«Ecco la mafia dei camici bianchi»: intervista a Renato Ellero

Un episodio di malasanità coperto da un caso di malagiustizia. Sono durissime le accuse contenute in un esposto, indirizzato da Renato Ellero al Csm e al ministero della salute: coinvolti infermieri, medici e magistrati berici

Renato Ellero (foto Marco Milioni)

Un «intollerabile episodio di malasanità» coperto dall’ospedale di Vicenza e poi coperto a sua volta «dalla magistratura berica». È la cifra di una doppia vicenda «che mi ha prima rovinato la vita, poi la professione e che mi ha offeso pure come giurista».

A parlare è il professor Renato Ellero, veneziano ma vicentino di adozione, avvocato, già docente di diritto penale all’università di Padova. In un esposto di venti pagine indirizzato al Presidente della repubblica Sergio Mattarella quale «numero uno del Csm», in cui si arriva addirittura a parlare di «mafia dei camici bianchi», Ellero snocciola nomi e cognomi di quello che tra infermieri inesperti, medici non all’altezza e magistrati «nemici della ricerca della verità», assume la veste di un vero e proprio atto d’accusa in cui si arriva a parlare pure di mafia dei camici bianchi: «anche per macroscopici falsi documentali» attacca Ellero.

Classe 1944 il 74enne (ne compie 75 il 14 luglio, «è la presa della Bastiglia», ironizza), è stato senatore della Repubblica dal ‘94 al ‘96, chiede che siano presi «i provvedimenti del caso sia in sede disciplinare che penale». La materia dell’esposto, firmato non solo da Ellero ma pure dal suo legale, ovvero l’avvocato Francesco Delaini del foro di Verona, è delicatissima. Si parla di omissioni, di perizie illogiche, di violazioni della procedura penale. Chi scrive, anche in considerazione della estrema gravità dei fatti narrati, ha chiesto un parere a coloro che sono stati tirati in ballo, senza peraltro ricevere risposta alcuna. Ellero dal canto suo si dice pronto ad andare fino in fondo anche per smascherare quello che definisce senza mezzi termini «il falso mito della eccellenza» della sanità veneta.

Professore lei un paio di mesi fa assieme al suo legale ha inviato un esposto al Csm lamentando una serie di soprusi a suo danno. Quando esattamente?
«Alla fine di febbraio di quest’anno».

Quelle pagine suonano come un verdetto senza appello, perché?
«E me lo chiede? Il 31 di ottobre del 2015 poco prima delle quattro del pomeriggio sono entrato al pronto soccorso di Vicenza sulle mie gambe e qualche mese dopo ne sono uscito semiparalizzato. Per vero già il giorno dopo ero semiparalizzato».

Che cosa è accaduto poco meno di quattro anni fa il giorno di Halloween?
«È accaduto che sono entrato al pronto soccorso nel primo pomeriggio. Poi sono stato spedito di gran carriera alla stroke unit in pratica una unità multidisciplinare dell’ospedale in cui si trattano patologie cerebro-vascolari, per meglio dire l’unità dedicata agli ictus dal momento che stroke è il termine anglosassone per ictus».

Detto in soldoni?
«Avevo un principio di ictus che non è stato opportunamente rilevato e opportunamente trattato dal personale dell’ospedale. Per rilevarlo sarebbe sarebbe bastato farmi una angiotac o una risonanza magnetica con liquido di contrasto. Durata del tutto? Mezz’ora sì e no. La cosa è grottesca se non fosse tragica: uno dei medici di quella unità al posto di vantare una specializzazione ad hoc ne aveva una in patologie dell’epilessia. Mi dica lei che cosa diamine c’entra con una stroke unit. È come se col motore fuso mandassero la sua auto da un tappezziere. Questa è la sanità veneta di cui vanno tanto orgogliosi il nostro governatore, il leghista Luca Zaia e il segretario generale della sanità veneta Domenico Mantoan che a quello che leggo sulla stampa ha molte cose da spiegare ai cittadini».

Sì, ma ritornando a quanto le capitò quel giorno, lei che cosa aggiungerebbe?
«Bastava che i medici mi avessero fatto una flebo di fibrinolisi ed oggi non sarei costretto su una sedia a rotelle per la gran parte della mia giornata con il braccio sinistro ridotto a un peso morto. Questi signori avevano a disposizione una finestra di oltre tre ore per farmi questa fibrinolisi e invece non mi hanno fatto alcunché. Mi capisca. Io sono sempre stato una persona attiva. Di più con i clienti in giro per tutta Italia per me spostarmi era essenziale capirà bene come sono ridotto per colpa di questi signori».

