Oasi Casale, «L’industria conciaria si servì della camorra per sversare i suoi veleni»

Giuseppe Romio, fondatore del comitato dei residenti di Caperse, lancia la pesante accusa sulla vicenda decennale della contaminazione alle porte di Vicenza

Giuseppe Romio (foto Marco Milioni)

«Dopo quarant’anni di silenzi e di omissioni sta venendo a galla la verità sugli stagni di Casale. Quelle sostanze inquinanti, soprattutto scarti della lavorazione della pelle, dal distretto della concia dell’Ovest vicentino sono state messe lì dalla mafia campana. La cosa che mi fa stare male è che se gli enti avessero fatto il loro dovere oggi le cose sarebbero andate in modo ben diverso».

Giuseppe Romio, classe 1940, quando parla trattiene a stento le lacrime. Dai primi anni ‘80 assieme con il comitato dei residenti di via Caperse conduce una battaglia solitaria a suon di carte bollate e «di presenze inascoltate a palazzo Trissino». Ma le novità emerse in questi giorni sull’affaire dell’Oasi di Casale «mi hanno fatto ri-acquistare un po’ di speranza. Quanto meno perché abbiamo dimostrato di avere ragione» dice l’uomo, un tecnico telefonico oggi in pensione che per per una vita ha lavorato prima per la Sip e poi per la Telecom.

Romio parla delle rivelazioni dell’ex boss di camorra Nunzio Perrella che davanti alle telecamere di Vicenzatoday.it  pochi giorni fa ha svelato come alcuni soggetti legati al crimine organizzato avessero contaminato il sottosuolo dell’area in cui oggi sorge l’Oasi di Casale, oasi naturalistica del comune gestita dal Wwf. E così il 79enne spera che la nuova inchiesta della magistratura, tutt’ora in corso, possa dare qualche risposta in più.

Frattanto la querelle non si placa e sbarca ancora una volta in municipio dove è il consigliere di opposizione Raffaele Colombara (della lista di centrosinistra «Quartieri al centro») a chiedere lumi all’amministrazione con una interpellanza affinché la giunta riferisca in aula e affinché questa si attivi presso le autorità competenti in modo da capire il reale stato della contaminazione.

Dunque Romio, ma lei come ha preso le rivelazioni di Perrella?
«Male».

Mi scusi, non è una rivincita? Non è la conferma della veridicità delle accuse lanciate da lei dopo trentanove anni di denunce?
«Senza’altro sì. Ma perché prima non fui ascoltato? Nel frattempo l’inquinamento per quanto è andato avanti? Con quali conseguenze su ambiente e salute? Per questo dico male. Comunque si tratta di una tappa importante verso la verità».

A quando risale la sua prima denuncia?
«Ai primissimi anni Ottanta».

Lei all’epoca faceva politica attiva ed era un componente della Dc del consiglio della Circoscrizione tre del comune di Vicenza. Esatto?
«Sì, è esatto».

E come andarono le cose?
«La cosa paradossale è che inizialmente le istituzioni si mossero si mossero subito nel verso giusto».

Che cosa avvenne nel dettaglio?
«Il nostro comitato allertò la circoscrizione che si fece subito carico di informare il Comune di Vicenza. In questo senso fu votata una delibera in cui, ed uso le parole testuali, si denunciava la gravità del fatto alle autorità preposte e si sollecitavano le medesime ad assumere drastici ed immediati provvedimenti quanto meno per ridurre il pericolo di inquinamento».

Lei ha ancora quel documento?
«Sì, lo conservo come una reliquia. Porta il protocollo della circoscrizione tre numero 347 del 1981. Un documento scritto a macchina: non si usavano ancora i pc come oggi».

E poi?
«E poi il comune si attivò davvero. Ci furono un paio di passaggi veloci all’assessorato all’ecologia. Poco dopo ricevetti persino la visita dell’allora sindaco Antonio Corazzin: un compagno di partito, ma anche una persona per bene. Volle visitare il sito nel quale noi del comitato avevamo visto i conferimenti notturni. Gli prestai i miei scarponi o i miei stivali di gomma, non ricordo bene. Camminammo insieme. Apparve preoccupato da subito. E preoccupati lo eravamo pure noi».

Che problemi c’erano?
«Al di là dei timori per le sostanze inquinanti, quel sito che all’epoca veniva gestito da due società distinte che estraevano argilla, presentava un problema di per sé».

Quale?
«L’autorizzazione regionale per quella cava permetteva di scavare ad un massimo di tre metri di profondità. Invece l’estrazione andò abbondantemente oltre fino a oltrepassare i sei metri. Lei capisce che più si scava in profondità più si aumentano rischi che la falda si contamini anche se solo ci piove. Perché la pioggia può essere acida. Figuriamoci se ci finisce del materiale tossico-nocivo».

