Fiori e candele sulla panchina della morte: Campo Marzo ricorda Renato

Una bellissima rosa "bianca", una bandiera, un biglietto con due parole "Ciao Rena", una sciarpa e una lettera di addio. Al di là di ogni retorica e della vita che può aver fatto Renato Martinelli qualcuno ha voluto dare dignità alla sua morte

La morte di Renato Martinelli su una panchina di viale Dalmazia a Campo Marzo non dovrebbe essere derubricata solo come l'ennesima vittima della droga in Italia. Se da una parte è giusto che la cronaca descriva, meglio senza troppa retorica, i rischi dell'uso di sostanze stupefacenti e in particolar modo quelli legati all'eroina, dall'altra è altrettanto doveroso dare dignità a ogni essere umano che perde la vita e in particolar modo se la vita viene spezzata a soli 48 anni. A trovare il corpo di Renato, mercoledì mattina verso le 6:30, sono stati alcuni passanti che hanno avvisato la polizia. «La prima a trovarlo è stata una signora con un cane che vedo sempre a campo marzo, poi è arrivata un'altra signora e poi sono arrivato io - racconta Pierangelo - uno dei testimoni che si trovava sul posto - la cosa che mi è sembrata subito strana è che il cane non abbaiava nel vedere quell'uomo disteso a fianco della panchina, poi gli ho preso le mani ed erano fredde, senza vita. Ma erano mani forti, sembravano mani di un lavoratore e anche il viso era pulito, il viso di  una bella persona, non sembrava morto per droga»

Il signor Pierangelo sperava che Renato fosse vivo, ma da quel corpo a terra non usciva più nessun respiro. Nei prossimi giorni sarà l'autopsia a stabilire se Martinelli, romano di nascita ma vicentino di adozione, sia morto o no per un'overdose. Il pubblico ministero Corno ha aperto  un fascicolo sul decesso e per avere la certezza sulle cause bisogna aspettare un'altra settimana. «Non aveva niente che indicasse una morte per droga - continua Pierangelo - accanto a se non aveva nessuna siringa, non ho visto nemmeno una siringa infilata sul braccio e nemmeno  un cucchiaino a terra. Sulla panchina c'era uno zaino chiuso, uno zaino ordinato che più tardi, quando sono tornato sul posto, ho visto rovesciato per terra. Qualcuno evidentemente ci ha messo le mani, a terra c'erano una decina di siringhe, non so dire se nuove o usate». 

Pierangelo è poi tornato venerdì mattina a Campo Marzo e su quella panchina, ha trovato una bellissima rosa  "bianca", una bandiera, un biglietto con due parole "Ciao Rena", una sciarpa, una candela di Padre Pio e una lettera con scritto:

«Buon viaggio fratello non di sangue ma di cuore, mi mancherai, non dimenticherò mai la tua immensa bontà e il tuo grande cuore sarà sempre nei miei ricordi, sei una di quelle persone che non si potrà mai dimenticare»

Al di là di ogni retorica e della vita che può aver fatto Renato, il fatto che qualcuno lo abbia ricordato in un mondo, quello della tossicodipendenza, dove siamo abituati solo e sempre a vedere il lato oscuro e dove - dopo decenni di tentativi di affrontare il problema - la società si ritrova a fare i conti di nuovo con la piaga dell'eroina, rimane il fatto puramente umano di un fiore e di un ricordo. Anche in quelle zone oscure che chiamiamo "bassifondi". E forse proprio da lì, dall'umanità, si dovrebbe partire se si vuole (ri)affrontare realmente questa piaga. 

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