Mini idroelettrico, il governo cancella gli incentivi

Il decreto che riforma la disciplina delle piccole centrali sarebbe ora al vaglio della Ue per l’ok definitivo: sarà stop ai progetti, osteggiati dagli ambientalisti, anche nel nel Veneto e nel Vicentino

Foto Marco Milioni

Dopo una battaglia durata mesi, anche in seno alla maggioranza di governo formata da Carroccio e Cinque stelle, l’esecutivo ha dato l’ok al decreto che chiude il rubinetto per gli incentivi pubblici a beneficio delle mini centrali idroelettriche. Impianti che il fronte ecologista da sempre bolla come invasivi sul piano ambientale ed energicamente per nulla vantaggioso. Secondo le numerose indiscrezioni che arrivano dalla capitale, la Lega ha cercato fino all’ultimo di fermare la nuova disciplina, ma alla fine, si è dovuta arrendere: anche di fronte al fatto che l’Italia, in ragione di una pratica giudicata ambientalmente non sostenibile, rischiava di incorrere in una maxi infrazione da parte della Ue. La novità uscita da Roma interessa direttamente il Veneto: valle del Chiampo, valle dell’Agno e asta del Brenta sono le aree più interessate nel Vicentino.

MAL DI PANCIA LEGHISTI

Vicenzatoday.it aveva approfondito l’argomento con un servizio del 20 dicembre 2018 nel quale si spiegava come l’iter per la revisione della disciplina sugli incentivi, i quali fino ad oggi ammontavano ad uno, due miliardi di euro all’anno, era giunto in dirittura d’arrivo ed aspettava il parere, importante, ma non vincolante, della Conferenza Stato Regioni. La quale con un provvedimento firmato dal ministro per i rapporti con gli enti territoriali, la vicentina Erika Stefani, si era espressa in modo contrario. A spingere per uno stop c’era soprattutto un pezzo importante della Lega lombarda col senatore Paolo Arrigoni. Il quale con l’aiuto di ambienti importanti di Confindustria, avrebbe più volte cercato una sponda presso Giancarlo Giorgetti, potentissimo sottosegretario alla presidenza del consiglio. Un altro leghista che aveva provato a mettersi di traverso era stato Dario Galli, viceministro allo sviluppo economico, il quale aveva distillato tutti i suoi dubbi con una intervista pubblicata sul Corsera il 7 gennaio a pagina 9.

I COMITATI E IL M5S

Il fronte opposto però era altrettanto determinato. C’erano i comitati e le associazioni che da anni si battono contro gli incentivi, fronte nel quale i gruppi veneti, specie i bellunesi, sono da sempre tra i più agguerriti. Questa galassia avrebbe trovato una sponda nel ministero dell’ambiente, capitanato dal generale Sergio Costa, noto per le sue battaglie per l’ambiente quando era nel Corpo forestale dello Stato. Un altro senatore che sotto il pelo dell’acqua si è speso moltissimo facendo la spola tra comitati, ministero dell’ambiente e ministero dello sviluppo (capitanato peraltro dal vicepremier Luigi Di Maio, leader del M5S) sarebbe stato il bellunese Federico D’Incà, altro volto noto del M5S veneto. Quest’ultimo avrebbe fatto da vera e propria controparte rispetto al suo collega Arrigoni: consultazioni, e-mail, colloqui riservati, anche con i gestori delle grandi reti elettriche, sarebbero stati la marcia in più grazie alla quale la compagine ecologista è riuscita a portare a casa una riforma. Che se non ci fosse stata per di più avrebbe esposto il Belpaese a possibili sanzioni da parte della Ue. La quale da tempo stava richiamando l’Italia perché queste mini centrali oltre a drenare risorse importanti, avrebbero potuto mettere a rischio la vita dei fiumi e dei torrenti. Sul piano politico va anche notato però che il Carroccio, specie nell’Ovest vicentino da mesi si era dimostrato freddo verso gli incentivi. E non è detto che questa circostanza non abbia pesato a Roma.

IL CUORE DELLA RIFORMA

Ad ogni modo il cuore della riforma è costituito da un decreto dirigenziale del ministero dell’ambiente che Vicenzatoday.it può mostrare in anteprima e che in buona sostanza dà applicazione alle raccomandazioni giunte negli anni da Bruxelles. Il testo in queste ore è giunto sulle scrivanie dei funzionari di Bruxelles. Se l’Ue, come ormai sembra assodato, lo valuterà positivamente, lo vidimerà tanto da guadagnare lo status di una vera e propria legge valida sul territorio italiano. Se gli uffici belgi chiederano qualche ritocco la pratica tornerà indietro per gli aggiustamenti del caso anche se l’ipotesi, almeno da quanto filtra da Roma appare remota. Non è da escludere che nelle prossime ore qualcuno tra i protagonisti politici della vicenda, a partire da qualche esponente di spicco del M5S, possa annunciare in maniera ufficiale che il decreto ha preso definitivamente la via dell’Europa. Da un punto di vista squisitamente politico si tratterebbe di una boccata d’ossigeno per il M5S, che da mesi è criticato dalla base perché avrebbe abbassato la guardia su alcuni temi molto cari ai Cinque stelle come Tav, Tap, Ilva e Pedemontana veneta

LE NOVITÀ TRA VENETO E VICENTINO

Ma nel concreto che cosa succederà? Lungo l’arco alpino, ed il Vicentino non fa eccezione, sono una miriade i progetti presentati all’ente regionale. Poiché la norma che li permette è di rango nazionale in passato era molto difficile per gli uffici regionali dire no a questi piccoli impianti. Ora che l’incentivo pubblico è svanito sarà pressoché impossibile realizzare le opere. Nel Vicentino tra quelli più controversi ci sono quelli nel comprensorio di Bassano, quello di San Pietro Mussolino (http://www.vicenzatoday.it/cronaca/valchiampo-impianto-idroelettrico-sordato-comunita-protesta-contro- centralina.html) e quello di Valdagno. Ma le richieste presentate negli anni in realtà sono moltissime. La nuova norma, se sarà confermata dall’Europa, di fatto le affosserà tutte o quasi tutte.

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