Ma nessuno ebbe mai a ridire su una cava che veniva coltivata oltre il consentito?
«Ecco questa è la prima anomalia. Io segnalai il tutto. Lei capisce i nostri timori quando poi ci accorgemmo, segnalando sempre tutto, che lì sotto erano finiti sacchi esausti di cromo esavalente. Che è cancerogeno. E che soprattutto è pericolosissimo perché ne basta pochissimo per contaminare in lungo e in largo la matrice ambientale, a partire dall’acqua».

Da dove venivano quegli scarti?
«Principalmente dalle industrie conciarie del distretto dell’Ovest vicentino. Poi c’erano alcune galvaniche, forse dell’hinterland di Vicenza».

Più volte però dalle parti di palazzo Trissino, almeno dopo il Duemila si è sentito ripetere che la situazione a Casale era dovuta alla presenza di una discarica come si dice in gergo «ante normativa» e che quindi il conferimento di certe sostanze non era disciplinato. Lei che dice?
«Dico che sono sciocchezze. Anche all’epoca non era consentito scaricare nelle cave il cromo esavalente. E ammesso e non concesso che qualcuno avesse autorizzato tale conferimento avremmo dovuto trovare traccia di un documento del genere. Che non abbiamo mai trovato. Per cortesia».

Lei afferma che l’ex sindaco Corazzin si diede subito da fare. Ma che cosa fece nel concreto?
«Indirizzò alle autorità in qualche maniera coinvolte nel controllo e nella repressione, procura della repubblica in primis, una precisa denuncia. Tutto pareva filare liscio. Poi avvenne l’inimmaginabile».

Sarebbe a dire?
«Per sei lunghi anni la vicenda si inabissò nei mari delle istituzioni e degli enti preposti. Dalla procura non si seppe più nulla. E durante quei lunghi anni gli inquinanti lì presenti, io credo non ci fosse solo cromo a dire il vero, cominciarono la loro marcia mortifera verso la falda».

Lei stette con le mani in mano?
«No, per carità. Continuai con la mia azione di moral suasion. Continuai a bussare a ogni porta. Ma intuii che in quella circostanza si erano mosse forze oscure, poteri forti. Ricevetti alcune minacce, telefonate nel cuore della notte. Poi nel 1988 il vento per un po’ cambiò».

In che senso?
«Su impulso della procura, ma anche per la insistenza del nostro comitato, le autorità il 21 marzo del 1988 organizzarono un sopralluogo in quel sito di via Caperse a pochi passi da casa mia. Lo ricordo come fosse ieri. C’ero anche io. Mi venne chiesto di indicare un paio di luoghi in cui si sarebbe potuto trovare qualcosa. Così feci. L’addetto della municipalizzata Amcps azionò tre o quattro volte la pala meccanica».

Quante ore passarono?
«Bastarono pochi minuti e poi trovarono un sacco esausto di cromo esavalente, quello che si usava per la concia delle pelli. Ricordo ancora il volto stupefatto di uno dei papaveri del presidio multizonale dell’Ulss, l’autorità che di lì a poco sarebbe divenuta Arpav. Il quale disse che per lui era sufficiente così. Poi la stessa persona mi bisbigliò all’orecchio che avevo fatto tredici. Come a dire che se non si fosse trovato nulla non solo sarei passato per matto. Non solo mi sarei dovuto accollare il costo delle operazioni di scavo, ma soprattutto sarei stato denunciato per procurato allarme».

Quindi era fatta a quel punto. O no?
«Ed è qui che accadde una delle cose più scandalose. I mesi passarono. Da quello che mi risulta gli enti ordinarono semplicemente che una parte delle scorie fosse riposizionata sopra una fascia di argilla affinché fossero protette, dio solo sa come, le falde. Poi si ricoprì tutto. Su quello strato di argilla molto ci sarebbe da dire».

Perché lei usa il termine scandaloso?
«Perché dopo quello che avevo scoperto mi sarei aspettato che le autorità si sarebbero date da fare: anzitutto per accertare come mai il responsabile di cantiere di quel sito, di notte, tenesse alzata la sbarra da cui passavano i camion con i loro carichi. Sarebbe stato poi interessante scoprire se i vertici delle società cavatrici fossero a conoscenza di quanto stava accadendo nelle loro proprietà. Sarebbe stato utile conoscere la filiera del rifiuto: nome e cognome di chi l’aveva prodotto, di chi l’aveva trasportato, su ordine di chi e a quale prezzo».

Detto in altre parole lei è arrabbiato perché non si vollero o non si fu in grado di scoprire i mandanti di quella che lei ritiene una vera e propria operazione di conferimento abusivo?
«Sì. Lei capisce che dopo aver sentito le parole dell’ex boss alla fine ti casca il mondo addosso perché abbiamo avuto la riprova che, almeno in parte, quei veleni sono finiti lì per volontà di un pezzo dell’industria conciaria e grazie alle attività di trasporto della mala campana. In altri termini i conciatori, o conciari come li chiamiamo nel Veneto, chissà quali, chissà quanti, si sono serviti della camorra per sversare vicino alle nostre case veleni che si sarebbero dovuti trattare in ben altro modo».