Poi che cosa è successo?
«Quando poi era successo l’irreparabile, un po’ alla volta ho rimesso insieme le idee e le forze. Con l’aiuto della mia famiglia e dei miei legali ho cominciato anzitutto a chiedere all’ospedale le carte. E...».

E cosa?
«E già in quella circostanza me le hanno consegnate con molto ritardo. Per non parlare del resto».

Sarebbe a dire?
«Anzitutto è emerso che l’approccio terapeutico scelto nei miei confronti è stato superficiale al limite della decenza, fuori da ogni grazia. Non c’è stata sufficiente attenzione nell’accertamento della mia malattia né nella elaborazione della cura adeguata. Si sono perse ore preziose mentre io nel letto d’ospedale mi lamentavo sempre di più dal momento che la pressione saliva e mi sentivo mancare, come se si fossero svuotati gli arti della parte sinistra. La voce mi si impastava sempre di più. Insomma c’erano tutti i sintomi di una ischemia in atto».

Lei era cosciente che la situazione si stava aggravando?
«Sì maledizione. Ma mi fu risposto dal medico di turno che dovevo smetterla di disturbare perché aveva altro da fare. Di più, per molte di quelle maledettissime ore sono rimasto lucido, di fatto immobile in quel letto. Per ragioni professionali avendo una certa dimestichezza con la materia sanitaria intuivo chiaramente il baratro in cui venivo lasciato precipitare nella più sfacciata indifferenza».

Di seguito come si è mosso?
«Ho contattato due luminari del settore, il professor Raffaele Giorgetti, primario all’istituto di medicina legale dell’università di Ancona e il professor Pietro Martorano ordinario alla facoltà di medicina sempre all’università di Ancona: quest’ultimo è uno specialista nella cura degli ictus».

Che cosa è emerso?
«È emerso che i miei timori erano fondati. Di più dopo aver fatto esaminare la cartella clinica al dottor Francesco Ranoldi con una perizia datata 9 gennaio 2018 è emerso un altro fatto inquietante del quale per vero avevo già sospettato, perché in decenni di professione forense certe cose le noti subito».

Che cosa rilevò il grafologo da lei interpellato?
«Che la documentazione medica era stata manomessa. E in modo anche alquanto goffo peraltro. Perizia si badi bene che è stata fatta sparire nel silenzio del pubblico ministero e del gip».

Senta professore queste condotte, tra lesioni gravi e falsi, fanno pensare a reati anche di una certa gravità. O no?
«Assolutamente sì. Ed è qui che viene il bello».

Che cosa vuole dire?
«Avendo insegnato per anni diritto penale all’università figuriamoci se potevo trascurare tutto ciò. Infatti sono immediatamente partite le segnalazioni alla procura della repubblica di Vicenza».

E a borgo Berga che cosa è successo?
«L’indicibile».

Può spiegarsi meglio?
«Tra perizie assurde redatte dagli esperti nominati dal gip Massimo Gerace e condotte fuori da ogni logica, lo stesso pm Giovanni Parolin ha chiesto l’archiviazione dall’accusa di lesioni a mio carico senza che fossero tenute in alcun conto le conclusioni dei miei periti. Di più sia il pubblico ministero sia l’ufficiale di polizia giudiziaria delegato alle indagini, vale a dire Michele Castrilli, che è in forza alla squadra di polizia giudiziaria della polizia di Stato presso la procura della repubblica di Vicenza, hanno omesso di sentire una teste chiave ovvero l’infermiera che poteva o meno confermare l’alterazione della cartella».

Ma lei è sicuro? Sono accuse gravissime. Non teme di esporsi a una querela per diffamazione o a denuncia per calunnia?
«Ci mancherebbe è tutto scritto, tutto documentato. Che mi querelino. Poi ci divertiamo. Così risponderanno anche del delitto di calunnia. Sarei curioso di fare l’esame di diritto penale a questi signori con la toga. Non mi faccia ridere per carità. Ma guardi che non è finita perché in questa vicenda ho dovuto sorbirmi mio malgrado un’altra bestemmia nei confronti del diritto».

Di che cosa si tratta?
«Quando dati e perizie alla mano ho denunciato le falsità presenti nelle carte al pm Parolin questi ha omesso di aprire il procedimento dovuto. Questa omissione per Giove è un reato e chiedo che Parolin sia incriminato. E lo scriva per cortesia perché queste eresie giuridiche io non le mando giù».

