"Oltre confine", maxi operazione della GDF anti riciclaggio: in manette un vicentino

Pacchi di banconote stipati a forza nelle cassette di sicurezza. Maxi operazione della guardia di finanza che ha portato 6 persone agli arresti, mentre sono 35 le persone indagate. Nei guai il vicentino M.B., 56anni

Immagine della GDF

Eseguita un’ordinanza di custodia cautelare ed un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente emessi dal GIP del Tribunale di Vicenza nei confronti dei componenti di un’associazione per delinquere finalizzata a commettere una pluralità di reati fiscali e di riciclaggio. 6 sono i soggetti arrestati (5 in carcere ed 1 ai domiciliari), mentre per altri 8 è stato disposto l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Gli indagati, cui sono contestati a vario titolo molteplici ipotesi di reato (associazione per delinquere, emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, truffa e reato transnazionale), sono invece in tutto 35, tra cui perlopiù soggetti originari delle province di Vicenza e Padova. Disposto anche il sequestro di beni per oltre 1,3 milioni di euro.

A capo del sodalizio smascherato dalle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Padova prima e Vicenza dopo e condotte dal gruppo delle Fiamme Gialle patavine, che si sono avvalse anche delle risultanze di accertamenti compiuti dall’Ufficio Antifrode dell’Agenzia delle Entrate di Vicenza, vi erano il padovano B.A. (classe ’56) ed il vicentino M.B (classe ’60), entrambi oggetto della misura della custodia cautelare in carcere. I due avevano da tempo capito che non avevano la capacità per fare i commercianti e che potevano guadagnare solo grazie all’Iva e alle fatture, false ovviamente.

Il padovano, nel corso di una conversazione intercettata spiegava così il concetto ad uno dei sodali: “… no, ma con il commercio Mxxx perde soldi … perderebbe soldi a nastro .. Mxxx .. se non facessimo le fatture, il commercio lascia stare, se non facessimo l’Iva, noi con il commercio faremmo danni …”. I due, lui e il vicentino, si erano specializzati nella gestione di molteplici società in Italia e all’estero, per lo più affidate a soci e amministratori di comodo, il cui unico business era quello dell’emissione di fatture false nei confronti di società compiacenti (solitamente attive nel commercio di pellame).

Lo schema delittuoso posto in essere è quello noto delle frodi Iva, nel quale una società “cartiera” (c.d. missing trader) emette fatture per cessione di beni o prestazioni di servizi mai effettuate, operando per un lasso temporale limitato (circa 12 mesi) e omettendo di adempiere agli obblighi fiscali nei confronti dell’Erario. Le fatture emesse, gravate di Iva, vengono invece regolarmente contabilizzate dalle società che appaiono acquirenti di beni e servizi, consentendo loro di dedurre costi inesistenti e di compensare l’Iva. Per fornire un’apparenza di effettività al tutto, la società (reale) che beneficia delle fatture false effettua il pagamento dell’operazione inesistente alla “cartiera”, gravato di Iva; la missing trader non versa l’Iva e restituisce alla beneficiaria l’intero imponibile nonché parte dell’Iva corrisposta, al netto del proprio illecito compenso (nel caso di specie il 10% circa). Le indagini del Gruppo di Padova hanno tra l’altro consentito di ricostruire l’operatività, dal 2009 ad oggi, di 6 cartiere che sono state usate per emettere fatture false nei confronti di una serie di società, soprattutto venete, per un ammontare complessivo, ancora in fase di esatta quantificazione, di quasi 27 milioni di euro. Una volta ottenuto il pagamento delle fatture false, le società cartiere provvedevano a bonificare gli importi sui conti di 5 società estere, una con sede in Slovacchia, una in Polonia, una in Ungheria e due nella Repubblica Ceca, tutte gestite dal sodalizio criminale ed aventi la finalità di riciclare i proventi illeciti della frode.

Nelle comunicazioni gli interlocutori, per limitare il pericolo derivante da possibili intercettazioni, non utilizzavano direttamente il nome degli istituti di credito ma si riferivano a colori (es. rossa, verde, azzurra) per indicare la banca presso la quale effettuare l’operazione. Spettava poi sempre ai due veneti recarsi all’estero per ottenere dai sodali la restituzione in contanti del denaro bonificato, per poterlo riportare in Italia ovvero reinvestirlo oltre confine. Il giro di denaro era talmente elevato che uno dei problemi principali era quello delle spazio nelle cassette di sicurezza, che in alcuni casi erano talmente piene di contan

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