Miteni, l’ira degli operai contro società ed istituzioni

Durante il sit-in di ieri organizzato dai lavoratori si è parlato di tempistiche sospette nella vicenda del fallimento. Timori a Trissino in caso di incidenti

Un momento del sit-in sindacale davanti alla Miteni di Trissino (foto Marco Milioni)

Il tribunale di Vicenza non si azzardi a decretare il fallimento della Miteni già il giorno 8 novembre perché una eventualità del genere non farebbe che addensare altre ombre sul comportamento degli enti che dovrebbero fare luce suce sull’affaire Pfas e che invece si sono comportati in ben altra maniera.

È un j’accuse senza precedenti contro magistratura, Regione, provincia di Vicenza e Comune di Trissino quello che i lavoratori della spa dell’Ovest vicentino da anni al centro di un maxi caso da contaminazione. Un j’accuse distillato ieri mattina, martedì 6, durante un sit- in organizzato dai lavoratori che chiedono certezze sul loro futuro, sul futuro del posto di lavoro e su quello dell’ambiente.

IL SIT-IN

Ieri a mezzodì davanti ai cancelli della fabbrica trissinese al centro del caso Pfas c’erano i lavoratori, i rappresentanti sindacali di fabbrica, quelli delle confederazioni provinciali, regionali di Cgil, Cisl e Uil e pure alcuni rappresentanti dei sindacati di base in una con i rappresentanti dei comitati ambientalisti. L’annuncio dato dai vertici aziendali di voler portare i libri in tribunale e di voler licenziare in tronco centoventi dipendenti col rischio ulteriore di non pagare la bonifica per la contaminazione presente sotto il sito, sta mandando in escandescenza la politica regionale.

BYE BYE BONIFICA

Soprattutto da quando sui media è cominciata a circolare la voce che l’azienda avrebbe sì consegnato agli enti coinvolti nella definizione dell’iter per il risanamento un piano di bonifica. Ma che non ci sarebbero i quattrini per portare a tale piano a compimento: per una bonifica che a seconda delle indiscrezioni uscite sulla stampa (mai confermate e difficilmente confermabili perché attualmente non ci sarebbero sufficienti elementi per farlo) potrebbe oscillare tra i venti milioni ed i cento milioni di euro. E poi c’è la questione della sicurezza dell’impianto che è rischio rilevante d’incidente e che non può essere spento come si chiude un negozio. Vanno seguite procedure ad hoc, vanno svuotate le aree di stoccaggio nonché i reattori che contengono sostanze pericolosissime a partire dai derivati del cloro.

LE BORDATE DEI DELEGATI DI FABBRICA

Renato Volpiana, delegato sindacale di fabbrica, ovvero Rsu della Miteni per Cgil-Filctem, supportato dagli altri colleghi, non le manda a dire: «Abbiamo un problema con l’inchiesta penale in corso sul caso ambientale. Inchiesta in capo alla procura berica che procede con estrema lentezza. In quel fascicolo potrebbero esserci delle carte, che potrebbero essere probanti per i giudici civili che si stanno occupando del fallimento». Il ragionamento è semplice: «Non si capisce - precisa Volpiana - da dove diavolo nasca tutta questa fretta dal momento in cui di solito le istanze di fallimento presentano iter che durano mesi».

SICUREZZA, CITTADINI A RISCHIO

Poi un’altra bordata, stavolta alla prefettura di Vicenza «alla quale abbiamo chiesto di sapere se per i fabbricati vicini alla Miteni sia stato redatto dagli enti preposti un piano di emergenza esterno, ovvero quel piano di contromisure che i soggetti esterni alla fabbrica debbono attuare in caso di incidente rilevante visto che a noi non risulta alcun piano di emergenza. Che magari ci potrà anche essere, ma rispetto alla cui esistenza alcuna risposta ci è stata fornita. Se anche la giunta comunale di Trissino parlasse sarebbe meglio».

PREFETTURA SULLA GRATICOLA

Volpiana che ha faticato «a contenere l’indignazione» parla anche della sicurezza interna allo stabilimento: «Assieme alla direzione regionale dei Vigili del fuoco di Padova vogliamo verificare come sono messi gli impianti. E questa richiesta l’avevamo formulata al prefetto berico Umberto Guidato ancora l’8 ottobre con tanto di lettera protocollata. Non abbiamo ottenuto uno straccio di risposta tranne che essere convocati il 2 novembre a fronte della agitazione che ha previsto una fase se non di ferma ma di stand-by degli impianti perché» in assenza di garanzie precise sulle condizioni di questi ultimi i lavoratori, sostengono ancora le Rsu, non hanno alcuna intenzione di mettere a rischio la loro incolumità. Anche a fronte del fatto che in forza di una precedente istanza di concordato preventivo presentata diversi mesi fa al tribunale più di qualche centinaio di migliaia di euro «compresi alcune nostre spettanze arretrate» sono congelate. «E guarda caso - rimarca Volpiana - proprio ora che l’iter del concordato stava esaurendosi perché evidentemente non c’erano le condizioni economico-patrimoniali per completarlo, chissà perché l’azienda se ne esce con la trovata della richiesta di fallimento».