Senta Ellero però i provvedimenti del pubblico ministero, anche quando propone l’archiviazione rispetto ad una querela, a una denuncia, passano comunque per un giudice terzo. Le cose stanno così?
«Sì, nel diritto penale che io ho insegnato per tanti anni ai ragazzi, quello per cui la giustizia è uguale per tutti. Bisognerebbe riscrivere la norma per cui la giustizia è uguale per tutti a meno non ci si trovi nel Veneto. Voi giornalisti conoscete bene la nostra storia giudiziaria tra indagini lumaca, prescrizioni a go-go, inchieste gestite il cielo solo sa come».

Bene, ma tralasciando le battute e le considerazioni generali?
«È ovvio che la richiesta di archiviazione proposta dal sostituto al sostituto procuratore berico è stata impugnata da Delaini e dal sottoscritto».

Con quale esito?
«Il giudice per le indagini preliminari, ovvero il gip Massimo Gerace, in sostanza non ha fatto che ripercorrere l’assunto del pm archiviando il tutto. Ora la condotta del pm è stata segnalata anche alla procura generale del Veneto la quale avrebbe dovuto avocare il fascicolo. Quest’ultima però si è limitata a scrivermi che non riteneva di doverlo fare. Ecco, veda un po’ lei, questo a fronte del criterio per cui ogni atto giuridico deve essere motivato. Motivato come per Diana? È una congiura del silenzio rispetto alla quale io non intendo sottostare. Ed è per questo motivo che al Csm io chiedo di valutare anche la posizione della procura generale del Veneto e quella dello stesso gip».

Professore, ma il Csm non è chiamato a valutare i casi di condotta scorretta relativamente al solo ambito disciplinare?
«Sì. Ma come capita per ogni organo dello Stato o della pubblica amministrazione a fronte di notizie di reato anche il Csm deve procedere con le competenti segnalazioni alla autorità giudiziaria. Ora sono curioso di sapere che cosa faranno Mattarella e l’organo da lui presieduto».

Lei ha deciso di rendere disponibile per chi lo chiede anche il testo dell’esposto stante la delicatezza della materia trattata. Perché?
«Per tre ragioni».

Ossia?
«Primo l’opinione pubblica deve conoscere i fatti e questi vanno circostanziati. Secondo devono conoscerli i medici in giro per l’Italia. Terzo devono conoscerli i giuristi. Io spero che questa tragedia serva comunque affinché, per quanto possibile, casi del genere non si ripetano o si ripetano il meno possibile».

Lei dice?
«Io lo spero. Ma provi a pensare. Se io non avessi avuto le risorse per affrontare a spese mie la riabilitazione, se io fossi stato un impiegato o un operaio, adesso sarei un relitto immobilizzato su una sedia a rotelle, solo, menomato e rassegnato ad aspettare la morte».

È il suo caso?
«Assolutamente no. Prima farò scoppiare uno scandalo anche presso la nuova Commissione europea. Ad ogni modo se non avessi avuto il bagaglio di conoscenze giuridiche che la mia professione mi ha dato, ora sarei ammutolito e impossibilitato a raccontare un caso schifoso di malasanità e malagiustizia: l’ennesimo caso peraltro. In realtà rispetto al mio esposto mi aspetto diverse risposte e da molte persone».

Perché dice questo?
«Perché oltre che al capo dello Stato quelle venti pagine o quaranta facciate che dir si voglia sono state inviate anche al vicepresidente del Csm David Ermini, al ministro della giustizia Alfonso Bonafede, al ministro della salute Giulia Grillo, al procuratore presso la Corte di cassazione Riccardo Fuzio, al presidente della Regione Veneto Luca Zaia, nonché al sottosegretario alla salute Luca Coletto. Ora non solo aspetto una risposta. La esigo».

Lei sarebbe disposto ad affrontare un faccia a faccia con le persone che lei stesso ha fatto finire nel suo esposto?
«Premesso che pretendo che lorsignori vengano incriminati per ciò che hanno fatto, figuriamoci se non sono pronto ad affrontarli, anche da solo, ma davanti al pubblico e ad un gran giurì d’onore composto da accademici. Non ci metterei molto a far emergere la verità e a mettere in riga lorsignori pure dopo la malattia che mi ha colpito».

Si fermerà adesso?
«No, ci mancherebbe altro. Sono pronto a citare questi signori e lo Stato davanti alla Corte europea. Siamo solo all’inizio. Intendo portare questi magistrati, questi medici e la Regione Veneto sulla stampa europea diffidando i cittadini europei a venire nel Veneto».

Ma lei è disponibile a fornire all’opinione pubblica altri dettagli?

«Certamente sì. Sono pronto a consegnare tutta la documentazione che fonda la mia protesta. E che dimostra la condotta della cosiddetta mafia dei camici bianchi». 

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