Omicidio-suicidio a Trissino: quando "i schei" contano più della vita

Sembra una storia da relegare nei nomi e nelle storie dei protagonisti. Ma non è così. È invece un campanello d’allarme da non sottovalutare


Sembra una storia da relegare nei nomi e nelle storie dei protagonisti. Ma non è così. È invece un campanello d’allarme da non sottovalutare. Le dinamiche, i personaggi, le modalità, le motivazioni sono replicabili decine e decine di volte. Quello che è avvenuto ieri è l’esempio di come un “sistema veneto” rischi di crollare su sé stesso, su una distorsione dovuta a dei cortocircuiti economico finanziari. Dove la distorsione è l’omicidio-suicidio, rispetto alla regola che vuole il veneto una persona che si rimbocca le maniche dopo un fallimento, e riinizia a lavorare per accumulare denaro. In ogni modo. 


E il “sistema veneto” è fatto di uomini e donne. Di famiglie. Di una cultura basata essenzialmente sul sogno della ricchezza, sulla sovrastima di quello che è il valore dei soldi. Su valori che vengono livellati sempre in basso rispetto a ciò che rappresentano i “schei”. Una formula riconosciuta e fatta propria da decenni, da una cultura del lavoro che ha travalicato il significato stesso della parola. 
E i “schei” giustificano. Giustificano tutto. Non per tutti ma per molti.

Perché i “schei” sono anche il sacrificio fatto e le ore passate chini a faticare. Per i “schei” si vive, per i “schei” si muore, per i “schei” si può anche uccidere. Una filosofia che valuta un tanto al chilo la vita di una persona, tanto quanto un chilo d’oro o una pezza di pelle. 

L'ombra delle mafie


È così che si aprono le porte anche alle grandi criminalità, alle mafie. E Trissino non è un caso che ospiti la prima interdittiva antimafia nel suo territorio. Anche se molti lo ritengono ancora impossibile sotto la bandiera di San Marco. Una non consapevolezza che deriva da una cultura basica e da un senso di “grandeur” ormai perso nei decenni scorsi. 


I fatti di Trissino non vanno letti come eccezione, sono l’incubatrice di focolai aperti in tutto il vicentino. Sono il risultato di punti di riferimento che sono venuti a mancare, come la Banca Popolare di Vicenza. Che si è trascinata nel baratro risparmi per milioni di euro, lasciando un vuoto. Non solo nei conti correnti ma nell’anima delle persone che avevano basato tutto il loro passato, presente e futuro sul risultato del loro lavoro. 


Nel bar dove Rigon ieri mattina giocava a carte, nello stesso tavolo, ci sarà un posto vuoto. Come vuoto sarà quell’altare dove doveva sposarsi Enrico Faggion. Come è vuota la vita di chi ha perso molto, a volte tutto e non riesce più a dare un peso al respiro altrui.

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