Coca alla conceria Cristina: indagini a 360 gradi, nessuno escluso

L’enigma della spedizione da 700 kili che ha interessato l’azienda vicentina è al centro degli accertamenti dei carabinieri che non escluderebbero alcuna ipotesi investigativa

Foto di Marco Milioni

Ogni ipotesi investigativa, nessuna esclusa, è al vaglio dei carabinieri di Vicenza e dei colleghi del Ros, i quali stanno indagando sulla enigmatica vicenda del maxi carico di cocaina purissima che sarebbe stato recentemente recapitato con modalità ancora tutte chiarire alla conceria Cristina di Montebello vicentino.

Sia per l’imponente quantitativo, si è parlato sui quotidiani di settecento kili, sia per le modalità con cui sarebbe avvenuta la spedizione dal Brasile, via porto di Livorno ed occultata in un carico di pelli, i detective hanno fatto calare il più assoluto riserbo. Tanto che all’oggi nemmeno si sa se il fascicolo sia in carico alla procura di Vicenza o alla procura antimafia di Venezia, proprio in ragione del fatto che dietro la consegna potrebbe celarsi una vasta e ramificata organizzazione criminale di tipo mafioso. Le ipotesi vanno in primis in direzione della ‘ndrangheta, la cui presenza tra le province di Verona e Vicenza è assodata da anni.

Ad ogni modo la voce di indagini a trecentosessanta gradi da parte dell’Arma, voce filtrata insistentemente durante le ultime ore, smentirebbe in modo categorico le ipotesi giornalistiche circolate alcuni giorni orsono. Indiscrezioni secondo le quali la consegna alla ditta di Montebello, che fa capo ad uno dei più importanti raggruppamenti conciari del distretto arzignanese della pelle, ovvero il gruppo Peretti, sarebbe venuta per errore. Si tratterebbe certamente di una eventualità che non si può escludere: ma che comunque è al vaglio assieme a molte altre. Sempre in queste ore i militari starebbero lavorando alacremente, documenti di trasporto alla mano, per delineare anzitutto il quadro in cui sarebbe maturata la spedizione.

IPOTESI DI SCUOLA

Ma in casi del genere quali sono le ipotesi di scuola cui abitualmente gli investigatori fanno riferimento? Di prammatica le piste sono cinque. Uno, c’è appunto la consegna avvenuta per errore. Due, c’è la consegna avvenuta all’insaputa dei vertici aziendali ma con la presenza di uno o più basisti interni che agiscono all’oscuro del management. Tre, la consegna avviene con la complicità dell’azienda. Quattro, la spedizione avviene con i vertici aziendali che conoscono il retroscena del traffico ma sono minacciati. Cinque, l’impresa appartiene solo formalmente al titolare o ai titolari, ma in realtà fa capo ad un sodalizio malavitoso che la usa come copertura.

QUADRO COMPLESSIVO

In realtà allo stato è pressoché impossibile ricostruire un quadro dettagliato della vicenda anche se ci sono alcuni aspetti che gli investigatori conoscono molto bene. Anzitutto quando si tratta di partite così importanti, specie se dietro c’è lo zampino delle mafie, ogni fase del trasporto viene attentamente monitorata dai componenti della organizzazione criminale. Errori, distrazioni o sgarri a fronte di partite così ingenti sono pressoché impossibili. Anche perché a nel caso di eventuali condotte non conformi al codice di comportamento del sodalizio le punizioni si pagano care: anche con la morte. C’è poi un fattore territoriale da considerare. Che la consegna sia avvenuta o meno per sbaglio, con ogni probabilità si tratta di un carico che comunque era destinato ad un soggetto nel Vicentino. Il che la dice lunga sulla valenza strategica che il distretto dell’Agno Chiampo può avere. Sia per la sua vicinanza alla provincia di Verona, sia perché nel comprensorio la presenza delle organizzazioni criminali, ‘ndrangheta in primis, è cosa nota alle forze dell’ordine. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che nell’Italia settentrionale la gestione ad alto livello del traffico è appunto appannaggio pressoché esclusivo dei clan calabresi, con tutte le possibili sinergie con l’economia non sommersa (grandi opere in primis), si comprende bene una cosa: quanto sfuggente, almeno in superficie, possa essere il quadro investigativo e quello sociale all’interno del quale i detective si stanno muovendo.

PISTA TOSCANA

Tra i punti interrogativi dell’affaire Montebello c’è poi una incognita che appare di difficile interpretazione. Si tratta del filo rosso che lega la maxi consegna da quasi settecento kili, che secondo il GdV del 4 dicembre a pagina 17 sarebbe partita dal Brasile per poi fare tappa al porto di Livorno, sino a giungere al suo approdo in terra berica. Al momento non emergono legami chiari tra il Vicentino e la Toscana in questo senso. L’unica flebile traccia la fornisce il periodico LaConceria.it il quale il 30 agosto di quest’anno parlava della acquisizione da parte del Gruppo Peretti della conceria Miura di Santa Croce all’Arno in provincia di Pisa. Il porto di Livorno infatti è uno degli hub marittimi di riferimento proprio per il distretto conciario dell’Arno che giustappunto a Santa Croce ha una delle sue piazzeforti anche per la breve distanza (appena 50 kilometri) che separa le due città.

Difficile capire se lo screening della filiera logistica operato dai carabinieri abbia interessato anche il resto della galassia Peretti. Il cui volto di punta peraltro, il dottor Giuseppe Valter Peretti, è uno degli uomini più in vista della Confindustria di Vicenza, giacché ricopre la carica di vicepresidente del settore concia proprio in seno all’assindustria berica. Ma che idea si sono fatti manager della conceria Cristina (in foto l’ingresso della ditta) dopo le notizie che in questi giorni sono trapelate sulla stampa? Chi scrive ha interpellato l’azienda per avere un punto di vista al riguardo. Tuttavia, almeno al momento, da quest’ultima non è giunta alcuna risposta.

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