LO SPETTRO DELLA COMBINE

Questo è uno dei passaggi chiave della protesta andata in scena ieri. Un passaggio che si gioca tutta su dati e tempi: 12 novembre scadenza della procedura, 8 novembre, ovvero quattro giorni prima, udienza che potrebbe sancire il fallimento con tutto ciò che la cosa comporta in termini di spettanze per i lavoratori, per i fornitori, per le banche e per la collettività che potrebbero andare in fumo: il tutto a fronte delle indagini preliminari che in sede penale non si chiudono facendo in modo che elementi determinanti per il fallimento custoditi nel fascicolo, non possano essere usati nel procedimento fallimentare, magari contro chi vuole approfittare (se con dolo o meno spetta alle toghe chiarirlo) di questa procedura per venire meno ai propri obblighi. Presi dalla rabbia a fronte di una situazione così determinata molti lavoratori temono l’esistenza di un piano elaborato a tavolino. Parlano di vera e propria «porcheria» soprattutto perché «qualcuno tra le righe ha voluto far intendere che quella istanza di fallimento fosse da addebitare alle richieste di noi operai».

CARTE FANTASMA

Tuttavia lo sdegno non si esaurisce qui. «Pare che nelle cancellerie di Borgo Berga si siano pure smarrite le carte relative alla vecchia procedura di concordato. Abbiamo chiesto all’azienda copia delle istanze in una con le ricevute di deposito ma nulla ci è stato fornito» attacca ancora a testa bassa la Volpiana che proprio davanti ai cancelli dello stabilimento ha tenuto una sorta di arringa d’accusa contornato da molti colleghi, da svariati sindacalisti e da alcuni rappresentanti dei comitati: una cinquantina di persone tenute d’occhio con molta discrezione da una pattuglia dei carabinieri di Trissino e da qualche altro agente in borghese.

«PRONTI ALLE DENUNCE»

E tant’è che la situazione rimane incandescente. Volpiana ha spiegato che i lavoratori, anche quelli non iscritti al sindacato stanno formando un comitato con il quale intendono agire legalmente, sia sul piano penale sia su quello civile non solo nei confronti della società, ma anche nei confronti di tutti quegli enti pubblici che in forza di eventuali condotte o inerti o dolose abbiano posto le condizioni affinché «nel nostro sangue i Pfas si accumulassero in concentrazioni stellari tra le più alte al mondo».

LO SCENARIO DEL CONCORSO IN BANCAROTTA

Allo stesso modo, aggiunge ancora Volpiana, «ci riserviamo di segnalare alla autorità giudiziaria le eventuali condotte di chi, anche pubblico ufficiale, abbia eventualmente, in malafede, utilizzato la procedura concordataria o quella fallimentare perché chi di dovere si sottraesse ai suoi obblighi». Il sindacalista non parla espressamente di denuncia per bancarotta in concorso, ma poco ci manca visto che come è noto (lo spiega molto bene la rivista giuridica Neldiritto.it) «in tema di reati fallimentari, è configurabile il concorso nel reato di bancarotta fraudolenta da parte di persona estranea al fallimento, qualora la condotta realizzata in concorso col fallito sia stata efficiente per la produzione dell'evento, sempre che il terzo abbia operato con la consapevolezza dello stato di generica difficoltà economica dell’impresa e la volontà di aiutare l’imprenditore in dissesto a frustare gli adempimenti predisposti dalla legge a tutela dei creditori dell’impresa»

Ad ogni buon conto nel diario della giornata vanno registrati un’altra mezza manciata di avvenimenti. C’è la dura presa di posizione del M5S che con il consigliere comunale di Montecchio Maggiore Sonia Perenzoni, a nome del movimento esprime «solidarietà ai lavoratori» nonché una grande preoccupazione per l’ambiente.

LA CRITICA ALLE TOGHE

Poi una stilettata rivolta alla magistratura: «Vorremmo capire come mai la procura della repubblica di Vicenza non abbia chiesto il sequestro dei beni non solo della ditta ma anche di quelli legati alla proprietà ed ai soci. Perché se quei sequestri ci fossero stati - attacca ancora il consigliere - oggi l’azienda potrebbe pure tentare di scappare, ma lasciando qui i soldi almeno si sarebbe potuto dare avvio all’iter della bonifica con ben altra prospettiva».

«I VERTICI SI NEGANO: VIGLIACCHI»

IL VIDEO

E se la solidarietà ai lavoratori è giunta anche dai sindacati di base come Usb e Cub, presenti a Trissino, nonché dal consigliere regionale di Amp Cristina Guarda, attorno alle 13 si è verificato un altro episodio. Un drappello di aderenti ai comitati che aveva alla testa Michela Piccoli (Genitori NoPfas) ed Alberto Peruffo (Coordinamento No Pfas) è entrato nella reception della Miteni chiedendo un incontro con l’amministratore Antonio Nardone. I vertici aziendali però non hanno concesso alcun incontro alla piccola delegazione che ha definito con un certo sarcasmo «grave» la decisione «di non voler ascoltare i cittadini» anche in ragione del fatto che lo stesso Nardone «in passato si era più volte dichiarato aperto al confronto». Una chiusura che secondo l’ex consigliere comunale Massimo Follesa, che recentemente ha sparato a zero proprio in tema di bonifica, «è sinonimo di vigliaccheria».

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