Schianto mortale in autogrill: i "colpevoli"

Il vicentino deceduto in un sinistro lungo l’autostrada Padova Venezia riporta al centro del dibattito il tema della sicurezza nelle aree di servizio

Quando c’è di mezzo un dramma occorre parlarne sempre nel modo dovuto. Il che vale anche per l’incidente mortale avvenuto recentemente lungo l’autostrada Padova Venezia. Saranno gli investigatori e la magistratura ad accertare cause e dinamiche che hanno portato alla morte di un vicentino mentre con la sua auto stava per entrare in un’area di servizio a Dolo nel Veneziano.

Ma il problema di fondo è bene un altro: ovvero la pericolosità delle aree di servizio, stracolme di tir anche nelle rampe di accesso. Per di più dalle immagini circolate sui media si evince chiaramente che il tir addosso al quale è finita l’Alfa Romeo del vicentino stava dove non doveva stare. Più in generale la questione è arcinota agli addetti ai lavori. Vicenzatoday.it anche a questo problema aveva dedicato un approfondimento non più tardi del 10 gennaio.

Ora non è mai simpatico fare le cassandre spiegando “lo avevo detto”. Ma tant’è: i fatti sono i fatti. E non a caso la foto scelta in quella circostanza documentava proprio «l’ingolfamento camionaro» dell’area di Arino a Dolo.

A questo punto ci sarebbero un paio di domande da farsi. La polstrada del Veneto conosce o no il problema? Lo ha sottovalutato o no? Come mai durante gli ultimissimi giorni le pattuglie hanno cominciato a sostare con una certa insistenza proprio all’accesso delle aree di servizio? Sono arrivati ordini precisi proprio dopo l’incidente mortale? Durante gli ultimi dieci anni quante sanzioni sono state elevate ai mezzi pesanti che spesso sostano in spazi vietati con grave pericolo per la circolazione?

E ab absurdo questo è un aspetto per certi versi di dettaglio. La questione dirimente è un’altra. Visto che le concessioni autostradali lungo l’asse della A4, a partire dalla Brescia-Padova ma non solo, sono tra le più ricche per i gestori, come mai lo Stato non si è mai peritato di obbligare lorsignori di attrezzare a loro spese e senza aggravi per gli utenti un numero maggiore di aree per i camionisti?

Questi ultimi, tranne diversi casi di menefreghismo e di bieca ignoranza, non è che parcheggino dove non è consentito per fare un dispetto agli automobilisti. Si fermano semplicemente lì perché per ragioni di sicurezza il codice della strada impone loro di fare delle soste ad intervalli stabiliti. Ora se lo spazio non è sufficiente è chiaro che si fermeranno dove possono, il prima possibile, perché non possono correre il rischio di farsi pizzicare in viaggio quando in viaggio non ci potrebbero stare.

Il tutto avviene sotto l’occhio, dolorosamente un po’ strabico, degli agenti della stradale. I quali da una parte sanno che i conducenti dei camion sono obbligati a fermarsi. Dall’altra sanno che il concessionario autostradale, che è poi quello che paga i loro automezzi e altre incombenze legate alla attività autostradale della polstrada, non ama essere troppo stressato sulla inadeguatezza delle aree di sosta. Basta infatti una veloce sgroppata sulle autostrade venete per vedere le aree di sosta riservate alle auto e pure le corsie di accesso o di uscita (cosa pericolosissima) piene zeppe di mezzi pesanti.

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Possibile che la polizia non se ne accorga mai? E così arriva il solito compromesso all’italiana, o alla veneta. Tu utente della strada o agente non mi rompi le scatole per le mie inadempienze e io pubblico ufficiale, più o meno spesso, ti lascio posteggiare dove non si potrebbe, anche perché altrimenti dove diavolo ti metto visto che sei per legge obbligato a fermarti?

Ad ogni buon conto questo garbuglio, lungi dall’essere risolto, mostra nella sua plasticità la forza e la intangibilità degli interessi dei concessionari autostradali: che sono una delle lobby più potenti del Paese.

E poi ci sarebbero un altro paio di cosucce da domandarsi. Negli ultimi cinque anni i sindacati di polizia quante manifestazioni di protesta sotto le sedi dei concessionari autostradali hanno organizzato per denunciare questi rischi? Quante ne hanno organizzate le categorie del trasporto privato e quante le associazioni degli automobilisti Aci in primis? Il risultato è prossimo allo zero. E soprattutto perché ci sono tutti questi camion? Perché nel tempo non si è posto un obbligo inderogabile ai gestori delle autostrade di realizzare aree ad hoc fuori o dentro le arterie a pagamento?

Se ne ricava che al posto di chiedere altre autostrade o al posto di chiedere ferrovie inutili come la Tav che con l’aumento del traffico merci su gomma non ci azzeccano un bel nulla, sarebbe da pretendere ben altro.

Perché non si chiede mai ai maragià delle concessioni di far funzionare queste dannate autostrade come dio comanda? Perché quasi tutti, a partire dagli industriali, hanno accettato che le imprese sposassero la perversa logica della «lean production»? Ovvero hanno accettato quella modalità di produzione che per abbassare i costi di fabbricazione smantella i magazzini e li riversa nei container dei tir che a loro volta riversano sulla qualità dell’ambiente questa shoah ecologica? Perché non si accendono i riflettori sugli obblighi di consegna che le industrie pongono in capo ai trasportatori?

Obblighi così stringenti in termini di tempistiche di consegnas per cui infrangere il codice della strada, anche a livello di rispetto dei limiti, è pressoché un obbligo. Perché, tra coloro che si riempiono il cavo orale di termini come green, smart, sostenibilità, eco-chic e altre idiozie in salsa «Milano da bere», nessuno protesta contro un modello produttivo e di sviluppo che identificando proprio nei trasporti (oltre che nel salario) uno dei fattori di compressione dei costi ha finito per inondare di miseria, di puttanate e di spazzatura i nostri centri commerciali sempre più grandi, sempre più inquinanti, a volte sempre più vuoti e sempre più colmi di animali da soma o da consumo? 

Ecco dove si finisce se dopo l’incidente di Dolo si prova a riavvolgere il filo di Arianna: che piaccia o no. Ma una riflessione andrebbe fatta anche nei confronti degli utenti della strada. Come mai non inondano di diffide i concessionari spiegando loro di ritenerli colpevoli sul piano civile e penali di ogni sinistro che si verificasse per eventuali inadempienze imputabili a lorsignori?

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