunta questione di debiti familiari pregressi, avrebbe fatto fuori l'operaio 39enne Enrico Faggion.

Come se la prima esigenza fosse quella di manifestare la mancata presenza sul luogo del delitto al momento della sparatoria: quasi che un commento generico sulla vicenda potesse fornire a chicchessia l'indizio di conoscere chissà quale dettaglio sulle dinamiche personali o sociali che hanno fatto da contesto ad un evento tanto tragico. Si tratta di un'omertà appena sussurrata, addolcita con le doverose manifestazioni di cordoglio rivolte alle famiglie spezzate dal dolore. Una reticenza che traspirava dai molti «no comment» delle interviste del giorno dopo: per non parlare dei silenzi dei maggior enti e dei notabili della città, se si escludono le frasi di rito.

Le testimonianze video

Le indagini

Sul piano strettamente investigativo per gli inquirenti la strada per molti aspetti è in discesa. Un movente è già stato ipotizzato: una questione di debiti pregressi contratto tra le famiglie dei due. Una traccia aggiuntiva è stata fornita: una rapina nella gioielleria della famiglia della vittima che sarebbe stata, in parte o in tutto, all'origine del debito che Rigon avrebbe vantato nei confronti dei Faggion, anche loro con trascorsi da orafi. E ancora, sui quotidiani ma non solo, molto si è detto della depressione che come un tarlo avrebbe divorato per anni un Rigon all'apparenza socievole e allegro: un tarlo tanto insistente da avere spinto lo stesso aggressore a manifestare alla famiglia della vittima, ma pure pubblicamente, non solo la esistenza di quel presunto debito, ma pure la volontà di fare i conti.

Qualcosa non torna

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