Oggi però c’è una nuova inchiesta penale contro ignoti, no?
«Certo, è vero. È anche vero che la procura aveva chiesto una archiviazione. Però il gip Barbara Trenti non è stata dello stesso avviso e ha rinviato il tutto ad una udienza fissata per il 21 maggio che mi vede come persona offesa. Questo di per sé è un buon segno anche se passati così tanti anni, in primis per quanto concerne la prescrizione di eventuali reati, non ci si può aspettare troppo. Eventuali fattispecie penali si potrebbero prendere in considerazione se si dimostrasse che una data situazione di inquinamento permane a fronte di una bonifica o di una messa in sicurezza che pur ordinata da chi di dovere non è mai stata portata a compimento».

È come se uno quarant’anni fa avesse sequestrato un bambino e ancora oggi quella persona fosse rinchiusa in qualche sottoscala? Il reato sarebbe ancora in fieri, giusto?
«Sì, diciamo che l’esempio è azzeccato. Diverso invece è quanto è nel potere di enti come comune, provincia ed Arpav».

Come mai?
«Perché le indagini amministrative sono sempre possibili. E perché gli enti hanno comunque il dovere imposto dalla legge di valutare il grado di inquinamento di un sito ed eventualmente di intervenire. Anche se posso capire possibili ritrosie perché equivarrebbe ad ammettere che per quattro decadi nessuno ha mosso un dito. Inoltre, per rimanere ai nostri giorni, non sono tanto contento delle conclusioni alle quali è giunto il tavolo tecnico che sulla vicenda di Casale è stato costituito da comune di Vicenza, provincia berica Arpav Veneto».

Che cosa c’è che non va?
«I funzionari spiegano che durante i carotaggi effettuati anche grazie alla supervisione dei carabinieri del Noe non sarebbero state trovate evidenze particolari e che le analisi dei terreni non presenterebbero dati preoccupanti».

E quindi?
«Il problema è che al Noe gli enti avrebbero dovuto dire dove andare a cercare visto che conoscevano le denunce da me formulate negli anni. E poi perché non sono stato coinvolto nelle operazioni di scavo? Giustamente è corretto dare attenzione a Perrella perché come pentito è a conoscenza di molti fatti. Ma il sottoscritto è stato testimone diretto di altrettanti fatti. Ecco perché. Poi ci sono alcune considerazioni tecniche che gli enti non hanno tenuto nel dovuto conto».

Quali sarebbero?
«Le trincee esplorative, ovvero gli scavi, dalle quali sono stati estratti i campioni di suolo destinati ai laboratori non sono state eseguite nell’area a suo tempo indicata dal nostro comitato».

Usando una metafora è come dire che il morto sta sepolto sotto un pero e invece il poliziotto lo cerca sotto un melo. È così?
«Sì. E poi c’è dell’altro».

Che cosa?
«Gli scavi si sono spinti fino a tre metri di profondità, massimo 3,8 e non fino a sei metri e rotti, quota alla quale a suo tempo i rifiuti vennero interrati. E ancora le analisi parlano della presenza di metalli pesanti tra cui anche il cromo esavalente. Si tratta di quantità tali da richiedere altri accertamenti. Il possibile posizionamento di alcuni misuratori, in gergo piezometri, per semplice cautela non basta».

Senta Romio, adesso che cosa si aspetta da questa vicenda?
«La verità. E lo dico da cattolico. Il rispetto per l’ambiente è rispetto per il creato. Lo ha detto molto meglio di me papa Francesco I nella sua enciclica sulla natura. Ad ogni modo spero che non si riveda il film che vidi dopo il 1988».

Come mai dice così?
«Nel ‘90 Corazzin finì il suo mandato. Gli subentrò Achille Variati, all’epoca nella Dc pure lui, il quale fu molto meno disponibile nei miei confronti. Anzi, direi assai poco disponibile tanto per non usare una espressione più salace. Ora sarà un caso oppure no, ma è lo stesso Variati che ritornato sindaco dal 2008 fino a pochi mesi fa, pur a fronte dei miei solleciti, ha continuato a rimanere in silenzio».

Può essere più preciso?
«Durante la consiliatura dal 2013 al 2018 anche grazie all’impulso dell’allora consigliere del M5S Liliana Zaltron, ho continuato a chiedere lumi. Ma l’amministrazione, nella persona dell’allora assessore all’ecologia Antonio Dalla Pozza, del Pd come Variati, si è ben guardato dal darci una risposta che fosse degna di questo nome».

Compierà altri passi a breve?
«C’è qualcosa che mi frulla in testa in materia di salute. Ma per ora non voglio dire altro».

Davvero non vuole dire altro?
«Faccio solo una considerazione più generale. Dico solo che il tempo passa. Io la conobbi quindici anni fa a margine di un consiglio comunale in cui mi affaccendavo per avere chiarimenti anche dalla allora giunta di centrodestra. Lei seguiva da giovane cronista l’assise comunale. Siamo al 2019. Io ho i capelli bianchi, quei pochi che mi rimangono. Ma pure lei ha superato bene la quarantina. E siamo più o meno ancora al punto di partenza. Speriamo qualcosa si muova».

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